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Posts Tagged ‘Riflessioni’

«Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Potrai raccogliere tesori d’ogni genere, ma nulla vale quanto un amico sincero. Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore una gioia che si diffonde in tutto l’essere. Con lui si vive una unione profonda che dona all’animo una gioia inesprimibile. Il suo ricordo ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico, per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza».
(S. Giovanni Crisostomo)

Ognuno di noi, chi più chi meno, ha un’idea chiara ed attendibile di cosa sia l’amicizia. Al tempo stesso è evidente a tutti che di questo termine se ne fa spesso un uso improprio. Penso che il sostantivo “amicizia” sia in assoluto uno dei più abusati (vedi facebook).
Detto ciò, credo che, esaminando quelli che sono i requisiti essenziali che determinano la genesi ed il sostentamento di questo profondissimo ed ineguagliabile legame, alcune persone autosufficienti che nella vita hanno sempre creato le condizioni per non dipendere da nessuno, chiudendosi in rigorosa solitudine nei momenti bui, per poi aprirsi solo nei momenti di serenità e spensieratezza, non godono appieno di questo bene e al tempo stesso non lo contraccambiano correttamente. Suppongo che ciò sia causato essenzialmente da due errate convinzioni.
La prima è quella di considerare un grave disagio, per le persone che ci circondano, metterle al corrente dei nostri affanni, invocare loro aiuto, persino la semplice solidarietà. Questa è una forma di riguardo inopportuna e non richiesta in amicizia. Chi si attiene ad essa, commette l’errore di porre sullo stesso livello parenti, conoscenti e amici, senza alcuna distinzione. L’amicizia vera si fonda soprattutto sul sostegno reciproco.
Il secondo equivoco, invece, è causato dal senso di superiorità in se stessi, dall’orgoglio, non necessariamente smodato, nel senso della superbia. Questo porta a credere che nessun altro, oltre se stesso, sia in grado di suggerire una soluzione adeguata ai propri problemi, e quando la risposta adeguata non la si trova autonomamente, un caso frequentissimo, e al tempo stesso non la si cerca negli altri, si finisce in un vicolo cieco, in una condizione di stallo. Inoltre, vi è un altro aspetto dell’orgoglio che mina qualunque rapporto d’amicizia: la tendenza a nascondere le proprie debolezze, i propri limiti, a tutto discapito della sincerità.
Ovviamente, qualunque disposizione dell’animo umano è fatta di mille sfumature, senza alcuna soluzione di continuità. Si può essere perfettamente conformi ad una certa tipologia di carattere oppure, semplicemente, non essere immuni da certe tendenze.
Non mi dilungo su quest’aspetto, esistono figure professionali preposte alla classificazione esatta e allo studio di qualunque tratto della psiche umana.
Per quanto riguarda me, trovandomi sempre nel mezzo di tutte le cose: né carne né pesce, nessun eccesso (una normalità sconcertante), ritengo di non essere anch’io, come tanti, immune da certe tendenze. A dire il vero, io credo di non essere immune da qualunque tendenza, escluse, naturalmente, quelle più estreme.
Fatta questa premessa, io, che ho sempre avuto la predisposizione ad ascoltare chiunque, mi trovo, per un motivo per un altro, in questo preciso istante della mia vita, a non vivere materialmente un solo rapporto di amicizia che si possa definire tale, vero, assoluto, incondizionato, che soddisfi, cioè, di tutti i requisiti richiesti, indispensabili per sua sussistenza. Sarei nel guado completo se non ci foste voi, per quanto immateriali siate e per quanto possa io farvi partecipi dei miei tormenti.
Questo mi induce a pensare che non tutti i rapporti di dipendenza tra esseri umani sottintendono una costrizione, una limitazione.
Quando si ha la netta consapevolezza di aver trovato un amico vero, bisogna tenerselo stretto, saldarsi a lui, creare dipendenza, forse ancor più del partner. Un amico è per sempre ….

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In merito all’articolo precedente “Sull’amicizia tra maschi e femmine” a seguito di un’autentica valanga di risposte (2), sento il dovere di integrarlo con una nota chiarificatrice. A tale scopo, come spunto di riflessione, prendo una risposta a caso.
Qualcuno potrebbe essere sfiorato da un sospetto su quale sia la nota oggetto delle mie attenzioni. La risposta selezionata è quella di (la scelta è davvero imbarazzante) ………….. Proserpina (perdonami cara se divulgo a mezzo mondo i ca**i tuoi). Ve la ripropongo:
“Per quale motivo il sesso non dovrebbe complicare le cose?
Non so tu, ma io sono stata a letto solo con persone che mi hanno emotivamente travolto. Poi qui i doppi sensi fioccano, ma credo che il punto sia effettivamente questo: quanta e quale importanza si da al sesso. Perché per molti è – davvero – solo ginnastica, ma per altri invece no…”
Meno male Pros che hai ristretto notevolmente il cerchio parlando di soggetti che considerano il sesso solo ginnastica e quelli che vanno a letto solo con persone emotivamente travolgenti, altrimenti qui, considerata la vastità dell’argomento, non ne saremmo usciti facilmente. Oltretutto, a facilitare il compito, c’è un aspetto che li accomuna: in entrambi i casi esercitano pratiche notoriamente salutari, una per il corpo e l’altra per la mente.
Detta questa prima caz***a, vengo alla tua saggia e correttissima osservazione, e ciò che il punto cruciale è tutto lì: quanta e quale importanza si da al sesso.
Allora io aggiungo, più genericamente, quanta e quale importanza si da alla vita di coppia nel lungo periodo.
Io credo che ognuno di noi, da uno stabile rapporto di coppia, superato un primo periodo più o meno lungo, cerchi essenzialmente tutti quei requisiti, quelle condizioni, quegli elementi, quella solidità caratteristica inequivocabile di un vero rapporto d’amicizia. Il punto critico, a parer mio, è concentrato in quel primo periodo. Per primo periodo intendo, sommariamente, quella fase evolutiva che comprende: l’avvicinamento, l’attrazione, l’innamoramento, la passione amorosa. Quella fase alla quale s’accompagnano tutta una miriade di sensazioni, di emozioni, di riflessi consci ed inconsci, di attese, palpitazioni, allucinazioni, campane, campanelle, farfalle, inquietanti interrogativi.
Queste cose, in una transizione da amicizia a stabile rapporto di coppia, in un certo senso sono attenuate, in parte compromesse se non addirittura perse integralmente. Semplificando: si salta un passaggio. Perché?
Per due ragioni, secondo una mia modestissima supposizione (se ne fossi certo farei concorrenza a Raffaele Morelli). La prima è che tra due amici manca la sorpresa, il mistero, l’imprevedibilità. Dell’altro si sa tutto, vita morte e miracoli. Si soffoca l’immaginazione e lo spirito di conquista … e non è poco.
La seconda è che ognuno di noi nel rapportarsi con il prossimo, in funzione degli argomenti trattati, si cala in una parte, assume, chi più chi meno, un ruolo. Tra due amici, poi, interpretazione è ancora più sentita, radicata, profonda, coinvolgente. In queste condizioni, non è semplice, ad esempio, per una donna, indossare ora i panni della sorella confidente (o della paziente), e di li a poco, con estrema disinvoltura, indossare quelli della languida gatta morta (a dire il vero, questo è un problema che riguarda, in generale, un po’ tutte le coppie).
Per molti maschi vale lo stesso identico discorso, ma per altri, un’altrettanta folta schiera, tutto è più semplificato. Il più delle volte, a suggerire le mosse giuste, viene in soccorso una voce interiore proveniente da un’area localizzata più o meno ….. beh! Potete immaginare dove.

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Qualcuno ricorda il personaggio di Mister Magoo?
E il simpatico protagonista di una serie di cartoni animati trasmessi molti anni fa.
Mister Magoo è un simpatico vecchietto, calvo e brontolone. Un ricchissimo pensionato, proprietario di una fabbrica di verdure in scatola, che si ostina a non voler portare gli occhiali nonostante sia fortemente miope. Il tema principale delle sue avventure è incentrato su una serie di esilaranti equivoci.
A causa della sua incoscienza, il vecchietto si caccia continuamente in un mare di guai: quando prende l’aereo, ad esempio, credendo che si tratti di una nave, esce tranquillamente a passeggio sulle ali convintissimo di trovarsi sul ponte. In un altro episodio quando assiste ad un conflitto a fuoco fra banditi e poliziotti, pensa che si tratti di fuochi d’artificio.
Spesso l’accompagna suo nipote Waldo, come nella gita in montagna, quando quest’ultimo, indossando imprudentemente un cappotto di procione, attira le attenzioni di un orso. Waldo riesce a fuggire ma Mr. Magoo no, ovviamente. Ciò nonostante, trascorre indenne il resto della gita in compagnia dell’orso scambiato per suo nipote, riducendolo all’impotenza grazie a tutta una serie di colpi fortuiti assestati col suo fido bastone.
La cosa straordinaria, quindi, è che Mister Magoo passa incolume in mezzo a tutte le avventure in quanto è sempre accompagnato da una fortuna incredibile che non lo abbandona mai, neanche quando fa l’equilibrista sui ponteggi dei grattacieli, pensando di trovarsi sopra ad un ascensore.
Rapportandolo alla vita reale, io di Mister Magoo ne conosco diversi. Sono persone che detesto particolarmente, in una forma viscerale, è più forte di me.
Le persone fortunate, oggettivamente fortunate, soprattutto quelle inconsapevoli e quindi irriconoscenti, sebbene non abbiano colpe, le manderei sistematicamente a spalare la neve in Valsesia, a rischio di far sparire l’inverno o la Valsesia. Le lastre di ghiaccio, quelle spesse e stratificate, le riserverei ai fortunati in amore.
Quelli che conosco io (per pura casualità, immagino), sembrano fatti con lo stampino: un viso tutto sommato gradevole, rassicurante, paffutelli e con tanto di pancetta. Quest’aspetto mi fa pentire a volte di avere un ventre piatto come una sogliola, anche perché pare proprio che questo particolare del “salvagente” susciti nelle donne degli istinti arcaici, attirandole fatalmente … me lo confermate?
A questo punto qualcuno, rimanendo in argomento, potrebbe chiedermi (non so su quante persone posso contare dal momento che si tratta di una domanda intelligente):
Secondo te la fortuna di un uomo è governata dal fato/casualità o dagli eventi che egli stesso ha determinato?
Beh! Io gli risponderei: (a volte ho l’impressione di parlare con me stesso …)
WOW!!! Complimenti per la domanda, anche se io non accosterei in modo così semplicistico il fato alla casualità, dal momento che il “fato” è considerato come: legge eterna e ineluttabile che regola e domina senza contrasto la vita; un volere Divino, mentre la casualità è un termine di pura matrice scientifica, per nulla pregno di spiritualità.
Comunque, consideriamo opportunamente il nostro destino come la nostra condizione finale, il nostro status, e gli eventi come un insieme di accadimenti determinati dal nostro agire, dal modo con cui ci rapportiamo al mondo. In base a tale considerazione, se noi tralasciassimo alcuni “dettagli irrilevanti”, potremmo tranquillamente concludere, come i latini insegnano: Homo faber fortunae suae , che gli eventi sono la causa, il destino l’effetto, e tutto il resto non conta; ma è davvero così semplice la lettura?
E le tare caratteriali? La nostra collocazione temporale? Il nostro ambiente formativo, chi li determina, noi?
Io credo che alla nostra nascita ci venga assegnato un compito: un bel foglio bianco, dei colori (non a tutti lo stesso assortimento) e un soggetto da rappresentare, a chi un bel prato fiorito e a chi un mare in tempesta. Assegnatoci ciò, in funzione delle nostre attitudini (inventiva, fantasia, intraprendenza, coraggio…), dei nostri istruttori naturali, della moda del momento, e non ultimo, del nostro stato di salute, siamo chiamati a portare a termine tale compito.
A questo punto, per quanto uno si sforzi di realizzare la più bella rappresentazione grafica possibile (fortunae suae), se la sorte gli ha assegnato: pochi colori, un soggetto banale o non adatto ai tempi, o entrambe le cose, una fantasia limitata, una scarsissima audacia, magari una condizione fisica non ottimale, dei genitori che a tutto hanno pensato tranne che suggerirgli le mosse corrette, e per ultimo dei cattivi compagni di classe, ma che speranze ha di sortire un’opera che possa suscitare consenso e ammirazione?
Può solo contare sull’umana misericordia, compresa la propria, e non prendersela né con se stesso né con il Fato, dal momento che rischierebbe di commettere un grave peccato: una bestemmia. La sola opportunità, estrema e immorale che gli è consentita, è di strappare il foglio; ma anche per questa scelta ci vuole una forte attitudine.
Il fato o casualità è quindi il vero artefice del nostro destino, in modo diretto o indiretto, a parer mio, lo stesso che a volte ci pone affianco, come angeli, dei saggi ed onesti compagni (vedi WordPress).
Concludo con una considerazione: io, onestamente, non mi ritengo sfortunato, ma neanche baciato dalla fortuna. Mi trovo esattamente nel mezzo, come in tutto ciò che riguarda la mia vita (50% in tutto). Sotto sotto, è proprio questo che mi rende unico e speciale agli occhi di qualcuno. Non è una virtù, ve l’assicuro.
Vi saluto con un auspicio: che muti il vento, di tanto in tanto, e non per sete di vendetta ma di giustizia. E se qualcuno vuole aggiungere: “Ride bene chi ride ultimo”, lo faccia pure tranquillamente, ha tutta la mia comprensione ed il mio sostegno.

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Se dici qualcosa che non offende nessuno, non hai detto niente. Oscar Wilde

L’esercizio della verità: una pratica lunga e faticosa per troppe anime, me compreso. Quanto ammiro le persone che fanno di questo principio la loro filosofia di vita: dire tutto quello che passa loro per la mente nella forma più chiara e veritiera, senza alcun’incertezza. Quel timore che condanna anche Gesù rivolgendosi ai discepoli: “Non li temete dunque (i farisei), poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato e nulla di segreto che non debba essere conosciuto” (Matteo 10:26).
Tacere la verità non significa necessariamente dire il falso, comprende più che altro l’atto consueto ed “opportuno” dell’omertà.
Troppo spesso, nelle cose che dico e che scrivo (salvo quelle che penso, per fortuna) ricorro spesso, in forma ironica soprattutto, ad artifici, funambolismi, metafore, allegorie, doppi sensi, eufemismi e chi più ne ha più ne metta, non so più a che cavolo ricorrere certe volte, anche se, a dire il vero, ho acquisito una certa maestria: unica, invidiabile, da politico incallito.
Alcune poesie, ad esempio, non sono altro che espedienti per esprimere un pensiero elementare (tipicamente: un tormento) in forma criptata. Dei concetti compiuti, anche forti, potrebbero essere divulgati in una forma inequivocabile e diretta. Ma la poesia è poesia e va presa per quello che è: un lampo, uno schizzo, una pennellata … In quel caso la licenza artistica mi viene in soccorso; diventa un alibi incontestabile.
Che senso di profonda liberazione immagino provi ad esempio la mia amica Proserpina nel rivelare qualunque suo pensiero in forma libera e spontanea.
Tiro in ballo lei perché, tra le poche che conosco, appare ai miei occhi tra le più incondizionate e disinibite. Ed immagino che non viva nel terrore di essere individuata, nonostante si presenti sotto pseudonimo, come tanti. Altre preziosissime blogger invece, proprio come me, per un motivo o per un altro non credo che possano rendere pubblico qualunque loro pensiero, escludendo ragioni di riservatezza.
E’ un bene? E’ un male? … Boh! In ogni caso credo che si viva meglio nel proclamare quante più volte possibile, fino alla nausea, la propria verità. Quella che governa i nostri sogni, impegnandosi così a rendere la vita di tutti i giorni quanto più simile ad essi.
Prendete me, ad esempio, che per stanchezza, mancanza di stimoli o esageratissima prudenza, preferisco starmene spesso in silenzio, al massimo opto, come tipicamente accade a chi non sa prendersela con gli uomini, per qualche turpe imprecazione, qualche liberatorio: ma vaffanculoooo!! rivolto ai cani, ai gatti, alle piante, alla natura, persino alla mia auto (che mi venga un accidente se modifico quest’articolo, come a volte capita, e sostituisco quanto appena scritto con un: ma va al diavolo!!).
Ah! Quanto mi odio a volte per tutto ciò che avrei dovuto dire, legittimamente e non solo.
Concludo questa riflessione con un’intima confessione. E’ una rara eccezione che vi concedo. Può apparire un paradosso, in considerazione dell’immenso valore che per me ha la vita in generale (non quella che conduco), nonché una scandalosa provocazione, ma me ne strafotto, anzi, come dice Proserpina: me ne frego una beata ciolla!! che possa leggerla chiunque. Io non passa giorno, tranne rarissimi e purtroppo irripetibili momenti, che non sia pervaso dal pensiero costante e liberatorio del

 Ops!! è finito l’inchiostro.

 

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