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Posts Tagged ‘Fortuna’

Chi conosce quest’aforisma di Kahlil Gibran?:
“Dove potrò trovare un uomo che sia guidato dalla ragione anziché dalle consuetudini e dalle necessità?”

Relativamente alle consuetudini, una mia interpretazione la si ricava da quest’esempio:
Immaginate di entrare in una ricevitoria del Superenalotto, come dei patetici sfigati. Vi avvicinate al bancone e compilate la vostra schedina con tutta “l’oculatezza” che l’operazione richiede, adottando un criterio tutto vostro, il più delle volte assolutamente assurdo, per non dire: a ca…cchio!!.
Uscite dalla ricevitoria e, sebbene consapevoli che le probabilità di vincita siano ridottissime, cominciate a fantasticare con la mente. Quella scommessa vi infonde ottimismo e benessere. Sono sensazioni che durano al massimo due giorni: l’arco temporale tra un’estrazione e l’altra.
Al secondo tentativo (perché c’è sempre un secondo tentativo. Lo spirito di rivalsa, dopo una sconfitta, attecchisce sempre nell’animo dello sfigato), un impegno inderogabile vi costringe ad entrare nelle ricevitoria giusto due minuti prima della chiusura. Afferrate di corsa la prima schedina prestampata, e senza neanche guardarla ve la giocate.
Uscite fuori e con calma la leggete. Altro che sogni, altro che progetti, l’unica sensazione e di aver buttato i soldi. Riuscite a malapena ad esclamare: “non usciranno mai!”
Perché tanto sconforto? I numeri impressi sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, una sequenza che di vostra iniziativa non avreste giocato mai, ne sono più che convinto.
Il problema sta nelle “consuetudini” di Gibran, quelle direttive mentali che ci governano istintivamente senza il supporto dalla ragione.
Partiamo da un presupposto oggettivo: la fortuna è un evento casuale (oltre che un breve neologismo di largo uso: culo!!, Puro e semplice culo). Alla casualità si associa tecnicamente, nella numerologia, un insieme di numeri presi alla rinfusa. Cosa s’intende per numeri presi alla rinfusa, secondo le nostre consuetudini, ovvero secondo alcuni concetti erroneamente scontati? Tutto tranne che un’esatta sequenza di numeri, tanto più la prima in assoluto, e cioè: 1, 2, 3, 4, 5, 6”, ignorando, irragionevolmente, che questa serie, tornando all’esempio al Superenalotto, ha la stessa identica probabilità d’uscire di qualunque altra combinazione numerica (una su 622.614.630).

Passiamo alle necessità.
Cosa sono le necessità? Le necessità sono: la fame in senso lato, i bisogni spirituali e quelli corporali.
Soffermiamoci su quest’ultimi perché rendono meglio l’idea dell’ingovernabilità di talune esigenze, di taluni richiami.
Sull’opportunità scientifica di tale scelta, potrebbe nascere qualche malizioso sospetto. Accetto il rischio.
Per spiegare il fenomeno vi parlo di un mio amico. Si tratta di una persona che conosco sin dalla nascita, un po’ in là negli anni ma ancora perfettamente idoneo alla pratica dell’accoppiamento sessuale.
Questo mammifero invertebrato, probabilmente a causa di una sua debolezza, si rifiuta di farsi guidare dalla ragione, come direbbe Gibran, nel gestire serenamente dei prolungati e forzati periodi di astinenza sessuale.
Questo caso, comune a tanti altri individui, vittime di scelte giovanili sventuratamente incaute e non dotati di spirito di reazione autonomo, dimostra quanto sia complesso e controverso l’argomento.
Come dargli torto se per una situazione vincolante è impossibilitato a dare libero sfogo alle sue più intime pulsioni, con danni a carico, oltre che della psiche, anche dell’apparato riproduttivo (o ex-riproduttivo)?
Il problema potrebbe apparire comunemente risolvibile. Spesso, in circostanze analoghe, con una modica spesa, si fa ricorso “all’assistenza privata”. Vi sono soggetti preposti a tale scopo in ogni angolo di strada (appunto!!).
Sapete perché non può funzionare con lui, nonostante soffra maledettamente il dover costantemente reprimere? Perché, sebbene appaia tutt’altro che aulico, col suo modo volgare di esprimersi, fa parte di quella schiera di sognatori recidivi sfigatamente romantici che si ostinano a voler considerare il sesso solo come un piacevole complemento, che ci crediate o non (voi che lo conoscete).

Alla prossima, con buona pace di Gibran che forse per “necessità” intendeva qualcosa di meno materiale.

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Qualcuno ricorda il personaggio di Mister Magoo?
E il simpatico protagonista di una serie di cartoni animati trasmessi molti anni fa.
Mister Magoo è un simpatico vecchietto, calvo e brontolone. Un ricchissimo pensionato, proprietario di una fabbrica di verdure in scatola, che si ostina a non voler portare gli occhiali nonostante sia fortemente miope. Il tema principale delle sue avventure è incentrato su una serie di esilaranti equivoci.
A causa della sua incoscienza, il vecchietto si caccia continuamente in un mare di guai: quando prende l’aereo, ad esempio, credendo che si tratti di una nave, esce tranquillamente a passeggio sulle ali convintissimo di trovarsi sul ponte. In un altro episodio quando assiste ad un conflitto a fuoco fra banditi e poliziotti, pensa che si tratti di fuochi d’artificio.
Spesso l’accompagna suo nipote Waldo, come nella gita in montagna, quando quest’ultimo, indossando imprudentemente un cappotto di procione, attira le attenzioni di un orso. Waldo riesce a fuggire ma Mr. Magoo no, ovviamente. Ciò nonostante, trascorre indenne il resto della gita in compagnia dell’orso scambiato per suo nipote, riducendolo all’impotenza grazie a tutta una serie di colpi fortuiti assestati col suo fido bastone.
La cosa straordinaria, quindi, è che Mister Magoo passa incolume in mezzo a tutte le avventure in quanto è sempre accompagnato da una fortuna incredibile che non lo abbandona mai, neanche quando fa l’equilibrista sui ponteggi dei grattacieli, pensando di trovarsi sopra ad un ascensore.
Rapportandolo alla vita reale, io di Mister Magoo ne conosco diversi. Sono persone che detesto particolarmente, in una forma viscerale, è più forte di me.
Le persone fortunate, oggettivamente fortunate, soprattutto quelle inconsapevoli e quindi irriconoscenti, sebbene non abbiano colpe, le manderei sistematicamente a spalare la neve in Valsesia, a rischio di far sparire l’inverno o la Valsesia. Le lastre di ghiaccio, quelle spesse e stratificate, le riserverei ai fortunati in amore.
Quelli che conosco io (per pura casualità, immagino), sembrano fatti con lo stampino: un viso tutto sommato gradevole, rassicurante, paffutelli e con tanto di pancetta. Quest’aspetto mi fa pentire a volte di avere un ventre piatto come una sogliola, anche perché pare proprio che questo particolare del “salvagente” susciti nelle donne degli istinti arcaici, attirandole fatalmente … me lo confermate?
A questo punto qualcuno, rimanendo in argomento, potrebbe chiedermi (non so su quante persone posso contare dal momento che si tratta di una domanda intelligente):
Secondo te la fortuna di un uomo è governata dal fato/casualità o dagli eventi che egli stesso ha determinato?
Beh! Io gli risponderei: (a volte ho l’impressione di parlare con me stesso …)
WOW!!! Complimenti per la domanda, anche se io non accosterei in modo così semplicistico il fato alla casualità, dal momento che il “fato” è considerato come: legge eterna e ineluttabile che regola e domina senza contrasto la vita; un volere Divino, mentre la casualità è un termine di pura matrice scientifica, per nulla pregno di spiritualità.
Comunque, consideriamo opportunamente il nostro destino come la nostra condizione finale, il nostro status, e gli eventi come un insieme di accadimenti determinati dal nostro agire, dal modo con cui ci rapportiamo al mondo. In base a tale considerazione, se noi tralasciassimo alcuni “dettagli irrilevanti”, potremmo tranquillamente concludere, come i latini insegnano: Homo faber fortunae suae , che gli eventi sono la causa, il destino l’effetto, e tutto il resto non conta; ma è davvero così semplice la lettura?
E le tare caratteriali? La nostra collocazione temporale? Il nostro ambiente formativo, chi li determina, noi?
Io credo che alla nostra nascita ci venga assegnato un compito: un bel foglio bianco, dei colori (non a tutti lo stesso assortimento) e un soggetto da rappresentare, a chi un bel prato fiorito e a chi un mare in tempesta. Assegnatoci ciò, in funzione delle nostre attitudini (inventiva, fantasia, intraprendenza, coraggio…), dei nostri istruttori naturali, della moda del momento, e non ultimo, del nostro stato di salute, siamo chiamati a portare a termine tale compito.
A questo punto, per quanto uno si sforzi di realizzare la più bella rappresentazione grafica possibile (fortunae suae), se la sorte gli ha assegnato: pochi colori, un soggetto banale o non adatto ai tempi, o entrambe le cose, una fantasia limitata, una scarsissima audacia, magari una condizione fisica non ottimale, dei genitori che a tutto hanno pensato tranne che suggerirgli le mosse corrette, e per ultimo dei cattivi compagni di classe, ma che speranze ha di sortire un’opera che possa suscitare consenso e ammirazione?
Può solo contare sull’umana misericordia, compresa la propria, e non prendersela né con se stesso né con il Fato, dal momento che rischierebbe di commettere un grave peccato: una bestemmia. La sola opportunità, estrema e immorale che gli è consentita, è di strappare il foglio; ma anche per questa scelta ci vuole una forte attitudine.
Il fato o casualità è quindi il vero artefice del nostro destino, in modo diretto o indiretto, a parer mio, lo stesso che a volte ci pone affianco, come angeli, dei saggi ed onesti compagni (vedi WordPress).
Concludo con una considerazione: io, onestamente, non mi ritengo sfortunato, ma neanche baciato dalla fortuna. Mi trovo esattamente nel mezzo, come in tutto ciò che riguarda la mia vita (50% in tutto). Sotto sotto, è proprio questo che mi rende unico e speciale agli occhi di qualcuno. Non è una virtù, ve l’assicuro.
Vi saluto con un auspicio: che muti il vento, di tanto in tanto, e non per sete di vendetta ma di giustizia. E se qualcuno vuole aggiungere: “Ride bene chi ride ultimo”, lo faccia pure tranquillamente, ha tutta la mia comprensione ed il mio sostegno.

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