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Posts Tagged ‘Rapporti’

mouse_juve

Si dice che l’ironia sia il sale della vita, il pepe, il pinzimonio; sia il colore essenziale della gioia del distacco, della capacità di ridere, di sorridere, di guardare le cose da un punto di vista disincantato, e non solo. L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza, scriveva Kierkegaard, senza aderire al dramma, aggiunge Fulvio Fiori, consentendo di sdrammatizzare, di alleggerire, di guardare i problemi appesi a un palloncino, il che (sempre secondo lui) aiuta sicuramente a risolverli. Io non credo che l’ironia sia semplicemente questo. L’ironia è anche un’arma, un’abitudine. A volte, più che un effetto riuscito, è un’intenzione mancata. Di certo è una risposta spontanea e arguta che può significare:
“Amico mio, io non ho risposte competenti ed efficaci per il tuo problema, sebbene si fondato (ma non insormontabile), per cui consentimi di ironizzarci su. Magari a te basterebbe una semplice parola di conforto, con tono serio e caritatevole, ma a me, al quale non è mai stata riservata una tale premura, viene spontaneo d’agire diversamente. Di fronte a problemi risolvibili, preferisco ironizzare, soprattutto con me stesso. Certo! Se lo facessi indiscriminatamente sarei un idiota. Questo è il mio modo per starti vicino e tentare di strapparti un sorriso, sebbene tu possa fraintendermi e sentirti preso per in giro inopportunamente, in un periodo nel quale sei più distratto e vulnerabile, (questo è rischio che corro spesso, ahimè!) ma io confido nella tua intelligenza”.
Oppure può significare:
“Amico mio, io non credo che il tuo problema sia un problema reale, per cui consentimi di ironizzarci su. Mi viene spontaneo così, mi riesce bene. Questo è il mio modo per tentare di farti capire che quello che ti tormenta, al pari di quello che angoscia me, non merita la misericordia di nessuno. Siamo due emeriti imbecilli, ancor più se paragonati alle persone che soffrono realmente di mali terribili, compresi i loro familiari e tutti coloro i quali si fanno carico del loro dramma. Certo! Potresti sentirti preso per in giro, in un periodo nel quale sei più distratto e vulnerabile, e pensare che anche il nostro male sia comunque un male e che possa significare disperazione, o il preavviso di un “Male oscuro”, ma io confido nella tua (e nella mia) intelligenza, altrimenti: rivolgiti a un esperto. L’autocommiserazione non va mai sostenuta”.
Perché quest’articolo? Niente!! Sto provando un nuovo mouse.

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Certe sfide

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Io, in tutta la mia vita, avrò preteso la ragione quanto le dita di una mano. Ho rinunciato a reclamarla migliaia di volte, sin da bambino, e molto spesso l’avevo nettamente dalla mia parte. Intendo qualsiasi tipo di ragione, non solo su questioni immateriali, anche su temi pratici. Tutto questo per un’arrendevolezza, più indotta che innata, (benedetti genitori!), ove l’indole ha giocato un ruolo di esaltazione, purtroppo.
MA CHI SE NE FREGA DEL CONSENSO DELLA GENTE!! Mi ripetevo all’inizio. Quello che conta è la convinzione delle mie teorie e non la loro strenua difesa in ambito relazionale. Un atteggiamento del genere, però, tendenzialmente distaccato, comporta dei rischi, se per “GENTE” s’intende chiunque. Può provocare una certa insensibilità e superficialità nei rapporti, qualora ci si abitui a porsi nei confronti degli altri in modo costante ed uniforme, senza operare le opportune discriminazioni, tra amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro e quant’altro. Tra l’altro, si salta un passaggio importante: la validazione.
Il riscontro sulla reale correttezza dei propri principi è necessario, soprattutto se questi sono funzionali ad un progetto, ad un percorso esistenziale. Chi avrebbe potuto mai procurarmelo questo riscontro in una condizione d’isolamento? Allora, col passare del tempo, ho ritenuto opportuno esigere (timidamente) il parere e l’eventuale approvazione dei miei interlocutori, in funzione del tipo di legame e della stima che provavo nei loro confronti, mantenendo comunque un certo distacco, evitando profonde dipendenze. Esprimevo semplicemente le mie opinioni senza pretese e senza imposizioni e ascoltavo le loro ragioni, con rinnovata umiltà. L’imperativo in ogni caso era: poter fare a meno di chiunque in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. Questo mi ha evitato gravi ferite (ma non scelte sbagliate) e mi ha reso apparentemente invulnerabile, ma poi ho compreso che la vera invulnerabilità non la si conquista disertando le sfide bensì affrontandole e superandole.
Perché questo scritto? Niente!! Sto provando una nuova tastiera (nella foto).

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Chissà!

Pensatore

Spesso vorrei che certa gente, colleghi, conoscenti, parenti, amici, si dimenticassero di me. Che la presenza di persone nuove, nella loro vita, mi soppiantasse, che li distraesse dal rammarico indotto in loro, grave o minimo che sia, da qualche reciproco fraintendimento, dalla mia apatia, dai miei malumori, dalle mie estemporanee assenze, dalla mia scarsa partecipazione, dal mio apparente disinteresse per loro, per le vicende della vita in generale, per i miei ingiustificati SILENZI. Questo mi solleverebbe dai tanti sensi di colpa nei loro confronti. Dico questo perché mi rendo benissimo conto che qualunque espressione discutibile dell’animo umano – e tali si mostrano le mie – se non giustificata, anche minimamente, può indurre sospetti, interrogativi, seccature … chissà! L’ultimo dei miei intenti è quello di sembrare una persona totalmente autosufficiente, snob, superficiale e incostante nei confronti di chiunque, persino dei miei rarissimi nemici. Ma tant’è … Non posso pretendere che ognuno, a modo suo, sia in grado d’interpretare correttamente il mio umore, le mie depressioni o i miei slanci euforici, anche attraverso queste riflessioni, e che mi discolpi di conseguenza. Può darsi che una vera e profonda amicizia contempli soprattutto questa capacità, quest’impegno … chissà! Volendo cercare l’aspetto positivo in ogni vicenda, potrebbero essere proprio queste confuse situazioni a definire una sorta di “selezione”, più propriamente: una ratifica di un vero e proprio rapporto d’amicizia … chissà! chissà! chissà! Se mi sono spiegato bene … chissà!

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“ Ti racconto una storia vera Joe.
Robert ha vissuto un’adolescenza sregolata. Tra i genitori non regnava né concordia né armonia. Suo padre, troppo permissivo, non gli ha mai posto alcun limite, sin dall’infanzia. E’ egoista, autoritario. Ha sempre manifestato una mancanza d’equilibrio ed ha indotto nei suoi figli stati d’ansia e insicurezze.
Nicholas, il figlio di Robert, ha vissuto un’adolescenza difficile. Tra i genitori non regnava né concordia né armonia. Suo padre l’ha spesso vessato ed umiliato, sin dall’infanzia. E’ ansioso ed insicuro. Manifesta una mancanza d’equilibrio ed induce nei suoi figli sfacciataggine e superbia.
Stephen, il figlio di Nicholas, sta vivendo un’adolescenza sregolata. Tra i genitori non regna né concordia né armonia. Suo padre non gli pone alcuna restrizione, l’asseconda in tutto. E’ viziato, indisciplinato. Manifesta una mancanza di equilibrio e tutto lascia supporre che possa indurre nei suoi figli stati d’ansia e insicurezze.
A questo punto mi chiedo: quante generazioni debbano succedersi per interrompere certi circoli viziosi? Per dissolvere certe tare? Per liberare certe stirpi da veri e propri sortilegi? “

– Beh! Potrebbero bastarne tre Fred, se Stephen si unirà ad una donna forte, realista e coscienziosa. Una donna che sappia correggere i suoi difetti, imponendosi, e che diventi un riferimento per i figli. L’assenza di questa figura ha permesso ciò che hai raccontato, Fred, dimostrando la sua assoluta importanza. –

” Un’impresa non da poco, dal momento che credo che una donna coscienziosa sia poco propensa ad unirsi ad un uomo lacunoso. “

– Non dare mai nulla per scontato in una donna. Per amore sarebbe capace di qualsiasi impresa, che sia audace, negligente o generosa. Può darsi che questo valga anche per gli uomini. Quello che è certo, e che ho imparato dalla vita, è di non giudicare mai una donna dagli uomini l’hanno attratta, l’ultimo compreso. Si rischiano delle sviste clamorose. –

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«Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Potrai raccogliere tesori d’ogni genere, ma nulla vale quanto un amico sincero. Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore una gioia che si diffonde in tutto l’essere. Con lui si vive una unione profonda che dona all’animo una gioia inesprimibile. Il suo ricordo ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico, per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza».
(S. Giovanni Crisostomo)

Ognuno di noi, chi più chi meno, ha un’idea chiara ed attendibile di cosa sia l’amicizia. Al tempo stesso è evidente a tutti che di questo termine se ne fa spesso un uso improprio. Penso che il sostantivo “amicizia” sia in assoluto uno dei più abusati (vedi facebook).
Detto ciò, credo che, esaminando quelli che sono i requisiti essenziali che determinano la genesi ed il sostentamento di questo profondissimo ed ineguagliabile legame, alcune persone autosufficienti che nella vita hanno sempre creato le condizioni per non dipendere da nessuno, chiudendosi in rigorosa solitudine nei momenti bui, per poi aprirsi solo nei momenti di serenità e spensieratezza, non godono appieno di questo bene e al tempo stesso non lo contraccambiano correttamente. Suppongo che ciò sia causato essenzialmente da due errate convinzioni.
La prima è quella di considerare un grave disagio, per le persone che ci circondano, metterle al corrente dei nostri affanni, invocare loro aiuto, persino la semplice solidarietà. Questa è una forma di riguardo inopportuna e non richiesta in amicizia. Chi si attiene ad essa, commette l’errore di porre sullo stesso livello parenti, conoscenti e amici, senza alcuna distinzione. L’amicizia vera si fonda soprattutto sul sostegno reciproco.
Il secondo equivoco, invece, è causato dal senso di superiorità in se stessi, dall’orgoglio, non necessariamente smodato, nel senso della superbia. Questo porta a credere che nessun altro, oltre se stesso, sia in grado di suggerire una soluzione adeguata ai propri problemi, e quando la risposta adeguata non la si trova autonomamente, un caso frequentissimo, e al tempo stesso non la si cerca negli altri, si finisce in un vicolo cieco, in una condizione di stallo. Inoltre, vi è un altro aspetto dell’orgoglio che mina qualunque rapporto d’amicizia: la tendenza a nascondere le proprie debolezze, i propri limiti, a tutto discapito della sincerità.
Ovviamente, qualunque disposizione dell’animo umano è fatta di mille sfumature, senza alcuna soluzione di continuità. Si può essere perfettamente conformi ad una certa tipologia di carattere oppure, semplicemente, non essere immuni da certe tendenze.
Non mi dilungo su quest’aspetto, esistono figure professionali preposte alla classificazione esatta e allo studio di qualunque tratto della psiche umana.
Per quanto riguarda me, trovandomi sempre nel mezzo di tutte le cose: né carne né pesce, nessun eccesso (una normalità sconcertante), ritengo di non essere anch’io, come tanti, immune da certe tendenze. A dire il vero, io credo di non essere immune da qualunque tendenza, escluse, naturalmente, quelle più estreme.
Fatta questa premessa, io, che ho sempre avuto la predisposizione ad ascoltare chiunque, mi trovo, per un motivo per un altro, in questo preciso istante della mia vita, a non vivere materialmente un solo rapporto di amicizia che si possa definire tale, vero, assoluto, incondizionato, che soddisfi, cioè, di tutti i requisiti richiesti, indispensabili per sua sussistenza. Sarei nel guado completo se non ci foste voi, per quanto immateriali siate e per quanto possa io farvi partecipi dei miei tormenti.
Questo mi induce a pensare che non tutti i rapporti di dipendenza tra esseri umani sottintendono una costrizione, una limitazione.
Quando si ha la netta consapevolezza di aver trovato un amico vero, bisogna tenerselo stretto, saldarsi a lui, creare dipendenza, forse ancor più del partner. Un amico è per sempre ….

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Certi amori

Certi amori
sono fiori di scarpata.
Si insinuano testardi
tra macigni acuminati.
Non li scorgi,
non li senti.
Affondano radici
tra le crepe d’un legame.
Resistono all’incuria,
ai rigori dell’inverno.
Si sostentano con nulla.
Certi amori
sono sfide,
sono scherzi del destino.
Attecchiscono spontanei,
senza un tocco di campana.
Sono figli clandestini
che Dio mai benedirà:
il riscatto di una vita
o una pena ancor più atroce.

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Mia adorata Juliette, quante volte ho sostenuto le vostre ragioni. Mai ho preteso forzatamente la vostra vicinanza. Ho sempre dominato ogni mio istinto e mi sono sempre accontentato di tutto ciò che spontaneamente e in pena libertà mi avete offerto: sospiri appassionati e dolci labbra. Di questo dovete darmene atto.

– Certo che ve ne do atto Adrien, così come dovete dare atto a me che oltre a sospiri appassionati e dolci labbra vi ho offerto qualcosa di più significativo, nonostante sia impedita dal terrore; dalla paura ci scoprano –

Io comprendo i vostri timori, madame, sappiatelo, sebbene a volte appaiano assai poco giustificati, ma questo rende ancora più prezioso quel gesto temerario.
Io benedico il cielo tutte le volte, e mai così incantevole mi pare l’origine del mondo.

– Caro Adrien, siete davvero originale. L’unica persona capace di farmi sorridere di gusto. Gustave Courbet potrebbe però trovare ingiusto un tale accostamento –

Se Gustave Courbet avesse avuto voi come modella, oltre all’origine del mondo ne avrebbe dipinto certo anche la fine.

– Voi mi viziate, Adrien, con queste assidue adulazioni. Ormai non posso più farne a meno. Io non mi sono mai sentita così desiderata e questo è frutto della vostra abilità –

Tra poco scoprirete che sono abile anche a ferire.
Io apprezzo la sincerità e la spontaneità con la quale mi parlate senza alcuna reticenza. Ho sempre auspicato un tale spirito e farò in modo che mai nulla al mondo potrà reprimervi.
Voi vi unite carnalmente con vostro marito, madama Juliette, per vostra ammissione, e lo fate per costrizione, proprio quando non potete più sottrarvi alle sue incalzanti richieste, perché di vostra iniziativa ne fareste volentieri a meno … giusto?

– Giustissimo, Adrien, dovete crederci –

Ed io ci credo. Quindi l’amplesso accade di rado e il tutto potrebbe intendersi come il semplice adempimento di un dovere coniugale, estorto con ricatto, aggiungo io. Perché di tale meschinità ormai si tratta.
Io ho in mente le vostre lamentele, madame, di come, a fronte di un legittimo rifiuto, il vostro carceriere s’inquieta.

– E trascura per dispetto anche i bambini. Voi sapete per me cosa vuol dire. Io miro alla loro serenità prima di tutto –

Questo lo capisco, mia adorata, ma è giusto che conosciate anche le mie ragioni.
Nonostante i vostri inviti a non pensarci, mi procura turbamento che quell’uomo vi possegga. Voi obietterete che la cosa non dovrebbe angustiarmi perché quando decideste di sposarlo, non faceste tale scelta a mio discapito. Io ancora non c’ero.

– Ben diverso sarebbe stato il nostro destino, Adrien, se vi avessi incontrato prima –

E ben diverso anche il futuro, ma di questo nulla è noto … forse: scritto.
Quel che è certo è che ogni volta che quel rozzo vi ghermisce, e gode indisturbato delle vostre splendide fattezze, mi apparite meno pura: contagiata.

– Finiamola questa farsa, Adriano, e dimmi al posto mio tu che faresti –

Me l’aspettavo questa domanda, Giulia, ma con te non posso esprimermi in modo obiettivo, e anche se volessi, se mi sforzassi di pensare al femminile, con te non sarebbe sufficiente. Io nel corso degli anni mi sono fatto una certa idea sulle donne – quelle normali, senza vizi estremi – sui loro processi mentali, di quanto più complessi e suscettibili siano rispetto a quelli maschili. Ho sempre creduto che certe situazioni un po’ forzate, costrette, o semplicemente non ottimali, condizionassero sensibilmente il loro grado di coinvolgimento, la loro spontaneità. Che inibissero, quindi, qualunque slancio, soprattutto di natura sessuale.  Nel tuo caso, invece, quando tu scopi con quell’essere, e lo fai senza passione, almeno spero, avviene qualcosa che per me è incomprensibile, ed è l’unica cosa che davvero mi arrovella.

– E sarebbe? –

Che raggiungi l’orgasmo.

 – Ah! tesoro mio, non posso farne a meno, altrimenti s’inquieta e mi tormenta –

Certe cose non dipendono dalla nostra volontà a meno che non assuma il comando del cervello qualcosa che s’infiamma tra le gambe.

luporenna, “Il tempio dei sospiri”

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In merito all’articolo precedente “Sull’amicizia tra maschi e femmine” a seguito di un’autentica valanga di risposte (2), sento il dovere di integrarlo con una nota chiarificatrice. A tale scopo, come spunto di riflessione, prendo una risposta a caso.
Qualcuno potrebbe essere sfiorato da un sospetto su quale sia la nota oggetto delle mie attenzioni. La risposta selezionata è quella di (la scelta è davvero imbarazzante) ………….. Proserpina (perdonami cara se divulgo a mezzo mondo i ca**i tuoi). Ve la ripropongo:
“Per quale motivo il sesso non dovrebbe complicare le cose?
Non so tu, ma io sono stata a letto solo con persone che mi hanno emotivamente travolto. Poi qui i doppi sensi fioccano, ma credo che il punto sia effettivamente questo: quanta e quale importanza si da al sesso. Perché per molti è – davvero – solo ginnastica, ma per altri invece no…”
Meno male Pros che hai ristretto notevolmente il cerchio parlando di soggetti che considerano il sesso solo ginnastica e quelli che vanno a letto solo con persone emotivamente travolgenti, altrimenti qui, considerata la vastità dell’argomento, non ne saremmo usciti facilmente. Oltretutto, a facilitare il compito, c’è un aspetto che li accomuna: in entrambi i casi esercitano pratiche notoriamente salutari, una per il corpo e l’altra per la mente.
Detta questa prima caz***a, vengo alla tua saggia e correttissima osservazione, e ciò che il punto cruciale è tutto lì: quanta e quale importanza si da al sesso.
Allora io aggiungo, più genericamente, quanta e quale importanza si da alla vita di coppia nel lungo periodo.
Io credo che ognuno di noi, da uno stabile rapporto di coppia, superato un primo periodo più o meno lungo, cerchi essenzialmente tutti quei requisiti, quelle condizioni, quegli elementi, quella solidità caratteristica inequivocabile di un vero rapporto d’amicizia. Il punto critico, a parer mio, è concentrato in quel primo periodo. Per primo periodo intendo, sommariamente, quella fase evolutiva che comprende: l’avvicinamento, l’attrazione, l’innamoramento, la passione amorosa. Quella fase alla quale s’accompagnano tutta una miriade di sensazioni, di emozioni, di riflessi consci ed inconsci, di attese, palpitazioni, allucinazioni, campane, campanelle, farfalle, inquietanti interrogativi.
Queste cose, in una transizione da amicizia a stabile rapporto di coppia, in un certo senso sono attenuate, in parte compromesse se non addirittura perse integralmente. Semplificando: si salta un passaggio. Perché?
Per due ragioni, secondo una mia modestissima supposizione (se ne fossi certo farei concorrenza a Raffaele Morelli). La prima è che tra due amici manca la sorpresa, il mistero, l’imprevedibilità. Dell’altro si sa tutto, vita morte e miracoli. Si soffoca l’immaginazione e lo spirito di conquista … e non è poco.
La seconda è che ognuno di noi nel rapportarsi con il prossimo, in funzione degli argomenti trattati, si cala in una parte, assume, chi più chi meno, un ruolo. Tra due amici, poi, interpretazione è ancora più sentita, radicata, profonda, coinvolgente. In queste condizioni, non è semplice, ad esempio, per una donna, indossare ora i panni della sorella confidente (o della paziente), e di li a poco, con estrema disinvoltura, indossare quelli della languida gatta morta (a dire il vero, questo è un problema che riguarda, in generale, un po’ tutte le coppie).
Per molti maschi vale lo stesso identico discorso, ma per altri, un’altrettanta folta schiera, tutto è più semplificato. Il più delle volte, a suggerire le mosse giuste, viene in soccorso una voce interiore proveniente da un’area localizzata più o meno ….. beh! Potete immaginare dove.

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Immaginiamo che tra un maschietto ed una femminuccia s’instauri un rapporto di intima amicizia, per effetto di profonde affinità, sintonie, comuni intendimenti, propositi, gusti, tendenze, rispetto, totale fiducia e primo fra tutti, a parer mio: comune senso dell’umorismo e dell’ironia. Intendo quelle coppie di amici affiatatissime il cui principale passatempo, oltre che scambiarsi l’affetto, l’essenze, gli umori, è di prendersi per il culo. Due anime che rappresentano vicendevolmente, l’uno per l’altra, un figura fondamentale, esclusiva, insostituibile.
Immaginiamo che questi due esseri, come capita spesso nella realtà, arrivino a preferire di trascorrere più il tempo tra di loro anziché con i rispettivi compagni (fidanzati, coniugi ecc.. ecc..), perché ci si comprende meglio, in una forma più disinibita, spontanea, o anche solo perché ci si diverte di più.
Detto ciò, io che nel mio modo di pensare, per molti aspetti, sono allineato a tanti milioni di maschietti, pur essendo particolare per altre ragioni, chiedo a voi femminucce (si tratta d’un quesito irrisolto che fa parte essenzialmente del mio passato): perché a differenza nostra, almeno statisticamente, a voi non sfiora neanche minimamente l’idea di condividere anche il rimanente 1% della propria esistenza: il bene “effimero” di una passione?
Perché tendenzialmente siete meno propense alla “mutazione” di una profonda amicizia in amore?
Perché molte di voi accomunano istintivamente l’amicizia con l’altro sesso al legame fraterno, nel senso stretto del termine?
Una mia cara amica mi ha scritto di recente una nota sull’argomento. Ve ne riporto un passaggio:
“Ci sono certi rapporti che sono lì lì, proprio sulla linea di confine tra amicizia e amore e per esperienza personale ti posso confermare che sono i più belli, i più intensi, i più divertenti ed anche i più devastanti. Solo che il sesso complica SEMPRE le cose, e su questo bisogna essere onesti ed anche un pelino schifosamente retorici.”
Perché il sesso complica sempre le cose, PROSERPINA!!!? Per quale arcano meccanismo?
Io posso comprendere che un argomento simile venga proposto come scusa generica, specialmente per quelle femmine che fanno della gradevolezza estetica maschile un requisito fondamentale, com’è assolutamente legittimo che sia, evitando quindi di ferire l’orgoglio maschile ricorrendo a frasi fatte tipo: “per me sei troppo importante come amico”; “non voglio assolutamente rovinare un rapporto così bello”; “non riesco ad immaginarti sotto una veste diversa” e via dicendo.
Un’altra frase ricorrente che poco comprendo è: “Purtroppo la scintilla non è scattata”.
Ma è proprio importante che scatti questa benedetta scintilla? (secondo la teoria della mia ex collega Molli con la quale abbiamo condiviso gioie e dolori), e soprattutto: qualcuno mi sa spiegare chiaramente cosa cavolo rappresenta per voi questa scintilla? Non sarà semplicemente il piacere immenso di stare insieme dalla mattina alla sera per parlare di tutto o di niente o godere congiuntamente di piccoli piaceri quotidiani e magari farsi pure una scop …. insomma: condividere anche certe intime pulsioni, senza prendersi troppo sul serio, sessualmente parlando?
Forse la differenza d’atteggiamento tra i due sessi in materia è semplicemente dovuta alla caratteristica, o alla capacità, di molti maschietti, relativamente ad un “topico” argomento, di essere più reattivi, meno esigenti, meno complicati, di discriminare meno e soprattutto di farsi pochissimi scrupoli (purché si trombi)?
A parte quest’ultima piccola provocatoria semplificazione, concludo dicendo che secondo me troppi rapporti di coppia finiscono a puttane semplicemente perché da subito non ci si è posti l’uno rispetto all’altro in modo sincero, libero, onesto, spontaneo, disinibito, dando un’immagine di se magnificata artificiosamente, tutto quello che in un rapporto di vera e profonda amicizia mai è accaduto, mai può accadere e mai accadrà.
V’è un’unica sorpresa alla quale può andare incontro un’unione nata da un’intima amicizia, è di carattere strettamente sessuale (ancor più: anatomico), ma quella, con un pizzico d’ironia e di comprensione può dare origine solo ad una bella risata …. e non è poco.

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Sapete chi è Leonard Zelig?
E’ il protagonista di un film di Woody Hallen ambientato in America negli anni 20. Un autentico capolavoro tragicomico del 1983. Con queste parole lo stesso regista ne spiega il significato:
«Con Zelig volevo parlare del pericolo che si corre abbandonando il proprio vero io nello sforzo di piacere, di non creare problemi, di inserirsi, e di dove questo possa condurre una persona in ogni aspetto della sua vita, compreso quello politico, ovvero, ad un estremo conformismo e ad un’estrema sottomissione della volontà».
A causa di una bizzarra patologia, che non viene preservata dal crudele processo della mercificazione, Leonard Zelig si trova ad assumere sembianze di volta in volta diverse, imitando passivamente gli altri, copiandone usi, costumi e persino la fisionomia. Gli effetti che ne derivano sono esilaranti: Zelig si trova ad essere nero tra i neri, francese tra i francesi, nazista tra i nazisti, diventando così l’emblema del conformismo e dell’inautenticità. È come se Zelig scaricasse sugli altri la responsabilità dell’azione. Egli si mimetizza da perfetto camaleonte e rinuncia alla propria identità per vivere nell’invisibilità e nella sicurezza.
Spesso credo di somigliare a questo personaggio. Capita quando rinuncio alla mia identità per diverse ragioni, alcune note ed altre meno. Una su tutte, fra quelle comuni, un’eccessiva accondiscendenza, causata un po’ dalla stanchezza, dalle disillusioni, dai malumori e soprattutto dall’indole, ahimè, tendenzialmente poco combattiva. Anche in condizioni favorevoli, infatti, raramente mi cimento in appassionate difese delle mie ragioni, salvo delle sporadiche e civili rivendicazioni di alcuni diritti basilari.
In ogni caso presto sempre attenzione ai miei interlocutori. Non ho mai snobbato nessuno, neanche il peggiore dei miei rarissimi nemici.
Detto ciò ci sarebbero ora da analizzare le ragioni innate, quelle presumibilmente legate alle mie (e di tanti altri maschietti) interazioni col variegato universo femminile. Di queste ne divulgherò l’elenco quando mi sarà consegnato dal mio psicoterapeuta.
Tornando alla questione, quindi, a volte ho delle crisi d’identità, altre volte, invece, pervaso da uno spirito di autoassoluzione, penso che tutto sommato il mio atteggiamento non comprometta la stima dei miei tratti caratteriali, che mi caratterizzi comunque in una forma esclusiva, e soprattutto: che non sia tanto deprecabile. Lo stesso psicanalista Allan Fromme un certo senso mi assolve quando dice: “Un tratto di sicuro successo, per introdursi in ogni situazione sociale, è l’arte di capire la gente, per poter stabilire adeguate modalità di relazione.”
Vero è che il dott. Fromme per “adeguate modalità di relazione” credo che intenda l’attuazione, a seconda delle circostanze, di opportuni criteri comunicativi ed interpretativi. Dei metodi mirati al fine di relazionarsi nella migliore forma possibile, nell’assoluto rispetto dei propri interlocutori. Immagino, senza snaturarsi, senza negare la propria identità. Altra cosa, invece, è imitare, emulare, impersonare, immedesimarsi, assecondare indiscriminatamente il prossimo, i suoi gusti, le sue tendenze, magnificarne addirittura le pochezze, le nullità, assumendo atteggiamenti, linguaggi, forme comunicative, anche in forte contrasto tra di loro, per il solo scopo (presumo) di soddisfare un riflesso inconscio: un desiderio d’approvazione e di consenso (ne parlo già nelle mia presentazione) a volte condizionato da un ulteriore riflesso: quello sessuale.
E’ questo che succede a me o è soprattutto filantropia? Prima o poi ne verrò a capo.
Concludendo, ultimamente mi vengono degli strani pensieri, relazionandomi a due persone straordinarie, presumibilmente agli antipodi, una rispetto all’altra: Mistral e La Disfunzionale (perdonatemi se vi cito).
Immagino l’eventuale sorpresa di Mistral se leggesse quali termini adopero (da turpe maniaco alcolista) nel rispondere agli articoli de La Disfunzionale (sul suo blog e non solo), dal momento che mai e poi mai mi esprimerei nei suoi confronti con una benché minima volgarità. Viceversa, immagino la sorpresa de La Disfunzionale se leggesse con quale garbo e delicatezza commento le perle di Mistral. Già me l’immagino: “Ma tu guarda ‘sto paraculo che personcina a modo diventa in certi momenti ”
Io non so fino a che punto sia una cosa normale ma avrei piacere di colloquiare con questi due stupendi opposti nella stessa identica misura, pur ponendomi in modo diverso (almeno immagino).
Comunque che nessuno si permetta di dirmi: “Sii sempre te stesso” perché non saprei proprio cosa fare, che pensare, che dire.

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