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Posts Tagged ‘Arthur Schopenhauer’

esibizionista

«Di fatto, il valore che attribuiamo all’opinione altrui, e la costante preoccupazione riguardo ad essa, superano, generalmente, quasi tutte le motivazioni veramente ragionevoli, sicché quel pensiero si può considerare una specie di fissazione universalmente diffusa o, piuttosto, congenita.
In tutto ciò che facciamo, l’opinione altrui viene presa in considerazione prima, quasi, di ogni altra cosa, e se ci riflettiamo attentamente, vedremo che quasi la metà di tutte le ansie e di tutti i timori che ci hanno turbati in tutto il nostro passato, nascevano da quella preoccupazione. Essa è alla base del nostro orgoglio, così spesso offeso perché così morbosamente suscettibile, della nostra vanità e delle nostre ambizioni: dell’ostentazione del lusso e dell’esibizionismo.»
Arthur Schopenhauer, “L’arte di ignorare il giudizio degli altri”

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schopenhauer

Oggi, mentre smembravo un notebook della Toshiba (perfettamente riparato), mi è venuto in mente un pensiero di Schopenhauer (pensate un po’!) e facevo una considerazione  (più che altro, una pippa, per cui se non vi sentite predisposti, vi consiglio di abbandonare il  blog e aspettare il prossimo post.
Diversamente … Il pensiero – questa soggettiva interpretazione: cosa c’è di peggio di una persona che non è né carne né pesce? – s’ispira a questa argomentazione di Schopenhauer (sono mie estrapolazioni):
« Si consideri l’assurdità del desiderio dei beni materiali. Gli stolti credono che, se potessero ottenere anche soltanto la ricchezza, i loro desideri sarebbero del tutto appagati: un uomo di molti mezzi si suppone abbia il potere di soddisfare ogni desiderio. Molta gente è spesso rimproverata per la brama del denaro, ch’essa predilige sopra ogni altra cosa; tuttavia, questa brama è naturale ed inevitabile, poiché il denaro, come un instancabile Proteo, è sempre pronto a convertirsi nell’oggetto su cui si sono fissati per un istante i loro mutevoli e multiformi desideri. Qualunque altra cosa non può che soddisfare uno specifico desiderio; solo il denaro è buono in modo assoluto, perché esso rappresenta, in astratto, la soddisfazione di ogni brama. Ciò nonostante, una vita consacrata all’acquisto della ricchezza sarebbe totalmente perduta, se non si conoscesse il modo di convertire la ricchezza in felicità; e questa è un’arte che richiede cultura e saggezza. Una successione di imprese nel dominio dei sensi non soddisfa mai a lungo; si deve comprendere il fine della vita e non solo l’arte di acquistare i beni. Gli uomini sono mille volte più intenti a diventar ricchi che ad acquistare una cultura; sebbene sia fuori di dubbio che un uomo in quanto ” è ” contribuisce assai più alla sua felicità che in quanto egli ” ha “ »
Ho il sospetto che questo concetto abbia ispirato anche Erich Fromm … andiamo avanti …
« Un uomo che non sente bisogni intellettuali non sa come impiegare il suo tempo – « dificilis in otio quies » (la pace nell’ozio è difficile), egli erra da luogo a luogo, ricercando avidamente nuove sensazioni, ed infine, è raggiunto da quella Nemesi del ricco ozioso o dell’epicureo cinico. »
E ancora …
« Non la ricchezza si deve conquistare, dunque, ma la saggezza: il potere dell’intelletto sulla volontà. Grazie ad esso, il desiderio può essere moderato o vinto dal sapere. Di dieci cose che suscitano in noi la noia, nove non potrebbero farlo se noi le studiassimo nelle loro cause e conoscessimo perciò la loro necessità e la loro vera natura; poiché, ciò che la briglia e il morso sono per un cavallo riottoso, é, nell’uomo, l’intelletto per la volontà. Per necessità intrinseca ed estrinseca; nulla più ci dona quiete quanto una cultura raffinata. Più conosciamo le nostre passioni, e meno esse potranno dominarci, e nulla potrà maggiormente proteggerci »
Detto tutto questo, ho cercato d’immedesimarmi non in un classico “ciuccio” né in una persona di cultura (alta o medio alta), bensì in quell’essere né carne né pesce. Sono quegli individui che sanno benissimo che uno stolto, benché spesso inconsapevole della propria condizione, difficilmente può godere, senza una conoscenza, una predisposta sensibilità, una capacità di discernimento (la cura dell’intelletto, insomma), le massime espressioni e manifestazioni della creatività e dell’ingegno umano (e Divino). Penso all’arte, alla letteratura, alla natura; persino agli umani sentimenti. Questi abitanti della terra di mezzo (che non sono gli hobbit … magari lo fossero, almeno si caratterizzerebbero in qualche maniera) mirano a tutto ciò, mirano all’interpretazione dell’essenza, ma per qualche limite, non hanno sviluppato un intelletto sufficientemente forte, esigente, sensibile, nobile, pregiato, tale da contrastare le istanze della volontà e del desiderio (soprattutto materialistico).
Sapete come ho fatto ad immedesimarmi nella forma più appropriata? Sono andato in bagno a lavarmi le mani.

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Pspini

« Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per evitare di rimanere assiderati. Ben presto, però, avvertirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza, che rappresentava per loro la migliore posizione. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro. Le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare, e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! . Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli. »
Arthur Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”

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