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Posts Tagged ‘Napoli’

napoli al tramonto

Non sono abbastanza forte per il nord: là imperversano gli spiriti pedanti ed artefatti, che non sanno fare altro che lavorare alle norme della convenienza, come il castoro alla sua costruzione.
Ho vissuto tutta la mia gioventù fra gente simile! Mi è venuto in mente all’improvviso, mentre per la prima volta vedevo il cielo grigio e rosso della sera scendere su Napoli, un brivido di compassione per me stesso, l’idea di cominciare a vivere da vecchio, e lacrime, e, all’ultimo istante, la sensazione di essere ancora in tempo per salvarmi.

(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

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INCENDIO A 'CITTA' DELLA SCIENZA' A NAPOLI

Ancora schiaffi a questa città, la mia amata città, che ogni volta che tenta di rialzarsi, con le ginocchia barcollanti, cade di nuovo, sotto il peso di un nuovo orrore.
Fuori l’ingresso di “Città della scienza” c’erano sempre file interminabili di bambini, anche un po’ annoiati, che aspettavano di entrare, accompagnati dai maestri o dai professori. All’uscita poi, quegli stessi bambini avrebbero rifatto altre mille volte la fila per poter entrare di nuovo… bambini entusiasti di aver scoperto qualcosa sul mondo che li circonda e sorridenti, incantati, come se avessero assistito ad uno spettacolo di magia, di illusionismo. Ora, che cosa racconteremo a questi bambini? Come gli diremo che quel caro “Luna park” è andato in fiamme non per errore, ma per mano d’uomo? Come faremo a spiegar loro che la nostra Napoli dà e poi toglie e poi ridà e poi ritoglie? Tutto, senza sconti: generosa nell’offrire e spietata del riprendere, come una puttana impazzita … forse, per amore…

Antonella Ferraro

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Un sabato sera d’estate di diversi anni fa bussai alla porta di un lussuoso appartamento in un parco residenziale nella zona di Posillipo, a Napoli. Per la precisione: una traversa dell’elegante via Petrarca (per chi conosce la città). Era la dimora-ufficio di un noto avvocato, padre di una giovane fanciulla bella e giunonica, la stessa che venne calorosamente ad accogliermi in compagnia del fido Ciro, un bracco italiano di colore marrone chiaro; meglio ancora: tonaca di frate. E’ la denominazione corretta del colore. Un frate corpulento ed aggressivo, nel caso di Ciro.
La ragazza appariva molto angosciata all’idea di dover trascorre gran parte della notte sola in mia compagnia, dal momento che un irrevocabile impegno aveva trattenuto il resto della famiglia, il togato la moglie ed figlio, in una imprecisata località marina fino al pomeriggio seguente. Un’autentica sciagura sospirata da mesi.
Appena entrai ci soffermammo nell’ingresso con l’intento liberatorio di sbarazzarci di alcuni superflui elementi di vestiario: tentativo inutile. A causa l’eccessiva foga, Ciro interpretò come minacciosi i miei propositi (come dargli torto). Ci ricomponemmo alla meglio e ci dirigemmo momentaneamente in cucina.
Lì notai bene in vista un foglio appiccicato al frigo. Era un avviso monitorio, conteneva precise disposizioni sul corretto adempimento delle naturali necessità e bisogni di Ciro, compreso il divieto assoluto di somministrazione di sostanze alimentari per uso umano, potenzialmente dannose, (per lui), e la reclusione prolungata in luoghi angusti, privi di ventilazione e scarsamente illuminati.
Provvedemmo in breve tempo ad adempiere a quanto richiesto, avendo premura di liberare la fiera in un ampio locale sufficientemente ventilato, costantemente illuminato, destinato solitamente al ricovero di automezzi. Fatto questo ci dedicammo comodamente al soddisfacimento delle nostre necessità, comprese quelle alimentari.
In una pausa dei festeggiamenti, ci dirigemmo verso lo studio, convertibile all’occorrenza in sala d’ascolto.
Arrivato qui mi trovai di fronte ad un coro ligneo: parquet in teak e pareti rivestite in legno massello. Sulla parete sinistra, meglio sarebbe stato chiamarla navata, s’ergeva un’imponente libreria piena zeppa di tomi di ogni genere. Sulla parete opposta, invece una quantità indefinita di 33 giri e CD, quasi esclusivamente di musica classica. In fondo, al centro della terza parete (o presbiterio), c’erano loro, i gemelli McIntosh, adagiati su un altare anch’esso in legno.
Ai lati, come dei chierichetti, si ergevano due diffusori da pavimento Allison One, molto pregiati.
I gemelli McIntosh, un preamplificatore ed un finale di potenza valvolare, fino a quel giorno li avevo visti solo in fotografia, sulle riviste specializzate, proposti, più o meno, al prezzo attuale di una nuova Panda. Rimasi incantato di fronte ai due VU meter azzurro intenso.
Mi girai intorno, presi il primo disco che mi capitò a tiro, giusto per testare i due mostri, lo caricai sul giradischi Thorens ed abbassai le luci. Non avevo troppo tempo per dedicarmi ad un’accurata selezione.
Caso volle che beccai uno tra i pezzi di musica classica più struggenti che io conosca: Sonata per Arpeggione e piano D821 di Franz Schubert, magistralmente interpretato da Mstislav Rostropovich. Cosa potevo pretendere di meglio?
Sarà stata la compagnia, l’esaltazione, un po’ di vino, ma io non ricordo di aver provato mai una sensazione così intensa e suggestiva.
Lasciai il tempio a notte fonda, accompagnato dall’eco del violoncello e da sinistri latrati provenienti dal garage.

Tornando ad oggi, senza addentrarmi in un’analisi stilistica sui generi musicali del momento ma soffermandomi unicamente sugli aspetti tecnici relativi ai dispositivi di riproduzione e diffusione della musica, avrei qualcosa da obiettare. Innanzitutto i formati utilizzati sono tutti compressi, mp3 in primis, con un decadimento inevitabile della qualità.
Gli strumenti di riproduzione-diffusione sono quasi esclusivamente di tipo digitale compatto: PC, pocket audio, walkman, smartphone, cellulari e similari, altro che gemelli McIntosh, altro che efficienza di trasduzione elettroacustica. Al tempo stesso, però, devo constatare, osservando l’espressione di molti ragazzi di fronte a dei microdiffusori cinesi da 5/6 euro, mentre guardano Youtube, che assumono la stessa identica espressione inebetita disegnata sul mio volto quel lontano sabato sera.
Questo per dire che esistono momenti e momenti per ascoltare la musica, metodi e metodi, e che tra l’uno e l’altro ci può passare, qualitativamente, l’intero universo, però, se si possiede la volontà e lo spirito giusto per farsi trasportare, per volare, la tecnica e i mezzi contano davvero molto relativamente.
Oggi ho rivisto tante vecchie convinzioni, una fra tutte quella secondo la quale per apprezzare la musica in forma sublime e celestiale si dovesse necessariamente far ricorso a strumenti prestigiosi, non necessariamente i McIntosh, ovviamente, dal momento che si è sempre trattato, e si tratta tuttora, di dispositivi extralusso di valore spropositato per tanta gente.
Oggi, in conclusione, condizionato in parte dalle consuetudini, com’è normale che sia, Schubert adoro ascoltarlo anche così…

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