Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Edgar Lee Masters’

barca_1

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre alla follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio;
una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Masters, “Spoon River Anthology”

Annunci

Read Full Post »

Mani

Giorni fa ho letto (e riletto) una lettera di una blogger indirizzata ad un suo caro scomparso. Non è la prima volta che mi succede, ma stavolta la cosa mi ha colpito particolarmente. E’ una dedica struggente, un dolore vivo, palpabile, unito ad un profondissimo senso d’impotenza che mi ha fatto riflettere su certe mie convinzioni.
Io ho sempre pensato che la morte, a differenza di un allontanamento, di un abbandono, di un distacco, abbia la capacità di attenuare, in un tempo relativamente breve, l’angoscia d’un rimorso o d’un rimpianto. Apro una parentesi a tal proposito.
A tutti, più o meno, è chiaro il concetto di rimorso, ovvero quel sentimento di dolore e di tormento che nasce dalla consapevolezza dei mali commessi. Azioni che hanno arrecato, in un passato più o meno prossimo, delusione ed infelicità ad altri, o peggio ancora …
Ciò che è poco chiaro, invece, è il significato di rimpianto. Ci sono voci discordanti a tal proposito. Per molti, il rimpianto è quel sentimento indotto da opportunità e occasioni non colte, da qualcosa che in passato avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto. Per altri, invece, è quel sentimento che scaturisce dal ricordo nostalgico, doloroso, di qualcosa o di qualcuno (eventi quasi sempre irripetibili). Questa seconda definizione mi sembra più corretta, anche perché il tormento causato dalle occasioni perse, secondo me, ha più a che fare con i rimorsi, quelli dovuti ad un’offesa procurata alla propria esistenza, in questo caso, e non al prossimo. E’ un particolare senso di colpa, poco lancinante ma perpetuo (ci accompagna per tutta la vita). C’è poi un’altra ragione che mi induce ad immaginare che i rimpianti siano pura mestizia, è la speranza di un esonero, ovvero che questi non gravino oltremodo su di me, e su tante altre anime, per un particolare risvolto positivo: solo chi ha vissuto intensamente può provare dei rimpianti … tali rimpianti.
Tornando al tema, l’idea “razionale” che una persona defunta, non sia più in grado di patire alcuna sofferenza, indotta o non indotta da chicchessia, a differenza di colui il quale vive materialmente un allontanamento, in un certo senso consola. Attenua il peso delle responsabilità nei suoi confronti, per qualunque azione compiuta. Può darsi che ciò sia dovuto anche al sentimento di rassegnazione che sempre s’accompagna in queste circostanze: ad una specie di resa.
Tutto ciò ha un senso, però, se non si considera che nell’universo delle umane sensazioni, dove tutto è possibile e tutto è consentito, potrebbe nascere anche l’esigenza impellente e il desiderio che si possa instaurare un intimo scambio anche con chi esiste solo spiritualmente. Che delle radici non si recidano per sempre.
Li descrive magistralmente Edgar Lee Masters questi dialoghi.
A te, amica blogger:

Le Roy Goldman

«Che cosa farete in punto di morte,
se per tutta la vita avrete rifiutato Gesù,
e saprete a quel punto, che Lui non vi è amico?»
continuavo a ripetere io, il predicatore.
D’accordo! Ma ci sono amici e amici.
E benedetto tu sia, dico io, ora che so tutto,
tu che hai perduto, prima della morte,
il padre o la madre, o  il vecchio nonno o la nonna,
un’ anima bella che visse con forza la vita,
e ti conobbe a fondo, e ti amò sempre,
e non mancherà di parlare per te,
e fare a Dio un ritratto approfondito della tua anima,
come solo può fare chi è della tua carne.
Quella è la mano cui la tua mano tenderà,
perché ti conduca lungo il corridoio
fino al tribunale dove nessuno ti conosce!

Read Full Post »

(Una mia umilissima dedica ad Edgar Lee Masters in onore della sua mitica Spoon River Anthology. Sperando che non si rivolti nella tomba…)

In paese la chiamavano Becky la furia,
l’erede di Bill Tott, l’allevatore.
Rebecca amava il canto ed i cavalli.
La conobbi all’ippodromo di Springfield,
e fu subito attrazione
tra Rebecca e la mia Wisper;
una splendida puledra razza Quarter.
Lei la volle ad ogni costo
e quel fiore melodioso mi convinse.
Non l’avrei mai abbandonata,
e mai lo feci.
Grazie a Wisper cominciammo a frequentarci,
e da cosa nacque cosa.
Fu davvero un grande amore,
invitto alle le umane ostilità
ma dove non intacca la lama dell’invidia
affonda il filo iniquo il fato avverso.
Come il lampo che scoccò senza preavviso,
tra Rebecca e la mia Wisper,
un crotalo interruppe la sua corsa.
Fu sbalzata da una sella,
perse l’uso delle gambe, d’ogni petalo, del canto.
Un giorno che fu sola,
le lessi tra le lacrime una supplica.
L’adagiai come una sposa sul tuo letto,
Spoon River,
e dei suoi polsi: sacro affluente.
Fui condannato e giustiziato.
Gratitudine rivolgo al giudice Arnett.
La sua pena fu la grazia;
sollevarmi dall’angoscia d’un suicidio,
da scomunica sicura.
Intercedete presso il Signore, anime pie,
perché accolga la mia istanza.
Forse un giorno, alla fine del mio dazio,
che sia pari a cento o mille dei supplizi già patiti,
mi ricongiungerò ad un’erica.

Read Full Post »

Roscoe Purkapile

Mi amava. Oh, come mi amava!
Non ebbi via di scampo,
dal primo giorno che mi vide.
Ma poi quando fummo sposati pensai
che poteva anche morire e lasciarmi libero,
o magari divorziare.
Ma poche muoiono, nessuna rinuncia.
Allora scappai via e me la spassai per un anno.
Ma lei non si lamentò mai.
Diceva che tutto si sarebbe risolto
che sarei tornato. E tornai.
Le raccontai che mentre facevo un giro in barca
ero stato catturato dalle parti di Van Buren Street
dai pirati del lago Michigan,
e tenuto in catene, così non avevo potuto scriverle.
Lei pianse e mi baciò, e disse che era crudele,
vergognoso, disumano!
Allora mi convinsi che il nostro matrimonio
era una grazia del cielo
e non poteva essere sciolto,
se non dalla morte.
Avevo ragione.

 

La signora Purkapile

Scappò e restò via per un anno.
Al ritorno mi raccontò quella storia idiota
che l’avevano preso i pirati del lago Michigan
e tenuto in catene, così non aveva potuto scrivermi.
Finsi di credergli, ma sapevo benissimo
cosa faceva, e che si vedeva con la modista,
la signora Williams, di tanto in tanto,
quando andava in città per acquisti, lei diceva.
Ma una promessa è una promessa
e il matrimonio è il matrimonio,
e per rispetto a me stessa
rifiutai di farmi attirare in un divorzio,
per gli intrighi di un marito che era solo stufo
del giuramento e dei doveri coniugali.

Read Full Post »

L’Antologia di Spoon River è una raccolta di poesie che il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò tra il 1914 e il 1915 sul “Mirror” di St. Louis. Ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita di una delle persone sepolte nel cimitero di un piccolo paesino della provincia americana.
La prima edizione della raccolta pubblicata nell’aprile del 1915 contava 213 epigrafi diventati poi 244 più La Collina nella versione definitiva del 1916. La raccolta comprende diciannove storie che coinvolgono un totale di 248 personaggi che coprono praticamente tutte le categorie e i mestieri umani. Masters si proponeva di descrivere la vita umana raccontando le vicende di un microcosmo: il paesino di Spoon River.
In realtà, Masters si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield nell’Illinois e infatti molte delle persone a cui le poesie erano ispirate, che erano ancora vive, si sentirono offese nel vedere le loro faccende più segrete e private pubblicate in quelle poesie.
La caratteristica saliente dei personaggi di Edgar Lee Masters, infatti, è che essendo per la maggior parte morti non hanno più niente da perdere e quindi possono “raccontare” la loro vita in assoluta sincerità.
La prima volta che lessi alcune delle poesie della Spoon River Anthology fu a scopo didattico. Frequentavo la scuola media mi assegnarono il compito di commentarle. A dire il vero, non mi rimasero troppo impresse. Ero troppo giovane per apprezzarle e poi tutto ciò che mi veniva imposto a scuola suscitava raramente il mio interesse.
Dopo qualche anno, un po’ per moda, un po’ per curiosità, ne ripresi la lettura.
Di quella raccolta se ne parlava tantissimo in quel periodo. Ispirandosi ai suoi versi, ed alle magistrali traduzioni fatte da Fernanda Pivano, Fabrizio De Andrè incise un LP di grande successo: “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.
A tal proposito, lo stesso ebbe a dichiarare in un’intervista: « Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»
Tornando a me, posso dire che la rilettura di questo autentico capolavoro cominciò un po’ ad emozionarmi. C’è da dire che quando si è giovani, euforici e spensierati, si tende istintivamente ad allontanare qualunque pensiero funesto e struggente (si gira alla larga dai cimiteri) e non si ha la sensibilità necessaria, tranne rari casi, per apprezzare certa lirica.
Adesso che  non sono né giovane, né euforico, né spensierato, posso dirvi che queste stupende poesie, evocative come poche, riescono a trasmettermi le sensazioni più disparate (e disperate): angoscia, nostalgia, tenerezza, dolcezza, odio, passione, amore…
Proporne qualcuna significherebbe fare un grave torto a tutte le altre, nonché una difficilissima scelta. Andrebbero lette tutte, ma non importa, ve ne offro due prese a caso … o quasi.

Walter Simmons

I miei genitori pensavano che sarei diventato
grande come Edison o più grande:
perché da ragazzo costruivo palloni
e aquiloni meravigliosi e giocattoli a molla
e piccole locomotive che correvano su rotaie
e telefoni di barattoli e filo.
Suonavo la cornetta e dipingevo,
modellavo la creta e recitai la parte
del cattivo in Octoroon.
Ma poi a ventun anni mi sposai
e dovevo vivere, e così, per vivere
imparai il mestiere dell’orologiaio
e avevo una gioielleria in piazza,
e pensavo, pensavo, pensavo, pensavo,-
non agli affari, ma alla macchina
che progettavo di costruire.
E tutta Spoon River aspettava impaziente
di vederla in funzione, ma non funzionò mai.
E qualche anima buona pensò che il mio genio
fosse in qualche modo impedito dal negozio.
Non era vero. La verità era questa:
non ero un genio.

Le Roy Goldman

«Che cosa farete in punto di morte,
se per tutta la vita avrete rifiutato Gesù,
e saprete a quel punto, che Lui non vi è amico?»
continuavo a ripetere io, il predicatore.
D’accordo! Ma ci sono amici e amici.
E benedetto tu sia, dico io, ora che so tutto,
tu che hai perduto, prima della morte,
il padre o la madre, o  il vecchio nonno o la nonna,
un’ anima bella che visse con forza la vita,
e ti conobbe a fondo, e ti amò sempre,
e non mancherà di parlare per te,
e fare a Dio un ritratto approfondito della tua anima,
come solo può fare chi è della tua carne.
Quella è la mano cui la tua mano tenderà,
perché ti conduca lungo il corridoio
fino al tribunale dove nessuno ti conosce!

Read Full Post »