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Posts Tagged ‘Solitudine’

solo

« Credere che la propria vita spirituale possa totalmente e permanentemente fondersi con quella di un altro (amico, amante, moglie, figlio) è una delle grandi illusioni da cui alla fine ci si risveglia. Il nostro vero e proprio fondo è incomunicabile, impartecipabile. Anche di fronte alle persone che più amiamo, l’ego più intimo non ha finestre. Né esso si dà totalmente all’altro, né l’altro si dà ad esso, lo penetra, vi si confonde. Non è soltanto vero che l’uomo muore sempre solo, perché nessuno lo accompagna, né lo può accompagnare, nella morte. Ma è altresì vero che, anche nella vita, l’uomo è, in ciò che ha di più suo, sempre solo con sé stesso, sempre solo. Ciascuno ha un mondo esclusivamente suo. Quello che è per davvero il suo mondo è suo soltanto.»

Giuseppe Rensi, “Lettere spirituali”

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Solit_

« Siamo animali solitari. Passiamo la vita cercando di essere meno soli. Uno dei metodi più antichi è quello di raccontare una storia pregando l’ascoltatore affinché dica, e senta interiormente,: Sì, è proprio così, o almeno è così che mi sento. Non sei così solo come pensavi »
John Steinbeck

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lupo solo

” L’opposto di solitudine non è stare insieme. È stare in intimità.” (Richard Bach).

Mi piace quest’aforisma. Sebbene molto sintetico, esprime, nella sua semplicità, la mia idea di solitudine. Non intendo quella che si cerca nella meditazione e nella preghiera, che si sospinge nella ricerca dell’ispirazione o della contemplazione estatica, intendo quella più deprimente e deleteria, sinonimo d’isolamento ed emarginazione. E’ una condizione che mi appartiene, aldilà delle apparenze, e che ho cercato più volte di comprendere nelle sue stratificazioni.
Ritorno all’aforisma dove dice: “E’ stare in intimità”.
Per me l’intimità, aldilà della sua definizione classica, ovvero una condizione di particolare vicinanza, fisica e/o emotiva, fra due o più esseri umani, presuppone un requisito essenziale: la condivisione della verità. Quella che dimora infondo ai nostri cuori: l’unica, totale, autentica. Quella che troppo spesso sussurriamo sottovoce, velata, mistificata, persino a noi stessi. Quella che non ammette aggettivi, come l’amore vero o la giustizia – la mezza giustizia o l’equa giustizia. La giustizia è una sola: o è giustizia o non lo è -.
Tornando all’intimità, non ci può essere vera intimità, o profondo scambio di essenze, se non ci si apre nella forma più totale e sincera; direi anche: disinibita. Questo limite ci spinge alla solitudine. Spalanca le porte ad uno tra i vizi più subdoli: l’autocommiserazione.
Più si restringe il cerchio dei depositari dei nostri più intimi segreti, per viltà, per vergogna, per mancanza di profondo convincimento, per stanchezza, depressione o anche per orgoglio o supponenza, più si tende a rifugiarsi nella solitudine. Si protende a quella forma di auto-appagamento che non ha niente che fare con la libertà e l’indipendenza.
A parer mio, uno dei doveri principali che ci tocca rispettare su questa terra, con rispetto ed onestà verso chiunque, è l’iterazione sociale; ma non solo, qualora gli eventi, o la nostra stessa natura, ci abbiano dirottato, bisogna puntare alla nostra piena riabilitazione reclamando corrispondenza, con fiducia ed entusiasmo.
Questo è ciò che penso, o meglio, ciò di cui soffro … a volte.
Vostro luporenna.

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No, nessuno comprende gli altri, checché si pensi, checché si dica, checché si tenti. La terra sa forse che cosa avviene nelle stelle gettate lassù? Ebbene, non maggiormente l’uomo sa quello che avviene in un altro uomo. Noi siamo lontani uno dall’altro più di quegli astri, siamo soprattutto isolati, perché il pensiero è insondabile. Conosci qualcosa di più spaventoso di questo sfiorare un essere che non possiamo penetrare? Ci amiamo l’un l’altro come se, incatenati vicinissimi, tendessimo le braccia senza riuscire a congiungerci. Ci travaglia un torturante bisogno d’unione, ma tutti i nostri sforzi rimangono sterili, i nostri abbandoni inutili, le nostre confidenze infruttuose, i nostri amplessi impotenti, le nostre carezze vane. Quando vogliamo compenetrarci, gli slanci dell’uno verso l’altro non fanno che urtarci l’uno contro l’altro. E io ho un bel volere donarmi interamente, aprire tutte le porte della mia anima: ma non riesco ad abbandonarmi. Conservo in fondo, proprio nell’intimo, quel luogo segreto di ME dove nessuno penetra. Nessuno può scoprirlo, entrarvi, perché nessuno m’assomiglia, perché nessuno comprende nessun altro.

Guy de Maupassant, “Solitudine”

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articolo-onar-dicembre

Le vittorie non sono i grandi successi.
Non sono l’arrivo al traguardo del vincitore.
Non sono la corona di alloro e l’applauso del pubblico.
Non sono il gradino più alto del podio.
Sono le vittorie che tu riporti giornalmente sulla solitudine, sulla povertà, sulla fame, sulla fatica, sulla sconfitta, sulla delusione, sull’ingiuria, sul disprezzo, sulla sofferenza.
Sono la tua resistenza alle difficoltà.
Sono il tuo coraggio nell’affrontarle.

Giulio Cesare Giacobbe, “Come diventare bella, ricca e stronza. Istruzioni per l’uso degli uomini”

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Cavoli!! Ragazzi, in tre giorni ho ricevuto quasi 200 visite. Considerato che non sono né un opinionista né un grande saggio, il traguardo è ragguardevole.
Che stia cominciando a scrivere qualcosa di sensato?
Comunque quello di cui vorrei parlare è una sensazione che si sta materializzando man mano che leggo alcune vostre introspezioni. Mi riferisco a voi, miei cari compagni della piattaforma di WordPress. Traspare spesso una condizione comune tra me e voi, di altalenante inquietudine.
Che sia un caso che ci troviamo a parlare con una certa frequenza di legami esausti, di solitudine, di manchevolezze, di disincanto?
Anche nelle note più vivaci ed armoniose, ravviso a volte un velo di malinconia, di rimpianto. Certo, potrebbe trattarsi di espedienti romantici. La letteratura ne è piena.
Alcuni articoli, però, sono dei veri e propri appelli disperati. Altri: dei proclami di guerra. Quest’ultimi, se non altro, manifestano una certa vitalità.
Se questa percezione riflettesse un reale disagio, ci sarebbe un solo termine per definirci: SFIGATI!!
Di sfigati, a dire il vero, se ne trovano in qualunque contesto.
Sono quelle persone non strettamente vittime di una disgrazia, di una sorte sciagurata. Infatti, grazie a Dio (come si suol dire) la maggior parte di noi gode di buona salute, almeno così sembra. Anche perché se qualcuno fosse affetto da qualche infermità, anche mentale, avrebbe tutt’altro a cui pensare piuttosto che disquisire sull’influenza dei social network o diffondere immagini.
Gli sfigati siamo noi, che corriamo nei boschi o andiamo a cinema da soli, senza dispiacercene più di tanto. Un po’ folli ma molto lucidi e coscienziosi. Sull’orlo della depressione ma che consideriamo uno spreco ricorrere allo psicoanalista (anche perché la maggior parte di noi ha la piena consapevolezza di cosa avrebbe bisogno).
Dove voglio andare a parare?
Da nessuna parte. Volevo solo un riscontro da voi, un’eventuale conferma. E se le mie supposizioni fossero fondate, volevo una vostra valutazione sul potere “terapeutico” della scrittura, intesa come confronto, come scambio. Insomma: da quando avete aperto il vostro blog, vi sentite meglio, si o no? Vi sentite migliorati in qualcosa?
Io personalmente nella grammatica italiana.

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