Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Kahlil Gibran’

Come si fa?

“Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. Per trasmettere il dolore bisogna essere felici”
Roberto Benigni, “La tigre e la neve”

Questo straordinario artista è riuscito a sintetizzare, a parer mio, lo spirito che anima, o che dovrebbe animare, tanta gente che offre emozioni attraverso la parola scritta, compresi noi gente normale o dilettanti senza alcuna velleità.
Comunicare felicità, per chi è ispirato da sentimenti di gioia e vitalità, non è difficilissimo, tanto più se è innamorato in ogni senso. Meno agevole è trasmettere positività per chi è malinconico. In questo caso, si tratta di un intento molto ammirevole, lo sottolinea anche Kahlil Gibran: “Come é nobile chi, col cuore triste, vuol cantare ugualmente un canto felice, tra cuori felici”.
Quello che io trovo estremamente impegnativo e a tratti inspiegabile, invece, è infondere angoscia e dolore, non tanto quando si è “tristi e taciturni con esuberanza”, riprendendo Benigni, piuttosto quando si è afflitti da vera e propria inquietudine, da depressione.
Molte poesie che leggo qui su WP, molti articoli, riflessioni, testimonianze, intime confessioni, producono un impatto emotivo notevole, sono scritti sublimi e struggenti, e lo sono senza che traspaia un minimo sentimento di rivalsa, di speranza.
A volte mi chiedo: come fanno alcuni a lanciare dei richiami disperati con estrema raffinatezza e applicazione? Parlo di sentimenti autentici e reali, non di espedienti romantici o abili artifici letterari.
Come si fa a declamare con continuità il proprio disagio senza avvertire fatica e sfinimento, senza frasi prendere dallo sconforto, e magari ricorrere ad una pausa, senza necessariamente giungere all’estrema soluzione di mandare tutto al diavolo?
Viene il sospetto, a volte, che ci sia qualcosa sotto che vada oltre la semplice richiesta di solidarietà, di conforto, di un parere, un’opinione, un suggerimento …. boh!
Non sarà che siano tutti seguaci di Virgilio e abbiano tutti letto l’Eneide, in quel passaggio che fa: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” – sono le lacrime delle cose che toccano la mente dei mortali?

Read Full Post »

Chi conosce quest’aforisma di Kahlil Gibran?:
“Dove potrò trovare un uomo che sia guidato dalla ragione anziché dalle consuetudini e dalle necessità?”

Relativamente alle consuetudini, una mia interpretazione la si ricava da quest’esempio:
Immaginate di entrare in una ricevitoria del Superenalotto, come dei patetici sfigati. Vi avvicinate al bancone e compilate la vostra schedina con tutta “l’oculatezza” che l’operazione richiede, adottando un criterio tutto vostro, il più delle volte assolutamente assurdo, per non dire: a ca…cchio!!.
Uscite dalla ricevitoria e, sebbene consapevoli che le probabilità di vincita siano ridottissime, cominciate a fantasticare con la mente. Quella scommessa vi infonde ottimismo e benessere. Sono sensazioni che durano al massimo due giorni: l’arco temporale tra un’estrazione e l’altra.
Al secondo tentativo (perché c’è sempre un secondo tentativo. Lo spirito di rivalsa, dopo una sconfitta, attecchisce sempre nell’animo dello sfigato), un impegno inderogabile vi costringe ad entrare nelle ricevitoria giusto due minuti prima della chiusura. Afferrate di corsa la prima schedina prestampata, e senza neanche guardarla ve la giocate.
Uscite fuori e con calma la leggete. Altro che sogni, altro che progetti, l’unica sensazione e di aver buttato i soldi. Riuscite a malapena ad esclamare: “non usciranno mai!”
Perché tanto sconforto? I numeri impressi sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, una sequenza che di vostra iniziativa non avreste giocato mai, ne sono più che convinto.
Il problema sta nelle “consuetudini” di Gibran, quelle direttive mentali che ci governano istintivamente senza il supporto dalla ragione.
Partiamo da un presupposto oggettivo: la fortuna è un evento casuale (oltre che un breve neologismo di largo uso: culo!!, Puro e semplice culo). Alla casualità si associa tecnicamente, nella numerologia, un insieme di numeri presi alla rinfusa. Cosa s’intende per numeri presi alla rinfusa, secondo le nostre consuetudini, ovvero secondo alcuni concetti erroneamente scontati? Tutto tranne che un’esatta sequenza di numeri, tanto più la prima in assoluto, e cioè: 1, 2, 3, 4, 5, 6”, ignorando, irragionevolmente, che questa serie, tornando all’esempio al Superenalotto, ha la stessa identica probabilità d’uscire di qualunque altra combinazione numerica (una su 622.614.630).

Passiamo alle necessità.
Cosa sono le necessità? Le necessità sono: la fame in senso lato, i bisogni spirituali e quelli corporali.
Soffermiamoci su quest’ultimi perché rendono meglio l’idea dell’ingovernabilità di talune esigenze, di taluni richiami.
Sull’opportunità scientifica di tale scelta, potrebbe nascere qualche malizioso sospetto. Accetto il rischio.
Per spiegare il fenomeno vi parlo di un mio amico. Si tratta di una persona che conosco sin dalla nascita, un po’ in là negli anni ma ancora perfettamente idoneo alla pratica dell’accoppiamento sessuale.
Questo mammifero invertebrato, probabilmente a causa di una sua debolezza, si rifiuta di farsi guidare dalla ragione, come direbbe Gibran, nel gestire serenamente dei prolungati e forzati periodi di astinenza sessuale.
Questo caso, comune a tanti altri individui, vittime di scelte giovanili sventuratamente incaute e non dotati di spirito di reazione autonomo, dimostra quanto sia complesso e controverso l’argomento.
Come dargli torto se per una situazione vincolante è impossibilitato a dare libero sfogo alle sue più intime pulsioni, con danni a carico, oltre che della psiche, anche dell’apparato riproduttivo (o ex-riproduttivo)?
Il problema potrebbe apparire comunemente risolvibile. Spesso, in circostanze analoghe, con una modica spesa, si fa ricorso “all’assistenza privata”. Vi sono soggetti preposti a tale scopo in ogni angolo di strada (appunto!!).
Sapete perché non può funzionare con lui, nonostante soffra maledettamente il dover costantemente reprimere? Perché, sebbene appaia tutt’altro che aulico, col suo modo volgare di esprimersi, fa parte di quella schiera di sognatori recidivi sfigatamente romantici che si ostinano a voler considerare il sesso solo come un piacevole complemento, che ci crediate o non (voi che lo conoscete).

Alla prossima, con buona pace di Gibran che forse per “necessità” intendeva qualcosa di meno materiale.

Read Full Post »

Il vostro amico

Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E’ la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.
Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore: nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi: la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito. Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.
E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Da “Il Profeta”, Kahlil Gibran

Read Full Post »