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Posts Tagged ‘Rimorsi’

Mani

Giorni fa ho letto (e riletto) una lettera di una blogger indirizzata ad un suo caro scomparso. Non è la prima volta che mi succede, ma stavolta la cosa mi ha colpito particolarmente. E’ una dedica struggente, un dolore vivo, palpabile, unito ad un profondissimo senso d’impotenza che mi ha fatto riflettere su certe mie convinzioni.
Io ho sempre pensato che la morte, a differenza di un allontanamento, di un abbandono, di un distacco, abbia la capacità di attenuare, in un tempo relativamente breve, l’angoscia d’un rimorso o d’un rimpianto. Apro una parentesi a tal proposito.
A tutti, più o meno, è chiaro il concetto di rimorso, ovvero quel sentimento di dolore e di tormento che nasce dalla consapevolezza dei mali commessi. Azioni che hanno arrecato, in un passato più o meno prossimo, delusione ed infelicità ad altri, o peggio ancora …
Ciò che è poco chiaro, invece, è il significato di rimpianto. Ci sono voci discordanti a tal proposito. Per molti, il rimpianto è quel sentimento indotto da opportunità e occasioni non colte, da qualcosa che in passato avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto. Per altri, invece, è quel sentimento che scaturisce dal ricordo nostalgico, doloroso, di qualcosa o di qualcuno (eventi quasi sempre irripetibili). Questa seconda definizione mi sembra più corretta, anche perché il tormento causato dalle occasioni perse, secondo me, ha più a che fare con i rimorsi, quelli dovuti ad un’offesa procurata alla propria esistenza, in questo caso, e non al prossimo. E’ un particolare senso di colpa, poco lancinante ma perpetuo (ci accompagna per tutta la vita). C’è poi un’altra ragione che mi induce ad immaginare che i rimpianti siano pura mestizia, è la speranza di un esonero, ovvero che questi non gravino oltremodo su di me, e su tante altre anime, per un particolare risvolto positivo: solo chi ha vissuto intensamente può provare dei rimpianti … tali rimpianti.
Tornando al tema, l’idea “razionale” che una persona defunta, non sia più in grado di patire alcuna sofferenza, indotta o non indotta da chicchessia, a differenza di colui il quale vive materialmente un allontanamento, in un certo senso consola. Attenua il peso delle responsabilità nei suoi confronti, per qualunque azione compiuta. Può darsi che ciò sia dovuto anche al sentimento di rassegnazione che sempre s’accompagna in queste circostanze: ad una specie di resa.
Tutto ciò ha un senso, però, se non si considera che nell’universo delle umane sensazioni, dove tutto è possibile e tutto è consentito, potrebbe nascere anche l’esigenza impellente e il desiderio che si possa instaurare un intimo scambio anche con chi esiste solo spiritualmente. Che delle radici non si recidano per sempre.
Li descrive magistralmente Edgar Lee Masters questi dialoghi.
A te, amica blogger:

Le Roy Goldman

«Che cosa farete in punto di morte,
se per tutta la vita avrete rifiutato Gesù,
e saprete a quel punto, che Lui non vi è amico?»
continuavo a ripetere io, il predicatore.
D’accordo! Ma ci sono amici e amici.
E benedetto tu sia, dico io, ora che so tutto,
tu che hai perduto, prima della morte,
il padre o la madre, o  il vecchio nonno o la nonna,
un’ anima bella che visse con forza la vita,
e ti conobbe a fondo, e ti amò sempre,
e non mancherà di parlare per te,
e fare a Dio un ritratto approfondito della tua anima,
come solo può fare chi è della tua carne.
Quella è la mano cui la tua mano tenderà,
perché ti conduca lungo il corridoio
fino al tribunale dove nessuno ti conosce!

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