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Posts Tagged ‘Scrittura’

Avviso ai lettori

napolitano

Nell’eventualità che qualcuno, tralasciando i contenuti dei miei articoli, dovesse trovare il mio stile di scrittura – chiamiamolo così -, per nulla accattivante, molto formale, poco scorrevole, privo di enfasi, quindi, assolutamente non idoneo a qualsiasi genere letterario, soprattutto narrativo, beh! sappia che ha tutta la mia approvazione. A mia discolpa, aggiungo, semplicemente, che se faccio ricorso a questa forma – un po’ meno nei racconti – è per esigenza di sintesi, per tentare di condensare nel minor spazio possibile il maggior numero di concetti, informazioni, ecc.. Nel rileggermi, a volte, molti dei miei post sembrano dei verbali dei carabinieri, pieni zeppi di termini tecnici e avverbi. I migliori assomigliano a dei discorsi di Napolitano. Si può dire che nel mio caso, più che il “Verbo”, “L’avverbio s’è fatto carne”, rispettosamente, ovviamente.

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Clown_triste_1

Non so fino a che punto sia vero, ma ho l’impressione che in qualunque scritto, in qualunque discorso, persino nelle poesie, in tutte quelle parole in libertà mescolate tra di loro col nobile intento di suscitare emozioni, la prima cosa che un lettore, o ascoltatore, tenta istintivamente di cogliere, sia un segnale di speranza, un insegnamento o una battuta di spirito. E’ la presenza di queste positività, che per molta gente da un senso compiuto a certi pensieri, che l’impreziosisce. Per tale ragione, una qualsiasi esposizione dalla quale non traspaia almeno uno di questi elementi, non può suscitare, secondo me, particolare interesse né tantomeno, essere pienamente condivisa. Mi riferisco, ad esempio, a certi sfoghi, a certe amare considerazioni esistenziali, spesso dettate da un momento di smarrimento, oppure a certi consuntivi fallimentari fini a se stessi, privi d’aspetti propositivi. Queste costernazioni, normalmente, sarebbe opportuno che rimanessero confinate nell’ambito di intimi scambi, e non enunciate apertamente, tuttavia bisogna tenere presente che tra i fondamentali principi ai quali si ispirano tutte quelle anime che comunicano pubblicamente, per svago, per esercizio, per passione, per amore, senza alcuna remora, su qualunque argomento e con qualunque accento, e soprattutto, senza alcun fine professionale, e per nulla motivati da un’ossessiva ricerca di consenso e notorietà, come i blogger, vi è quello della condivisione incondizionata dei propri sentimenti e stati d’animo – qualcosa che, forse, più che un’ispirazione è un imperativo.
Ultimamente, anch’io mi sono lasciato andare a delle disamine che lasciano davvero poco spazio all’ottimismo, alla speranza, anche se giustificatamente – per la verità, anche scavando in passato … – così come tanti altri imbrattamonitor, e sono rimasto, inizialmente, abbastanza perplesso sull’opportunità o meno di rendere partecipe chiunque di certe mie vicende, di certi miei dubbi – quando si scrive, spesso, ci si fa prendere un po’ la mano, si perde un po’ di vista il fatto che, potenzialmente, potrebbe leggerci chiunque e chiunque potrebbe trovarci assolutamente patetici, evvabbé!! – ma poi, considerato il tutto, ho ritenuto di non dovermi astenere. Purtroppo, non sempre posso far leva sulla mia arma migliore, con le dovute proporzioni, ovviamente, un collaudato senso dell’umorismo e dell’autoironia, anche se, tra i miei più assidui lettori, c’era colei che con questo codice, e solo ed esclusivamente con esso, avrebbe voluto che mi esprimessi – o vuole ancora che mi esprima, ininterrottamente. Di questo ne sono certo.

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marguerite yourcenar 01

«La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana, pressappoco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri».

Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”

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«Ma quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, solo per il mio occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le cilecche e le papere. A questa velocità devo sparare al mio argomento i colpi più diretti e fulminei, e così devo mettere mano alle parole, e sceglierle e lanciarle, senza maggior indugio di quanto me ne occorre a tuffare la penna nel calamaio.[…]
Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto: tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da trasmettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte. Il requisito principale (ho pensato rileggendo i miei vecchi diari) non è fare la parte del censore, ma scrivere come detta l’umore, e di qualunque cosa; perché mi ha incuriosita la mia passione per le cose buttate alla rinfusa, e ho scoperto il significato proprio là dove allora non lo vedevo. Ma la scioltezza si muta facilmente in sciattezza. Occorre un piccolo sforzo per affrontare un personaggio o un episodio che deve essere annotato. Né si può consentire alla penna di scrivere senza guida; si rischia di diventare pigri e trasandati.»

Virginia Woolf, “Diario di una scrittrice”

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“Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, “creature di sangue caldo e nervi”, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.”

Raymond Carver

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Le crisi segnano le tappe fondamentali dell’esistenza umana in special modo per quegli individui in continua evoluzione: un po’ instabili.
Il passaggio da una fase all’altra della vita, da uno stato all’altro, transizioni segnate da un qualunque mutamento sostanziale, dall’esaurimento di una fase propulsiva, sono sempre caratterizzate da un momento centrale nel quale non si hanno più le certezze del passato. I convincimenti più o meno consolidati si rimuovono o si modificano, sia perché non più accettati sia perché ormai raggiunti ed esauriti.
Ad aggravare la situazione contribuisce spesso la mancanza di definizione di ciò che si vorrebbe creare in alternativa. Probabilmente perché non ancora concepito o perché abbozzato solo in forma astratta. Ci si accorge soltanto che così non va, ma non si sa bene ciò che si desidererebbe realizzare.
Tale condizione provoca un’instabilità emotiva che rappresenta un po’ la terra di nessuno. Questo stato si definisce crisi, ed ho buone ragioni di credere che diversi blogger che operano su questa piattaforma WordPress ne siano affetti, me compreso.
E’ un momento in cui si hanno tutti i pezzi smontati e si devono rimontare aggiungendo del nuovo, una fase in cui gli eccessi si notano, tutto è amplificato: grande è la gioia, grande è il dolore, grande la fatica, grande anche la creatività.
A questo stato generalmente si accompagna un disordine emotivo, un caos che è generato da una vulnerabilità interiore.
Per spiegare questa condizione alcuni esperti ricorrono all’immagine del corpo di armata, ovvero un esercito guidato da un generale ipervulnerabile, pervaso da timori ed incertezze.
A causa del caos determinato dalla successione convulsa di ordini e contrordini, compagnie, battaglioni, plotoni si incrociano in tutti i sensi, e quando il disordine è al massimo, presa dal panico, l’armata non opera più: i soldati gettano le armi e cercano scampo abbandonando il generale al suo destino. In queste condizioni, nei casi più accentuati, si rischia la depressione.
Il quadro sintomatologico che tipicamente si accompagna comprende: inerzia, apatia, abulia, bradicardia e, come indicato nel titolo, ipotensione diastolica.
Cos’è l’ipotensione diastolica? E’ la pressione minima troppo bassa (inferiore a 60 mmHg, millimetri di mercurio).
A questo punto mi sento di fare una prima affermazione, rivolgendomi alle persone che sentono d’appartenere ai soggetti in esame, e cioè che per uscirne spesso non è sufficiente la consapevolezza della propria condizione, anche se importante.
Quando lo stato d’instabilità persiste per troppo tempo e non lascia intravvedere alcuna via d’uscita, sarebbe meglio rivolgersi ad uno specialista (grazie al ca…volo, aggiungerebbe qualcuno), prima che lo scorrere degli anni ci privi, inesorabilmente, di ogni residua risorsa.
Se invece pensiamo, in modo lucido e razionale, che qualunque soluzione terapeutica ci venga suggerita non potrà mai oggettivamente rimuovere i macigni che ci opprimono in questo preciso istante della vostra vita, a causa di qualche condizionamento transitorio, (un compito che spetta solo ed esclusivamente a noi stessi): SCRIVIAMO!! SCRIVIAMO!! SCRIVIAMO!! E confrontiamoci, raccontiamo le nostre esperienze, o più semplicemente: tutto ciò che ci passa per la testa, con enorme rispetto verso le persone che ci contattano, che lasciano un commento, che ci stimano.
A me procura grande conforto e credo che lo stesso sollievo possa procurarlo anche a voi.
Perché quest’articolo? A chi è rivolto?
E’ un semplice incitamento che rivolgo innanzitutto a me e a tutti quelli che spesso si lasciano sopraffare dall’apatia, tenendo presente che da un fruttuoso scambio di riflessioni, d’esperienze, di propositi, non è escluso che possano nascere degli interessanti spunti di valutazione, degli stimoli, delle idee, delle aperture a volte anche risolutive … perché no!

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Riprendo un mio recente post su Charles Bukowski che ho intitolato “Che vita sarebbe senza Bukowski”. Sento il dovere di integrare l’articolo con una piccola nota. Non vorrei essere catalogato frettolosamente come un suo seguace radicale, un edonista a tutti gli effetti (un minimo sospetto comincia a serpeggiare). Sappiate che io ho concluso una mia poesia con queste parole:

“animo angusto
colui che traduce
in unico moto
del fato la tela.”

ma è pur vero che :
“EXCUSATIO NON PETITA RECUSATIO MANIFESTA” (una giustificazione non richiesta rende nota una colpa, per chi non mastica il latino).
Comunque andiamo avanti.

Charles Bukowski ha indubbiamente vissuto una vita dissoluta. Non si può certo considerare un soggetto irreprensibile, un esempio di moralità, almeno secondo certi canoni universalmente stabiliti. Alcuni valori sono totalmente banditi dal suo vocabolario. Basta leggere alcune sue dichiarazioni come quella che segue:

“Il matrimonio, Dio, i figli, i parenti e il lavoro. Non ti rendi conto che qualsiasi idiota può vivere così e che la maggior parte lo fa?”

Ciò nonostante bisogna riconoscere che certi aspetti della sua frizzante creatività, del suo istinto ribelle, del suo anticonformismo, del suo amore per la libertà interiore hanno costituito un vero e proprio riferimento. Uno stimolo soprattutto per tanti artisti.
Ad esempio, chiunque voglia intraprendere la nobilissima carriera dello scrittore o del poeta (tipo il sottoscritto), secondo me non può fare a meno di sapere che c’è stato un genio assoluto che in merito a ciò ha scritto questo (è una mia riproposizione di una sua poesia):

E cosi vorresti fare lo scrittore

Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto,
non farlo.
A meno che non ti venga dritto dal cuore
e dalla mente e dalla bocca e dalle viscere,
non farlo.
Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer,
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
Se lo fai per soldi o per fama,
non farlo.
Se lo fai perché vuoi delle donne nel letto,
non farlo.
Se devi startene lì a scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
Se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
Se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e pretenzioso,
non farti consumare dall’autocompiacimento.
Le biblioteche del mondo hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te,
non aggiungerti a loro,
non farlo.
A meno che non ti esca dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo non ti porti alla follia
o al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
A meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato, si farà da se
e continuerà finché tu morirai o morirà in te.
Non c’è altro modo,
e non c’è mai stato.

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