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Ballerina_

«E adesso propongo un bel brindisi per il futuro sposo!!»
“EVVVAI!!! … E siamo a 10.”
“Ragazzi!! Ringrazio tutti per la bellissima cena. Siete stati davvero fantastici!!”
«Ringraziaci più tardi, dopo le preghiere.»
“Le preghiere?! … Uagliù! Nun facimm strunzat’.”
«Non ti preoccupare … Seguici.»

Arrivati al piano superiore della bettola entrammo in una stanza completamente vuota. C’era solo una vecchia cassettiera accostata a una parete, con un paio di candele accese, e tutta una serie di sedie disposte a semicerchio lungo le pareti. Al centro della stanza c’era il trono riservato al festeggiato: il nostro futuro sposo.
All’improvviso si spensero le luci. Tutti quanti, a lume di candela, tranne i tre, quattro organizzatori di quella seduta apotropaica, rimanemmo in attesa che da un momento si presentasse qualcuno a consegnarci un rosario; le premesse sembravano quelle … invece … Da una porta secondaria, affianco alla cassettiera, assieme alle note di “Giù la testa”, di Ennio Morricone – almeno quelle mi sembravano – entrò una specie di pistolera.
Era caruccia, dai bei lineamenti, magrolina, altezza media, tutta vestita di nero: cappello, stivali, pantalone (a strappo rapido), gilet (borchiato) e pistole, ovviamente. Tutto lasciava presagire che non fosse li per forgiare barboncini e coniglietti con i palloncini colorati, piuttosto per mostrare un altro genere di effetti illusori – e ne creò qualcuno molto ma molto suggestivo.
Dopo circa una decina di minuti, quest’improbabile sceriffo, rimase semplicemente con gli stivali, un frustino e un triangolo isoscele. Ad un tratto, passò in rassegna tutti quanti, e, incredibile a credersi – posso citare numerosi testimoni a tal proposito, compreso mio fratello – arrivò di fronte a me e si sedette sulle gambe. Chi ha avuto a che fare con i bambini piccoli, sa bene che quando questi salgono sulla ginocchia, per istinto si è portati a infilare una mano sotto un ascella, per evitare che cadano; beh!! Questa premura mi costò una frustata …

“Giù le mani dalla mercanzia!! Non si tocca!”
«Azz!!! … Ma veramente non era nelle mie intenz … Vabbé!!»

La cosa andò avanti per qualche altro minuto, noi sempre intorno, lei che girava infervorando gli animi e il festeggiato al centro, finché la giovinetta non decise di esibirsi nella performance più strabiliante: la luce dell’anima. Completamente nuda, poggiò una torcia a terra. Un colpo di magia e voilà!! La torcia cominciò a sollevarsi dal pavimento senza l’ausilio delle mani, stretta nella morsa dell’origine del mondo – quella di Courbet, per intenderci.
Nella congrega calò il silenzio. La tensione raggiunse l’apice. Un turbinio di giravolte, capriole e scie luminose che si proiettavano sul soffitto, sulle pareti, sui nostri volti esterrefatti. In passato avevo sentito parlare di uomini rimasti abbagliati alla vista di una Jolanda ma non credo con quella intensità. Ad un certo punto mi venne da sussurrare sottovoce, da maniaco quale sono, senza troppa convinzione, però, per timore di una nuova reazione:

«Scusa! Hai anche la luce della retromarcia?»

Captai solo in parte il senso della colorita risposta in dialetto siciliano – la terra d’origine dell’amazzone.
Quello che avvenne dopo – per carità, nulla di indecente – fu da tipico addio al celibato: il festeggiato al centro della stanza, le mani legate, bendato e la ninfetta che gli praticò lo streap senza la minima delicatezza, fino a lasciarlo in mutande. I bottoni della camicia partirono a raffica. Per il pantalone, invece, si dovette far ricorso ad un trinciapollo, preso in prestito dal locale …

“Ué! Ué! Bella!! Che è ‘sto rumore? … Non vedo niente. Che stai facenn? … NOOOOO!!! ‘O PANTALONE NOOO! … MANNAGGIA ‘A MISERIA!! … E’ NUOVO!! TI PREGO!! … Evvabbuò!! Amen!”

E tutto finì in preghiera, come preannunciato.

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