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Archive for the ‘Divulgazioni pseudoscientifiche’ Category

ovulo

Ancor oggi nel 2013, capita di imbattersi in rimpalli di responsabilità, tra maschi e femmine, sulla determinazione del sesso dei nascituri. Prendiamo, ad esempio, quello che dicono le donne:
Gli spermatozoi appartengono a due categorie: quelli che daranno vita a ad una femmina, i ginospermi, provvisti di un cromosoma chiamato X, (designato dai genetisti come 46,XX), e quelli che daranno vita ad un maschio, gli androspermi, provvisti di un cromosoma denominato Y (46,YX). Essendo l’elemento variabile X, Y, introdotto, nell’intero processo, esclusivamente dal maschio, ne consegue che sua è la responsabilità nella determinazione del sesso del nuovo nato.
L’altra campana: quello che dicono gli uomini (su basi scientifiche ancora più specifiche):
“Mia moglie non è capace di fare un maschio.” ; “Mia moglie non sa fare che femmine.”
Chi ha ragione?
Facciamo un po’ di chiarezza, partendo dalle affermazioni più sensate: quelle delle donne.
Gli spermatozoi che contengono il cromosoma sessuale Y sono nettamente diversi dagli altri che portano invece il cromosoma X. La diversità consiste, sul piano della forma, nella caratteristica di una testa più piccola ed arrotondata. Questa forma è stata verificata e confermata al microscopio elettronico. Sul piano della funzionalità, gli androspermi sono più vivaci, più veloci, hanno però meno carica vitale, sono meno resistenti, hanno minore durata e sono più sensibili alle condizioni esterne negative. Gli spermatozoi che contengono il cromosoma sessuale X, i ginospermi, sono, invece, sul piano morfologico, con la testa più grossa e di forma oculare. Sul piano della funzionalità, quest’ultimi sono più lenti, meno veloci, ma in compenso hanno maggior carica vitale, sono più resistenti, più duraturi e meno sensibili alle condizioni esterne negative.
Volendo trarre subito, da queste differenti caratteristiche, alcune deduzioni circa i diversi possibili comportamenti degli spermatozoi ai fini della fecondazione, si può dire che, in condizioni esterne ottimali, se tutti gli spermatozoi, sia androspermi che ginospermi, partono allo stesso momento, saranno solo gli androspermi, però, appunto perché più veloci, che arriveranno primi alla meta: destinazione ovulo. In condizioni esterne disagiate, invece, pur partendo tutti insieme nello stesso momento, solo i ginospermi riusciranno ad arrivare primi, anche se con fatica, proprio per la loro energia e resistenza. Un po’ quello che succede nella vita, osservando l’andamento tra gli stessi maschi e femmine in presenza o meno di difficoltà esistenziali. Ovviamente esistono condizioni esterne intermedie nelle quali le probabilità di successo si ripartiscono equamente, sia nell’utero che nella vita.
L’elemento principale che determina, in funzione della sua variabile consistenza, le situazioni esterne (il grado di fertilità) è il muco cervicale. E’ un processo di ovvia competenza esclusiva della femmina (per chi non lo sapesse) che avviene in modo del tutto particolare e che esige una trattazione lunga e dettagliata.
Da tutto ciò se ne può dedurre, con buona approssimazione, che le responsabilità sulla determinazione del sesso del nascituro sono da ripartirsi, com’è giusto che sia, tra maschi e femmine.
Ritornando, in ultimo, agli spermatozoi, si può comprendere quanto non sia per nulla impossibile, dal punto di vista puramente tecnico, proprio grazie alla loro diversa conformazione strutturale, separare meccanicamente gli androspermi dai ginospermi (per centrifugazione, filtratura, o quant’altro), consentendo, di conseguenza, in fase di inseminazione artificiale intrauterina, una predeterminazione, su richiesta, del sesso del nascituro. Si tratta di una pratica non consentita che vi sconsiglio vivamente di praticare in ambito domestico, con qualsiasi mezzo: filtri, passini, frullatori, Bimby,  nonostante l’elemento primario sia notoriamente a portata di mano.

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Vescovo

“ Mi sento così rilassato oggi, così in pace con me stesso, soddisfatto e senza pensieri. Cos’ho che non va? “ (Woody Allen)

Partendo dal pensiero della mia saggia amica Antonella Ferraro sull’autoironia:
“ Molti sono portati a pensare che l’autoironia sia un segno di forza. In realtà, è esattamente l’opposto: è segno di fragilità, una specie di meccanismo di difesa. Un po’ come dire: “Me lo dico io, da solo, prima che me lo diciate voi “,
credo sia giunto il momento di spendere due parole su quest’atteggiamento, su questo modo di porsi, del quale, io personalmente, ne ho fatto la mia filosofia di vita.

Dalla rete (integrato dal sottoscritto) :

“ Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona.” (Hermann Hesse)
In psicologia l’ironia e l’autoironia sono molto studiate come fenomeni relazionali, addirittura il padre della psicanalisi Sigmund Freud, ne “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” , ha fatto uno studio sistematico su questo tipo di comunicazione.
L’ironia in generale è sempre stata vista in maniera negativa in quanto il linguaggio comunicativo deve essere chiaro e funzionale, mentre di base essa è un’ “inversione di senso”. In realtà la sua apparente contraddittorietà  ha uno scopo più profondo e relazionale che prescinde dalla chiarezza del linguaggio. L’autoironia mette in evidenza ciò che della persona è più celato. E’ un diverso tipo di comunicazione che si rivela essere efficace ad ottimizzare i rapporti interpersonali e può essere usata a scopi terapeutici. Fare autoironia significa ridere di se stessi con la piena consapevolezza della propria condizione di vita, dei propri limiti e della propria fragilità riuscendo a sdrammatizzare con un tipo di comunicazione che stimola umiltà, modestia e coraggio. Si può avere un uso diretto e cosciente dell’autoironia in diversi contesti ed in rapporto a determinate situazioni.
Sei tipi di autoironia :

  1. Autoironia come strumento positivo di coscienza di se stessi, nel caso in cui prendersi in giro è piena accettazione della propria condizione. In questo caso si riesce a rendere noto agli altri una propria debolezza, o difetto, sottolineando che ciò non costituisce motivo di sofferenza (Ironia socratica).
  2. Autoironia come strumento di punizione. In questo caso prendersi in giro è mettere in evidenza le proprie incapacità, i propri limiti, con lo scopo di autopunirsi. Il significato latente comunica una situazione di sofferenza.
  3. Autoironia come strumento salvafaccia per salvarsi dalla vergogna e da una situazione imbarazzante. Questo si identifica come l’uso più frequente di autoironia.
  4. Autoironia come strumento di conforto. In questo caso viene usata per ricevere conforto dal proprio interlocutore attraverso un processo di affiliazione.
  5. Autoironia come strumento scaramantico per sdrammatizzare l’eccessivo successo ottenuto, al fine di evitare l’eventuale negatività proveniente dall’invidia degli altri e dalla sorte.
  6. Autoironia come affermazione di giudizio autoreferenziale. In questo caso si utilizza per prendersi in giro prima che lo facciano gli altri. E’ una consapevole accettazione dei propri limiti, ma ha lo scopo di affermare che il soggetto è l’unico giudice di se stesso, al fine di evitare la critica e la censura da parte degli altri e del contesto sociale e culturale in cui vive.

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correre

“ Forse il mio senso morale rifiuta questi discorsi: eppure, in base alla mia esperienza e all’osservazione di me stesso e degli altri, sono arrivato alla persuasione che la sessualità è il centro di gravitazione intorno al quale ruota non solo la vita intima dell’individuo, ma anche tutta la vita sociale “.
Wilhelm Reich

E’ un pensiero assolutamente condivisibile, del quale sono stato sempre un convintissimo sostenitore, ancor prima che venissi a conoscenza della sua divulgazione su scala mondiale. Ma chi è il prestigioso autore che l’ha concepito?
Wilhelm Reich, nato nel 1897 e morto nel 1957, è stato un medico e psichiatra austriaco, uno dei più autorevoli allievi di Sigmund Freud, noto per le sue ricerche sul ruolo sociale della sessualità e per i suoi studi sul rapporto fra autoritarismo e repressione sessuale, nonché per la sua controversa teoria sulla cosiddetta “energia orgonica”.
Per le sue teorie sulla sessualità ed i suoi appelli pubblici per la liberazione dei costumi, Reich è passato unanimemente alla storia come il “profeta” della “rivoluzione sessuale”, quella che scosse l’Europa tra gli anni sessanta e gli anni settanta. (fonte Wikipedia).
Un suo studioso, Lodovico De Cesare, così ne sintetizza l’impegno:
“ Molti considerarono e continuano a considerare Reich un folle, uno psicopatico, ma anche se si volesse condannare l’uomo non si può distruggerne l’opera.
Punti fermi rimangono, nei suoi scritti, l’esaltazione della libertà sessuale e l’affermazione che la sua repressione costituisce la causa principale non soltanto delle turbe psichiche individuali ma dell’oppressione capitalista, dell’insorgere del fascismo, dell’autoritarismo stalinista, insomma la radice di ogni forma di tirannia.
Reich ebbe il merito di intuire e di sottolineare che il paziente, per guarire, avrebbe dovuto essere messo nelle condizioni di ottenere un abbandono completo nella fase dell’orgasmo.
Reich era un comunista, pur essendo divenuto nel corso degli anni un accanito pacifista non violento. Il suo il motto era « L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le vere sorgenti della nostra vita» (come dargli torto) “ (da “Lo psicanalista senza divano”).
Di Reich, della sua vita, dei suoi lavori, si sono scritte pagine e pagine. Anche la sola sintesi richiederebbe un impegno, una competenza ed uno spazio non trascurabili. Ciò su cui intendo soffermarmi io, è un particolare aspetto di natura puramente scientifica.
Reich aveva intuito il ruolo fondamentale di alcuni neurotrasmettitori sull’equilibrio psichico di un individuo. Ad una forma di rilassamento fisico deve associarsi, secondo Reich, una forma di “liberazione mentale” mediante il rilascio a livello cerebrale di Endorfine. All’epoca il sistema più noto (e semplice) per produrre le endorfine era l’orgasmo: qui si fonda, a torto o a ragione, l’importanza che Reich dava all’orgasmo e di conseguenza alla “liberazione dei costumi sessuali” al fine di rendere l’uomo più libero e consapevole della propria sessualità e dei legami tra una “sessualità repressa” e l’insorgere di patologie psicofisiche.
Le Endorfine, giusto per chiarire, sono un gruppo di sostanze prodotte dal cervello nel lobo anteriore dell’Ipofisi, classificabili come neurotrasmettitori, dotate di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, ma con portata più ampia.
La comunità scientifica internazionale, successivamente, oltre a confermare la funzione primaria delle Endorfine, ha accertato anche l’incidenza positiva di altri ormoni neurotrasmettitori come la Prolattina, l’Ossitocina, la Dopamina e la Serotonina. Tutte sostanze prodotte durante l’attività sessuale.
Concludendo si può affermare che, senza scendere troppo nel dettaglio, per puntare al raggiungimento, o al semplice mantenimento, di uno stato di benessere psicofisico, di equilibrio, per rilassarsi, per scaricare le tensioni emotive e rendere più efficiente il sistema immunitario, l’unica via efficace risulta essere quella di liberare questi benedetti neurotrasmettitori. Dal momento, però, che qui su WordPress, come si evince da certe confessioni (lagnanze) non per tutti, ahimè!, risulta agevole far ricorso al metodo di produzione più efficace ed auspicabile, e soprattutto più piacevole: un appagante accoppiamento sessuale che vada ben oltre la semplice, sebbene sempre ben accetta, scopata, o il classico surrogato fai da te, ritengo doveroso informare i lettori, qualora ne fossero allo scuro, che l’esercizio fisico praticato con criterio, sortisce gli stessi benefici effetti. A tal proposito, sarebbe consigliabile il raggiungimento della soglia anaerobica o soglia del lattato: l’indice che determina il livello massimo di sforzo fisico che l’organismo può sostenere senza accumulare acido lattico e ioni idrogeno nel sangue e nei muscoli …. vabbè! Lasciamo perdere. Approfittiamo quindi dell’arrivo, sebbene stentato, della bella stagione e CORRIAMO!!
Reprimiamo le tensioni, piuttosto che i “malsani” propositi: basta con l’intolleranza, con l’eccessiva suscettibilità, con l’incazzarsi per nulla. Basta con le imprecazioni!! ECCHECCAZZO!!! … almeno fino al prossimo inverno.

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Anziano-che-balla

Per chi non lo sapesse, per “Farmaco generico” s’intende quel medicinale non più sottoposto a copertura brevettuale. Per l’esattezza, ciò che viene sottoposto a copertura è il principio attivo del farmaco (la molecola).
Per copertura brevettuale s’intende quell’intervallo di tempo entro il quale la ditta che ha brevettato il farmaco mantiene l’esclusività nella commercializzazione. In Italia tale periodo è fissato in 20 anni. Questo non esclude che la ditta che detiene il brevetto non possa cederne la produzione, dietro compenso (royalty), ad altre ditte farmaceutiche.
Si tratta di una pratica atta a contenere effetti speculativi, a tutto vantaggio dei consumatori. Grazie ad essa, quindi, i farmaci generici costano almeno il 20% in meno rispetto ai farmaci di “marca”. Questo costo inferiore è dovuto al fatto che le ditte produttrici di farmaci generici devono sostenere solo le spese di produzione e non quelle di ricerca. In moltissimi casi la riduzione di prezzo può raggiungere anche il 40-50%.
Facciamo un esempio – a qualcuno può interessare -: Il prossimo mese di Giugno scade in Italia la copertura brevettuale di un farmaco prodotto dalla multinazionale farmaceutica Pfizer. Tale farmaco viene venduto attualmente, in confezione da 4 compresse a dosaggio intermedio, a 54 euro. La riduzione di prezzo prevista si aggira intorno al 30-40% – uno sconto notevole -. Questo ne consentirà la vendita al dettaglio, ad un prezzo oscillante tra i 32 e 38 Euro.
Per completezza d’informazione, aggiungo un piccolo dettaglio, benché irrilevante: il farmaco si chiama Viagra …… ihihihihih!

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“ Il sesso è una droga molto pesante: dà forte assuefazione e una tipica crisi di astinenza, nota come «delusione d’amore».” (Gianni Monduzzi)

Arriva il sole, i primi tepori, la natura si risveglia, s’innalzano i “tassi” e per chi soffre di “delusione d’amore”, per chissà quale congiunzione astrale, si fa particolarmente pressante un unico bisogno. Questo in funzione dall’età, dell’appetito, dei ritmi biologici, della presenza di sentimenti negativi come la stizza, l’invidia, la frustrazione, la gelosia, la vendetta.
Un solo richiamo, acuto e netto, prevale su tutto. E’ una crisi altalenante che condiziona più di qualunque altra l’umore, la concentrazione, la disponibilità.
Tutto sfuma. Si confondono i dettagli. Si perde sensibilità per le cose belle della vita, piccole o grandi che siano. Ogni nobile proposito va a farsi benedire, e con esso l’autostima. Si diventa sordi alla gente, ai consigli, alla morale.
Succede, allora, che per stanchezza mentale, viene spontaneo semplificare: l’estrema sintesi.
L’universo si scompone in sue metà. Da una parte ci sei tu, assieme a quelli che hanno il tuo stesso problema, e dall’altra, quelli che non lo vivono. Tutto qui!
Se poi tra questi c’è gente che è inferma, soffre la fame, la povertà, gli abusi … pazienza! Tu non hai né la forza né la sensibilità per condividere le loro sofferenze. Sei concentrato sulla tua priorità e basta.
Il mondo per te – in forma un po’ provocatoria e chissà quanto tempo – non si divide in buoni e cattivi, in poveri e ricchi, in sani e malfermi o in atei e credenti. Il mondo si divide in chi scopa e chi no.

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impotence-causes

Se Jacob Graham fosse stato un oggetto, senza ombra di dubbio sarebbe stato una spugna, un’enorme spugna. Jacob era in grado di assorbire un intero lago e rimanere, all’apparenza, asciutto e imperturbabile. In famiglia, sin da piccolo, acquisì l’abitudine a subire passivamente urla, litigi, collera. Ad accumulare vessazioni e privazioni nel più totale immobilismo, senza manifestare il benché minimo segno di reazione.
Col passare degli anni entrò a far parte di quella schiera di soggetti, inquieti e insoddisfatti, che in frequente disarmonia con l’ambiente, facendo leva su un aspetto gradevole, impegnano tutto il loro tempo e le loro risorse nella realizzazione dell’unica forma di rivalsa ed evasione realmente appagante, secondo il loro giudizio, retaggio di chissà quale arcaico ed arcano istinto di competizione e/o sopraffazione: l’accoppiamento sessuale.
Ma il sesso è pur sempre un’impresa, un’esibizione che richiede tranquillità, scioltezza, meglio ancora: padronanza, e nulla contrasta con quest’esigenze che farsi sopraffare dal terrore d’un orgasmo non indotto. Un circolo vizioso del quale Jacob fu vittima per lungo tempo. Qualche meccanismo in lui non funzionava a dovere. Era impensabile immaginare una sua totale invulnerabilità.
Ciò che l’angustiava non era il mancato raggiungimento dell’erezione – sempre pervenuta in ogni condizione – piuttosto l’incapacità di protrarre il rapporto per un tempo soddisfacente. Questa malefica deriva suscitava in lui sentimenti di rabbia, impotenza, frustrazione.
Sopraffatto dalla smania di rimettersi alla prova, si concesse poche distrazioni, soprattutto in gioventù.
Nei suoi sogni più ambiziosi immaginava di avere un membro addomesticato, totalmente sottomesso ai suoi voleri: un pene ON/OFF.
Jacob conobbe la passione vera che non era più un giovinetto. Con Caroline il sesso era tutta un’altra cosa. C’era l’amore: l’apoteosi. Si sentiva protetto, compreso. Questo aveva un effetto benefico sulla sua psiche. Assieme a Caroline s’era incamminato verso la guarigione.
Jacob pensò, che qualunque esito avesse avuto la loro storia, da quel momento in avanti avrebbe inteso il sesso solo ed esclusivamente come completamento di una profonda intensa sentimentale. Mai più avrebbe seguito i nobili intenti dei suoi compagni: scopare per accumulare trofei.
Le cose con Caroline non proseguirono per il verso giusto. Troppo irruente l’offensiva dei nobili parenti per le sue fragili difese, per la sua indole troppo remissiva ed arrendevole.
Riprese a frequentare femmine, o meglio cloni di Caroline, a colpi di chiodo scaccia chiodo, sospingendo forzatamente coinvolgimenti affettivi, con apparente naturalezza, suscitando attaccamento e comprensione con lo scopo inconsapevole – forse non del tutto – di premunirsi in caso di ricadute. Quello che produsse, oltre a specializzarsi in preliminari, furono, però, dei frettolosi surrogati, con conseguenti performance altalenanti. Meglio sarebbe stato testare delle professioniste, piuttosto che plagiare delle vittime indifese. Le prede potenziali più avvedute si tenevano alla larga.
Raggiunta la mezza età, non rassegnato, Jacob cominciò a studiare in profondità la sua sindrome, allenandosi quotidianamente su se stesso. Inizialmente diede ad essa un nome: EP (eiaculazione precoce) e successivamente trovò un discreto rimedio, una molecola: la DAPOXETINA, della famiglia degli SSRI – gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, un ormone neurotrasmettitore – tipo Prozac, Sarafem, Fontex, per intenderci, venduta poi alla JANSSEN-CILAG (sperando che non mi facciano causa…)

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CANI-RANDAGI

Vi riporto il significato del termine “razza” estrapolato dalla rete.
“Esseri viventi appartenenti alla stessa specie possono dar luogo ad incroci o ibridi con capacità riproduttive immutate. Il termine non è utilizzato in biologia per la classificazione tassonomica.”
Per classificazione tassonomica si intende, in biologia, l’ordine di classificazione di qualunque essere vivente secondo l’appartenenza alle seguenti suddivisioni: regno, tipo (phylum), classe, ordine, famiglia, genere, specie, sottospecie e via dicendo. Questa classificazione non comprende il termine razza semplicemente perché non è biologicamente naturale.
Tale termine viene usato esclusivamente in zootecnia e si applica soltanto agli animali domesticati: cani, gatti, cavalli ed altri animali da reddito o da compagnia.
Il termine razza, quindi, fa riferimento a popolazioni selezionate di animali, per esempio: razze equine, bovine, ovine, suine, canine, feline, costituenti varietà prodotte artificialmente al fine di conservare determinati standard.
E’ chiaro quindi che, grazie alla più potente, devastante e inarrestabile forza di contrasto di qualunque processo naturale: la mano dell’uomo, un gruppo “eletto” di specie mammifere, esiguo come tipologia ma non numericamente, ha potuto godere, suo malgrado, dell’immenso privilegio di costituirsi, in modo manipolato, in “razze”.
Tutto è cominciato nel tardo Paleolitico (30.000 a.c. circa) quando l’uomo ha cominciato ad osservare il comportamento degli animali.
Osservare il comportamento degli animali, per i trogloditi del tempo, non significava necessariamente un intento analitico per scopi scientifici. Non tutti erano ispirati da sani propositi. Molti di essi, un po’ per la scarsa avvenenza e docilità delle loro compagne, ma ancor più per la loro spossatezza (sali e scendi tutto il giorno da quelle benedette palafitte), ricorrevano ad ogni mezzo, pur di “possedere” un animale domestico: una morbida e mansueta capretta, ad esempio.
Successivamente allo studio è iniziata la cattura, la reclusione in recinti, l’allevamento, la selezione delle specie, l’ibridazione, e in ultimo (la ciliegina): la selezione in razze.
Indovinate chi sono stati i primi fortunati? I cani (che culo!). Poi sono arrivati gli erbivori e gli onnivori. L’attenzione era rivolta quasi esclusivamente verso animali di peso superiore ai 40-50 kg. Tra i grossi animali, però, nessun carnivoro si è lasciato addomesticare. Domare si, senza mutare la loro natura originaria però.
Le specie di mammiferi che si suppone siano state analizzate e studiate dai nostri avi, sono state circa 70. L’uomo ha tentato di domesticarle tutte, ma solo su 14 di esse ha avuto successo, la maggior parte si sono dimostrate refrattarie. Tra queste la zebra che costituisce il più illustre rompicapo (più avanti vi spiegherò cos’ha rischiato). Si tratta di un equino erbivoro in tutto simile ai suoi parenti prossimi, l’asino e il cavallo, eppure ogni tentativo di addomesticarlo si è rivelato infruttuoso, dalla preistoria a oggi.
Riguardo all’uomo, la comunità scientifica ha fatto un’eccezione, ha dosato molto il termine “razza”, specialmente negli ultimi anni. E’ praticamente scomparso dalla terminologia scientifica, sia in antropologia biologica che in genetica umana.
Quelle che in passato erano comunemente definite “razze”, come la bianca, la negra o l’asiatica, sono oggi definite “tipi umani”, “etnie” o “popolazioni”, a seconda dell’ambito sociologico, antropologico o genetico nel quale esse vengono considerate. Apprezziamo la sensibilità e torniamo agli animali.
Tralasciamo per motivi di spazio le razze bovine, ovine e suine. L’opportunità della loro selezione in funzione di specifiche richieste, più che altro per esigenze produttive, è anche giustificabile, ciò che è opinabile, invece, e quanto segue, estratto da un autorevolissimo sito, riferito al cane ma che potrebbe valere anche per il gatto:
“Attualmente tra tutti gli animali che abitano il nostro pianeta sono conosciute ben 4236 specie di mammiferi e tra queste numerose sono quelle domesticate, tuttavia una sola tra tutte ha avuto l’importante onore di venire elevata al rango di migliore amico dell’uomo: il cane. (non aspettava altro).
Come l’incontro tra gli esseri umani e i progenitori dei cani domestici sia potuto avvenire è difficile a immaginarsi, tuttavia è estremamente evidente come la nuova specie del Canis familiaris, col tempo, abbia subito una gigantesca pressione selettiva (evviva l’onestà) che, mossa da motori diversi (che eufemismo), è arrivata a creare razze estremamente diverse tra loro, sia sul piano morfologico che su quello comportamentale.”
Peccato che di questi motori diversi, nel corso degli anni, l’uomo ne abbia perso un pò il controllo, intendo il fenomeno del randagismo oppure la selezione di vere e proprie fiere sanguinarie per gli scopi più criminosi, ed altri spiacevoli effetti collaterali, alcuni a grave danno di altre specie, come l’ibridazione del Dingo Australiano.
Premesso che tutti gli esseri viventi devono poter godere del medesimo diritto alla vita e alla riproduzione (tranne le zanzare, per quanto mi riguarda), è innegabile che di fronte a certi prodigi si è arresa anche la natura. Sto parlando della stravaganza e della disomogeneità di certi meticci, anche se sulle specie d’allevamento ci sarebbe da tanto da dire. Innanzitutto bisognerebbe informare i rispettivi padroni sulla loro provenienza, con quali manipolazioni si è giunti a quell’esemplare. Spiegare, ad esempio, che tra gli antenati dell’Alaskan Malamute ed i Siberian Husky, probabilmente sono stati introdotti geneticamente i lupi.
A me è capitato a volte di fare jogging tra i boschi e di trovarmi all’improvviso di fronte una ventina di folletti a quattro zampe e di paralizzarmi, non tanto per la paura, piuttosto per il dubbio di essere stato colto da allucinazione ipoglicemica. Tra l’esemplare più piccolo e quello più grande, indipendentemente dal colore e dalla fisionomia, c’era un rapporto in dimensioni pari a 1 a 30, unico caso tra le specie viventi. Per i gatti il discorso, riferito alla stravaganza di taluni esemplari, non cambia di molto. Ho visto dei gatti castrati intenzionalmente, rimpinzati di ormoni, che sembravano dei ghepardi.
Concludo con la zebra. Provate solo un istante ad immaginare (ho già i brividi) cosa avremmo visto gareggiare nei nostri ippodromi o zebrodromi, se quest’animale si fosse fatto ammansire, se avesse ceduto alle nostre avances. Avremmo ammirato nell’ordine: la razza “pied de poule”, quella “a scacchi”, la “spigata”, quella “a poins” e la più nobile di tutte, la zebra “Principe di Galles”.

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