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Posts Tagged ‘Musica’

Commemorare la scomparsa di una persona celebre, a volte, da un po’ l’idea di qualcosa di strumentale, specialmente se fatto in modo frettoloso e superficiale. Moltissimi, cavalcando l’onda emozionale generale – vastissima, nel caso di Pino Daniele – si sentono in dovere di esprimere un proprio pensiero, di condividere una propria emozione. Non v’è nulla di male in tutto questo. Che ognuno dica la sua, purché lo faccia con l’enorme rispetto dovuto. Se poi il pensiero è espresso da un assiduo sostenitore o da un estimatore occasionale, poco cambia. In circostanze come queste, stabilire dei criteri di legittimità, lo trovo inutile – e anche un po’ impietoso.
Detto questo, celebro anch’io questo straordinario artista, che ha saputo amplificare certe mie emozioni all’inverosimile. Grazie a lui e grazie a me – e non solo perché conosco il napoletano.
“Io vivo come te”, la amo particolarmente.

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Svignarsela …

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“C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza.
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada nella piazza.

Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta dal dolore e dalle bombe.”

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Un benvenuto all’estate con una bella canzone, molto allegra. Mi raccomando, non vi euforizzate troppo.

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” Amo la musica sopra tutte le arti. Essa comincia dove la parola finisce: è la lingua universale di tutti i cuori che amano e dolorano sulla terra (e che altro è la vita se non amore e dolore?) ci solleva dalla realtà grigia all’impero sterminato e luminoso dei sogni; ci dà il sentimento e la nostalgia dell’Infinito. “
(Mario Rapisardi)

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Un sabato sera d’estate di diversi anni fa bussai alla porta di un lussuoso appartamento in un parco residenziale nella zona di Posillipo, a Napoli. Per la precisione: una traversa dell’elegante via Petrarca (per chi conosce la città). Era la dimora-ufficio di un noto avvocato, padre di una giovane fanciulla bella e giunonica, la stessa che venne calorosamente ad accogliermi in compagnia del fido Ciro, un bracco italiano di colore marrone chiaro; meglio ancora: tonaca di frate. E’ la denominazione corretta del colore. Un frate corpulento ed aggressivo, nel caso di Ciro.
La ragazza appariva molto angosciata all’idea di dover trascorre gran parte della notte sola in mia compagnia, dal momento che un irrevocabile impegno aveva trattenuto il resto della famiglia, il togato la moglie ed figlio, in una imprecisata località marina fino al pomeriggio seguente. Un’autentica sciagura sospirata da mesi.
Appena entrai ci soffermammo nell’ingresso con l’intento liberatorio di sbarazzarci di alcuni superflui elementi di vestiario: tentativo inutile. A causa l’eccessiva foga, Ciro interpretò come minacciosi i miei propositi (come dargli torto). Ci ricomponemmo alla meglio e ci dirigemmo momentaneamente in cucina.
Lì notai bene in vista un foglio appiccicato al frigo. Era un avviso monitorio, conteneva precise disposizioni sul corretto adempimento delle naturali necessità e bisogni di Ciro, compreso il divieto assoluto di somministrazione di sostanze alimentari per uso umano, potenzialmente dannose, (per lui), e la reclusione prolungata in luoghi angusti, privi di ventilazione e scarsamente illuminati.
Provvedemmo in breve tempo ad adempiere a quanto richiesto, avendo premura di liberare la fiera in un ampio locale sufficientemente ventilato, costantemente illuminato, destinato solitamente al ricovero di automezzi. Fatto questo ci dedicammo comodamente al soddisfacimento delle nostre necessità, comprese quelle alimentari.
In una pausa dei festeggiamenti, ci dirigemmo verso lo studio, convertibile all’occorrenza in sala d’ascolto.
Arrivato qui mi trovai di fronte ad un coro ligneo: parquet in teak e pareti rivestite in legno massello. Sulla parete sinistra, meglio sarebbe stato chiamarla navata, s’ergeva un’imponente libreria piena zeppa di tomi di ogni genere. Sulla parete opposta, invece una quantità indefinita di 33 giri e CD, quasi esclusivamente di musica classica. In fondo, al centro della terza parete (o presbiterio), c’erano loro, i gemelli McIntosh, adagiati su un altare anch’esso in legno.
Ai lati, come dei chierichetti, si ergevano due diffusori da pavimento Allison One, molto pregiati.
I gemelli McIntosh, un preamplificatore ed un finale di potenza valvolare, fino a quel giorno li avevo visti solo in fotografia, sulle riviste specializzate, proposti, più o meno, al prezzo attuale di una nuova Panda. Rimasi incantato di fronte ai due VU meter azzurro intenso.
Mi girai intorno, presi il primo disco che mi capitò a tiro, giusto per testare i due mostri, lo caricai sul giradischi Thorens ed abbassai le luci. Non avevo troppo tempo per dedicarmi ad un’accurata selezione.
Caso volle che beccai uno tra i pezzi di musica classica più struggenti che io conosca: Sonata per Arpeggione e piano D821 di Franz Schubert, magistralmente interpretato da Mstislav Rostropovich. Cosa potevo pretendere di meglio?
Sarà stata la compagnia, l’esaltazione, un po’ di vino, ma io non ricordo di aver provato mai una sensazione così intensa e suggestiva.
Lasciai il tempio a notte fonda, accompagnato dall’eco del violoncello e da sinistri latrati provenienti dal garage.

Tornando ad oggi, senza addentrarmi in un’analisi stilistica sui generi musicali del momento ma soffermandomi unicamente sugli aspetti tecnici relativi ai dispositivi di riproduzione e diffusione della musica, avrei qualcosa da obiettare. Innanzitutto i formati utilizzati sono tutti compressi, mp3 in primis, con un decadimento inevitabile della qualità.
Gli strumenti di riproduzione-diffusione sono quasi esclusivamente di tipo digitale compatto: PC, pocket audio, walkman, smartphone, cellulari e similari, altro che gemelli McIntosh, altro che efficienza di trasduzione elettroacustica. Al tempo stesso, però, devo constatare, osservando l’espressione di molti ragazzi di fronte a dei microdiffusori cinesi da 5/6 euro, mentre guardano Youtube, che assumono la stessa identica espressione inebetita disegnata sul mio volto quel lontano sabato sera.
Questo per dire che esistono momenti e momenti per ascoltare la musica, metodi e metodi, e che tra l’uno e l’altro ci può passare, qualitativamente, l’intero universo, però, se si possiede la volontà e lo spirito giusto per farsi trasportare, per volare, la tecnica e i mezzi contano davvero molto relativamente.
Oggi ho rivisto tante vecchie convinzioni, una fra tutte quella secondo la quale per apprezzare la musica in forma sublime e celestiale si dovesse necessariamente far ricorso a strumenti prestigiosi, non necessariamente i McIntosh, ovviamente, dal momento che si è sempre trattato, e si tratta tuttora, di dispositivi extralusso di valore spropositato per tanta gente.
Oggi, in conclusione, condizionato in parte dalle consuetudini, com’è normale che sia, Schubert adoro ascoltarlo anche così…

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