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Posts Tagged ‘Relazioni’

amicizia_3

«Molto spesso a me sembra, quando penso all’amicizia, che si debba considerare sopratutto una questione: se l’amicizia sia desiderata per la nostra debolezza e povertà, in modo che, nel dare e nel ricevere favori, ciascuno riceva dall’altro, e a sua volta renda, ciò che da solo non potrebbe; oppure se, pur essendo questa la peculiarità dell’amicizia, la causa sia un’altra, più importante, più bella e proveniente dalla stessa natura. L’amore, da cui prende nome l’amicizia, è il primo impulso a farci unire per affetto.»
Cicerone, “L’amicizia”

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sorriso falso

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

(Wislawa Szymborska)

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Certe sfide

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Io, in tutta la mia vita, avrò preteso la ragione quanto le dita di una mano. Ho rinunciato a reclamarla migliaia di volte, sin da bambino, e molto spesso l’avevo nettamente dalla mia parte. Intendo qualsiasi tipo di ragione, non solo su questioni immateriali, anche su temi pratici. Tutto questo per un’arrendevolezza, più indotta che innata, (benedetti genitori!), ove l’indole ha giocato un ruolo di esaltazione, purtroppo.
MA CHI SE NE FREGA DEL CONSENSO DELLA GENTE!! Mi ripetevo all’inizio. Quello che conta è la convinzione delle mie teorie e non la loro strenua difesa in ambito relazionale. Un atteggiamento del genere, però, tendenzialmente distaccato, comporta dei rischi, se per “GENTE” s’intende chiunque. Può provocare una certa insensibilità e superficialità nei rapporti, qualora ci si abitui a porsi nei confronti degli altri in modo costante ed uniforme, senza operare le opportune discriminazioni, tra amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro e quant’altro. Tra l’altro, si salta un passaggio importante: la validazione.
Il riscontro sulla reale correttezza dei propri principi è necessario, soprattutto se questi sono funzionali ad un progetto, ad un percorso esistenziale. Chi avrebbe potuto mai procurarmelo questo riscontro in una condizione d’isolamento? Allora, col passare del tempo, ho ritenuto opportuno esigere (timidamente) il parere e l’eventuale approvazione dei miei interlocutori, in funzione del tipo di legame e della stima che provavo nei loro confronti, mantenendo comunque un certo distacco, evitando profonde dipendenze. Esprimevo semplicemente le mie opinioni senza pretese e senza imposizioni e ascoltavo le loro ragioni, con rinnovata umiltà. L’imperativo in ogni caso era: poter fare a meno di chiunque in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. Questo mi ha evitato gravi ferite (ma non scelte sbagliate) e mi ha reso apparentemente invulnerabile, ma poi ho compreso che la vera invulnerabilità non la si conquista disertando le sfide bensì affrontandole e superandole.
Perché questo scritto? Niente!! Sto provando una nuova tastiera (nella foto).

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Pspini

« Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per evitare di rimanere assiderati. Ben presto, però, avvertirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza, che rappresentava per loro la migliore posizione. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro. Le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare, e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! . Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli. »
Arthur Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”

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Mia adorata Juliette, quante volte ho sostenuto le vostre ragioni. Mai ho preteso forzatamente la vostra vicinanza. Ho sempre dominato ogni mio istinto e mi sono sempre accontentato di tutto ciò che spontaneamente e in pena libertà mi avete offerto: sospiri appassionati e dolci labbra. Di questo dovete darmene atto.

– Certo che ve ne do atto Adrien, così come dovete dare atto a me che oltre a sospiri appassionati e dolci labbra vi ho offerto qualcosa di più significativo, nonostante sia impedita dal terrore; dalla paura ci scoprano –

Io comprendo i vostri timori, madame, sappiatelo, sebbene a volte appaiano assai poco giustificati, ma questo rende ancora più prezioso quel gesto temerario.
Io benedico il cielo tutte le volte, e mai così incantevole mi pare l’origine del mondo.

– Caro Adrien, siete davvero originale. L’unica persona capace di farmi sorridere di gusto. Gustave Courbet potrebbe però trovare ingiusto un tale accostamento –

Se Gustave Courbet avesse avuto voi come modella, oltre all’origine del mondo ne avrebbe dipinto certo anche la fine.

– Voi mi viziate, Adrien, con queste assidue adulazioni. Ormai non posso più farne a meno. Io non mi sono mai sentita così desiderata e questo è frutto della vostra abilità –

Tra poco scoprirete che sono abile anche a ferire.
Io apprezzo la sincerità e la spontaneità con la quale mi parlate senza alcuna reticenza. Ho sempre auspicato un tale spirito e farò in modo che mai nulla al mondo potrà reprimervi.
Voi vi unite carnalmente con vostro marito, madama Juliette, per vostra ammissione, e lo fate per costrizione, proprio quando non potete più sottrarvi alle sue incalzanti richieste, perché di vostra iniziativa ne fareste volentieri a meno … giusto?

– Giustissimo, Adrien, dovete crederci –

Ed io ci credo. Quindi l’amplesso accade di rado e il tutto potrebbe intendersi come il semplice adempimento di un dovere coniugale, estorto con ricatto, aggiungo io. Perché di tale meschinità ormai si tratta.
Io ho in mente le vostre lamentele, madame, di come, a fronte di un legittimo rifiuto, il vostro carceriere s’inquieta.

– E trascura per dispetto anche i bambini. Voi sapete per me cosa vuol dire. Io miro alla loro serenità prima di tutto –

Questo lo capisco, mia adorata, ma è giusto che conosciate anche le mie ragioni.
Nonostante i vostri inviti a non pensarci, mi procura turbamento che quell’uomo vi possegga. Voi obietterete che la cosa non dovrebbe angustiarmi perché quando decideste di sposarlo, non faceste tale scelta a mio discapito. Io ancora non c’ero.

– Ben diverso sarebbe stato il nostro destino, Adrien, se vi avessi incontrato prima –

E ben diverso anche il futuro, ma di questo nulla è noto … forse: scritto.
Quel che è certo è che ogni volta che quel rozzo vi ghermisce, e gode indisturbato delle vostre splendide fattezze, mi apparite meno pura: contagiata.

– Finiamola questa farsa, Adriano, e dimmi al posto mio tu che faresti –

Me l’aspettavo questa domanda, Giulia, ma con te non posso esprimermi in modo obiettivo, e anche se volessi, se mi sforzassi di pensare al femminile, con te non sarebbe sufficiente. Io nel corso degli anni mi sono fatto una certa idea sulle donne – quelle normali, senza vizi estremi – sui loro processi mentali, di quanto più complessi e suscettibili siano rispetto a quelli maschili. Ho sempre creduto che certe situazioni un po’ forzate, costrette, o semplicemente non ottimali, condizionassero sensibilmente il loro grado di coinvolgimento, la loro spontaneità. Che inibissero, quindi, qualunque slancio, soprattutto di natura sessuale.  Nel tuo caso, invece, quando tu scopi con quell’essere, e lo fai senza passione, almeno spero, avviene qualcosa che per me è incomprensibile, ed è l’unica cosa che davvero mi arrovella.

– E sarebbe? –

Che raggiungi l’orgasmo.

 – Ah! tesoro mio, non posso farne a meno, altrimenti s’inquieta e mi tormenta –

Certe cose non dipendono dalla nostra volontà a meno che non assuma il comando del cervello qualcosa che s’infiamma tra le gambe.

luporenna, “Il tempio dei sospiri”

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Sapete chi è Leonard Zelig?
E’ il protagonista di un film di Woody Hallen ambientato in America negli anni 20. Un autentico capolavoro tragicomico del 1983. Con queste parole lo stesso regista ne spiega il significato:
«Con Zelig volevo parlare del pericolo che si corre abbandonando il proprio vero io nello sforzo di piacere, di non creare problemi, di inserirsi, e di dove questo possa condurre una persona in ogni aspetto della sua vita, compreso quello politico, ovvero, ad un estremo conformismo e ad un’estrema sottomissione della volontà».
A causa di una bizzarra patologia, che non viene preservata dal crudele processo della mercificazione, Leonard Zelig si trova ad assumere sembianze di volta in volta diverse, imitando passivamente gli altri, copiandone usi, costumi e persino la fisionomia. Gli effetti che ne derivano sono esilaranti: Zelig si trova ad essere nero tra i neri, francese tra i francesi, nazista tra i nazisti, diventando così l’emblema del conformismo e dell’inautenticità. È come se Zelig scaricasse sugli altri la responsabilità dell’azione. Egli si mimetizza da perfetto camaleonte e rinuncia alla propria identità per vivere nell’invisibilità e nella sicurezza.
Spesso credo di somigliare a questo personaggio. Capita quando rinuncio alla mia identità per diverse ragioni, alcune note ed altre meno. Una su tutte, fra quelle comuni, un’eccessiva accondiscendenza, causata un po’ dalla stanchezza, dalle disillusioni, dai malumori e soprattutto dall’indole, ahimè, tendenzialmente poco combattiva. Anche in condizioni favorevoli, infatti, raramente mi cimento in appassionate difese delle mie ragioni, salvo delle sporadiche e civili rivendicazioni di alcuni diritti basilari.
In ogni caso presto sempre attenzione ai miei interlocutori. Non ho mai snobbato nessuno, neanche il peggiore dei miei rarissimi nemici.
Detto ciò ci sarebbero ora da analizzare le ragioni innate, quelle presumibilmente legate alle mie (e di tanti altri maschietti) interazioni col variegato universo femminile. Di queste ne divulgherò l’elenco quando mi sarà consegnato dal mio psicoterapeuta.
Tornando alla questione, quindi, a volte ho delle crisi d’identità, altre volte, invece, pervaso da uno spirito di autoassoluzione, penso che tutto sommato il mio atteggiamento non comprometta la stima dei miei tratti caratteriali, che mi caratterizzi comunque in una forma esclusiva, e soprattutto: che non sia tanto deprecabile. Lo stesso psicanalista Allan Fromme un certo senso mi assolve quando dice: “Un tratto di sicuro successo, per introdursi in ogni situazione sociale, è l’arte di capire la gente, per poter stabilire adeguate modalità di relazione.”
Vero è che il dott. Fromme per “adeguate modalità di relazione” credo che intenda l’attuazione, a seconda delle circostanze, di opportuni criteri comunicativi ed interpretativi. Dei metodi mirati al fine di relazionarsi nella migliore forma possibile, nell’assoluto rispetto dei propri interlocutori. Immagino, senza snaturarsi, senza negare la propria identità. Altra cosa, invece, è imitare, emulare, impersonare, immedesimarsi, assecondare indiscriminatamente il prossimo, i suoi gusti, le sue tendenze, magnificarne addirittura le pochezze, le nullità, assumendo atteggiamenti, linguaggi, forme comunicative, anche in forte contrasto tra di loro, per il solo scopo (presumo) di soddisfare un riflesso inconscio: un desiderio d’approvazione e di consenso (ne parlo già nelle mia presentazione) a volte condizionato da un ulteriore riflesso: quello sessuale.
E’ questo che succede a me o è soprattutto filantropia? Prima o poi ne verrò a capo.
Concludendo, ultimamente mi vengono degli strani pensieri, relazionandomi a due persone straordinarie, presumibilmente agli antipodi, una rispetto all’altra: Mistral e La Disfunzionale (perdonatemi se vi cito).
Immagino l’eventuale sorpresa di Mistral se leggesse quali termini adopero (da turpe maniaco alcolista) nel rispondere agli articoli de La Disfunzionale (sul suo blog e non solo), dal momento che mai e poi mai mi esprimerei nei suoi confronti con una benché minima volgarità. Viceversa, immagino la sorpresa de La Disfunzionale se leggesse con quale garbo e delicatezza commento le perle di Mistral. Già me l’immagino: “Ma tu guarda ‘sto paraculo che personcina a modo diventa in certi momenti ”
Io non so fino a che punto sia una cosa normale ma avrei piacere di colloquiare con questi due stupendi opposti nella stessa identica misura, pur ponendomi in modo diverso (almeno immagino).
Comunque che nessuno si permetta di dirmi: “Sii sempre te stesso” perché non saprei proprio cosa fare, che pensare, che dire.

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Proprio così: ben venga l’inferno. Mi riferisco alle relazioni coniugali. Non è affatto una provocazione.
Immaginate quegli ambienti familiari apparentemente tranquilli dove tra i genitori regna un clima di formale e civile convivenza: nessuna aggressione, nessun litigio furioso, nessuna intimidazione, niente ultimatum, accuse, urla, grida, schiamazzi. E al tempo stesso: nessuno slancio, nessuna manifestazione spontanea d’affetto, di passione, d’intimità. Niente di tutto questo, solo generiche dichiarazioni d’intenti e per i più sensibili: continui sensi di colpa (e disincanto, tanto disincanto).
E’ una condizione molto ma molto frequente tra individui malauguratamente coscienziosi, che può protrarsi per anni ed anni senza arrecare sensibili danni psichici ai figli. Una lenta ed inesorabile agonia alla quale forse sarebbe meglio opporre l’inferno: quelle situazioni esasperate, insopportabili che stimolano l’istinto di reazione e sopravvivenza.
A questa gioiosa considerazione genericamente s’accompagna la domanda provocatoria: E’ giusto stare insieme solo per i figli?
Beh! Fate finta che non l’abbia posta perché se si aprisse un dibattito su quest’argomento satureremmo il server di WordPress (e senza arrivare ad una soluzione univocamente condivisa).
Comunque … se qualcuno vuole dire la sua … è sempre bene accetto.
Aggiungo una piccola nota: Sapete cosa disse un giorno Franz Kafka in relazione all’argomento?
I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale pur d’incassare gli interessi.

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