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Posts Tagged ‘Morte’

Taiye Selasi

« L’unico scopo di una relazione è quello di inscenare, in miniatura, tutto lo stramaledetto dramma della vita e della morte. L’amore nasce, come nasce un bambino. L’amore cresce, come cresce un bambino. Un uomo sa bene che deve morire ma non avendo conosciuto altre realtà che la vita non crede veramente nella propria morte. E poi, un giorno, il suo amore si raffredda. Il cuore dell’amore smette di battere. L’amore muore. In questo modo, l’uomo impara che la morte è la realtà: che la morte può essere nell’essenza di una persona, la sua morte. La perdita di un animale domestico o di una rosa o un genitore può farlo soffrire, ma non sono convincenti, non abbastanza. La morte deve avvenire nel cuore per poter essere creduta. Dopo la morte dell’amore, l’uomo riesce a credere nella propria morte.»
Taiye Selasi, “La bellezza delle cose fragili”

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velata

E quando incauta
in un vortice voluttuoso
d’ali e d’artigli
verrai a succhiarmi le labbra
l’infida lingua tua
saprà leccarmi
piaghe d’ansia e ferite
d’aspro sgomento
stimmate sull’animo mio
che disperato
ti bramava ormai insano.
In disadorno abbandono
l’alito di suadenti parole
che verrai a sussurrarmi
scenderà giù nei meandri
della mia mente rapita
a ridestarvi sogni e memorie
incubi gelidi e resti
consunti d’agonie
vissute e vinte in extremis.
Avide l’unghie tue stasera
cercheranno i miei polsi
per sommettermi ignudo alla resa
d’ogni mio impulso vitale
ma nella stretta avvinti
nascerà amara la voglia
d’allacciare corpi e sospiri
sangue e lacerazioni
in un violento ultimo rogo
di sfrenate passioni.
Resterà in alto la luna
e gli ululati di belve in calore
grandine e neve nell’aria
e s’alzerà il vento sul litorale
e l’onde verranno a frangersi
gonfie d’orgasmo e d’ira
sui lividi scogli
delle mie spoglie illusioni.
E sarà allora
tra le frasche d’un greto
dopo un volo in un vicolo cieco
contro un muro tra i sassi
o sul viscido pavimento del cesso
d’una stanza in affitto
d’un oscuro albergo diurno.
Difficile sarà respingere
sull’orlo dell’orrido abisso
il tuo maligno disegno.
Vano amplesso incestuoso
Sorella Morte stanotte
non te n’andrai delusa.

(Vittorio Fioravanti)

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Mani

Giorni fa ho letto (e riletto) una lettera di una blogger indirizzata ad un suo caro scomparso. Non è la prima volta che mi succede, ma stavolta la cosa mi ha colpito particolarmente. E’ una dedica struggente, un dolore vivo, palpabile, unito ad un profondissimo senso d’impotenza che mi ha fatto riflettere su certe mie convinzioni.
Io ho sempre pensato che la morte, a differenza di un allontanamento, di un abbandono, di un distacco, abbia la capacità di attenuare, in un tempo relativamente breve, l’angoscia d’un rimorso o d’un rimpianto. Apro una parentesi a tal proposito.
A tutti, più o meno, è chiaro il concetto di rimorso, ovvero quel sentimento di dolore e di tormento che nasce dalla consapevolezza dei mali commessi. Azioni che hanno arrecato, in un passato più o meno prossimo, delusione ed infelicità ad altri, o peggio ancora …
Ciò che è poco chiaro, invece, è il significato di rimpianto. Ci sono voci discordanti a tal proposito. Per molti, il rimpianto è quel sentimento indotto da opportunità e occasioni non colte, da qualcosa che in passato avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto. Per altri, invece, è quel sentimento che scaturisce dal ricordo nostalgico, doloroso, di qualcosa o di qualcuno (eventi quasi sempre irripetibili). Questa seconda definizione mi sembra più corretta, anche perché il tormento causato dalle occasioni perse, secondo me, ha più a che fare con i rimorsi, quelli dovuti ad un’offesa procurata alla propria esistenza, in questo caso, e non al prossimo. E’ un particolare senso di colpa, poco lancinante ma perpetuo (ci accompagna per tutta la vita). C’è poi un’altra ragione che mi induce ad immaginare che i rimpianti siano pura mestizia, è la speranza di un esonero, ovvero che questi non gravino oltremodo su di me, e su tante altre anime, per un particolare risvolto positivo: solo chi ha vissuto intensamente può provare dei rimpianti … tali rimpianti.
Tornando al tema, l’idea “razionale” che una persona defunta, non sia più in grado di patire alcuna sofferenza, indotta o non indotta da chicchessia, a differenza di colui il quale vive materialmente un allontanamento, in un certo senso consola. Attenua il peso delle responsabilità nei suoi confronti, per qualunque azione compiuta. Può darsi che ciò sia dovuto anche al sentimento di rassegnazione che sempre s’accompagna in queste circostanze: ad una specie di resa.
Tutto ciò ha un senso, però, se non si considera che nell’universo delle umane sensazioni, dove tutto è possibile e tutto è consentito, potrebbe nascere anche l’esigenza impellente e il desiderio che si possa instaurare un intimo scambio anche con chi esiste solo spiritualmente. Che delle radici non si recidano per sempre.
Li descrive magistralmente Edgar Lee Masters questi dialoghi.
A te, amica blogger:

Le Roy Goldman

«Che cosa farete in punto di morte,
se per tutta la vita avrete rifiutato Gesù,
e saprete a quel punto, che Lui non vi è amico?»
continuavo a ripetere io, il predicatore.
D’accordo! Ma ci sono amici e amici.
E benedetto tu sia, dico io, ora che so tutto,
tu che hai perduto, prima della morte,
il padre o la madre, o  il vecchio nonno o la nonna,
un’ anima bella che visse con forza la vita,
e ti conobbe a fondo, e ti amò sempre,
e non mancherà di parlare per te,
e fare a Dio un ritratto approfondito della tua anima,
come solo può fare chi è della tua carne.
Quella è la mano cui la tua mano tenderà,
perché ti conduca lungo il corridoio
fino al tribunale dove nessuno ti conosce!

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“ E’ giusto, Joe, che io avverta il desiderio di dire tutta la verità, la mia più intima, soltanto a certe persone. E che lo faccia con assoluta spontaneità e perseveranza? “

– Non è giusto Fred. Il fatto che tu ti senta disinibito ed invogliato solo con determinate persone, quelle che intendi ammaliare, è un tuo limite.
Le nostre assolute verità, quelle che dimorano infondo ai nostri cuori – il manifesto dell’anima, l’enunciazione d’un principio filosofico – dovremmo affiggerle ovunque, urlarle a squarciagola, liberamente, senza alcun timore e senza aspettarci comprensione o condivisione. –

“ Ma il rischio di ferire qualcuno c’è, Joe. “

– Ovvio! Ma quel qualcuno lo si ferisce ugualmente, Fred, attraverso quotidiane omissioni o falsità. Procurandogli, certo, una sofferenza meno acuta, ma comunque lenta ed incessante. –

“ Non sempre. Esistono dei bravi attori che recitano la loro parte con assoluta maestria, fino all’ultimo respiro e si farebbero torturare piuttosto che gettare la maschera. “

– Ma i più sono aguzzini, silenziosi, enigmatici, inespressivi, che non sanno né fingere né infierire. Indecisi ed inquieti. Quelli che spediscono le persone al manicomio, inesorabilmente.
In ogni caso, tutti, ma proprio tutti, offendono soprattutto se stessi, la propria dignità ed ogni legittima aspirazione, e tu ne fai parte Fred. –

“ Davvero? Allora dammi qualche consiglio. “

– Alza quel maledetto culo di piombo dalla sedia e MUOVITI!!! In qualunque direzione. Non aspettare alcun invito. Ogni momento potrebbe essere quello giusto, sia che tu lo faccia per amore di qualcuno o per te stesso, poco importa a questo punto. L’unica alternativa indolore che ti resta, Fred, è una morte improvvisa, certamente non dignitosa. –

“ Ci sto pensando, Joe.”

– Bravo!! Continua a non concederti neanche un minimo sussulto … martire del cazzo. –

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Coscienza

Non contate su quest’uomo,
è alla deriva.
Non può esservi d’aiuto.
Non trarrebbe in salvo un cane
dalle asprezze dell’oblio.
E’ confuso, inaridito,
stanco, apatico,
stizzoso.
Non ha più immaginazione.
Oggi c’è,
… domani forse.
M’ha rivolto una domanda,
mulinando la sua scure di cartone:
“E’ davvero più opprimente
della morte l’abbandono?”
Inquietante un tale dubbio,
come un lugubre presagio.
Oltre il caos: rassegnazione.
Quest’immobile mutante
è davvero un rompicapo.
Mi trascina in calle oscure.
Spero ponga fine al tutto:
pianti,
moti,
mire,
pene
e una lirica smodata

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L’estate del 2012 la ricorderò pubblicamente come quella degli incendi e degli abbandoni.
A parer mio chi appicca incendi boschivi meriterebbe l’ergastolo.
Un reato contro il patrimonio naturale e paesaggistico, al pari di quello culturale, andrebbe considerato come uno tra i crimini più efferati, senza alcuna attenuante.
Pensate poi a chi abbandona gli animali.
Al mio secondo giorno di vacanza al Circeo, tornando dalla spiaggia, verso l’ora di pranzo, in prossimità di un cassonetto dell’immondizia, quello destinato alla raccolta dei rifiuti indifferenziati, ho sentito provenire dall’interno dei flebili miagolii. Cinque gattini, dall’età presumibile di una settimana, erano stati letteralmente buttati tra i rifiuti. Due erano già morti. Un terzo è sopravvissuto solo un giorno. Gli altri due, un maschio ed una femmina, dopo varie visite veterinarie e diversi giorni di terapia, si sono ripresi benissimo, non manifestano più alcuna sofferenza.
Spero che Ulisse ed Athena (quella bianca nella foto), dimentichino presto la loro traumatica venuta al mondo. Ne sono certo grazie soprattutto alle cure materne delle mie due figlie, consistite essenzialmente in costante pulizia, medicamenti e primolatte per gattini Bayer in minibiberon ogni 2/3 ore, giorno e NOTTEEE!!!

Normalmente augurare sventure o disgrazie ad altri esseri umani, nel caso specifico a coloro i quali hanno abbandonato senza alcuno scrupolo queste indifese bestiole, non è da considerarsi un’azione eticamente leale, ciò nonostante, soprattutto in considerazione del fatto che l’esercizio di pratiche iettatorie, specialmente laddove esse producano “fortunatamente” danno e/o dolo a persone o cose, di qualunque entità, persino funesta, non costituisce atto criminoso penalmente perseguibile data l’impossibilità dell’accertamento di responsabilità premeditata diretta, io una piccola preghierina, ovvero, una piccola richiesta d’intercessione presso entità celesti, l’ho lanciata.
Se le mie suppliche avranno esito o meno mi sarà difficile saperlo. Questo vale per quelle pubbliche. Per quelle private, invocate “nobilmente” in alternativa ad improbabili risoluzioni consensuali di contese intime estremamente complesse, il discorso è diverso. Un riscontro oggettivo sull’efficacia di quest’ultime estreme implorazioni mi sarà certamente noto. E’ solo questione di tempo e di “poteri”.
Morte tua vita mea, per l’appunto … o viceversa (a lungo andare poco cambia, salvo inattesi eventi (incontri) risolutori alternativi …. Chissa!! La speranza è l’ultima a morire).

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Quando si è afflitti da vicissitudini, soprattutto esistenziali, e non si vive in armonia con il mondo, si è meno disponibili ad ascoltare, tutto sembra ordinario, insignificante, convenzionale, prestabilito. Le parole assumono i connotati della retorica, delle frasi fatte. Non si pone l’attenzione dovuta a quello che ci viene proposto, soprattutto dagli amici . Il preconcetto che nulla possa contribuire a migliorare il nostro stato d’animo, che tutto ciò che c’è da dire è già stato detto, ci condiziona, ci limita, ci emargina, ci esclude, eppure spesso ci si imbatte, casualmente o meno, in storie davvero particolari. Esperienze di vita profonde che ci spingono inevitabilmente a meditare, aldilà di ogni nostra ritrosia: dei veri e propri insegnamenti.
Il video di youtube che segue è l’ultima lezione tenuta da Randolph Frederick Pausch, professore di informatica all’Università di Pittsburgh (Pennsylvania); prossimo alla morte a causa di un cancro al pancreas. Una bellissima e commovente conferenza che mi offro e vi propongo in occasione del mio compleanno (6 ottobre).
Quelle che seguono sono alcune delle sue frasi più significative, meritevoli di assoluto rispetto.

” L’esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi”.

” Ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri “.

” Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore “.

” Mi lamentavo con mia madre di quanto fosse difficile quell’esame all’università, e di quanto fosse spaventoso. Lei si inclinò verso di me, mi diede un buffetto sulle spalle e mi disse: «Sappiamo bene come ti senti, tesoro, ma ricorda, tuo padre alla tua età combatteva contro i tedeschi» “.

” Sto per morire e mi sto divertendo. E continuerò a divertirmi ogni giorno che ancora mi resta da vivere. Perché non c’è un altro modo per farlo “.

” Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri “.

” Ho una mia teoria sulle persone che provengono dalle famiglie numerose: sono persone migliori degli altri, perché hanno dovuto imparare come andare d’accordo con gli altri “.

” Non si può arrivare in cima da soli. Qualcuno deve aiutarti. Io credo nel karma. Credo che si riceve ciò che si è dato “.

” Non lamentatevi. Lavorate più duramente. Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di merda “.

” Se vivrete nel modo giusto, il karma si prenderà cura di sé. I sogni verranno da voi “.

” La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità ” (Nota: questa frase è un noto modo di dire, l’ha citata ma non è sua)

” La fortuna ce la creiamo da soli, chi più sa più vale “.

Randolph Frederick Pausch
(Baltimore, 23 ottobre 1960 – Chesapeake, 25 luglio 2008)

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