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Posts Tagged ‘Abitudine’

picchiata_2

Io odio le polemiche. Me le faccio scivolare addosso. Fuggo la rissa. E questo potrebbe essere un elemento di maturità “riuscire a sorvolare”, se non fosse che “riuscire” non sempre equivale ad “avere imparato”. Imparare è saper mettere in pratica in modo costante e cosciente: sempre amministrare, sempre discriminare … Sorvolare per sorvolare, rendersi impermeabili per consuetudine, come tutte le abitudini, può sfociare in un vizio. Un vizio difficilissimo da correggere, in modo razionale, se compromette l’emotività e l’empatia. Oserei chiamarlo una “impermeabilità non selettiva”. Mi si potrebbe obiettare che questa può essere frutto contingente (transitorio) di uno stato depressivo. Evvabbé!! Mi si obietti pure, ma senza polemica, altrimenti la cosa mi scivolerebbe addosso, senza controbattere, diversamente da ciò che succederebbe (spero) di fronte a un quadro, una frase di un libro, un panorama, un abbraccio, sette note di fila o uno sguardo sofferente, nonostante qualche preoccupante avvisaglia. Perché se nulla di tutto ciò s’infiltrasse più nelle ossa, se sorvolassi a ca..so – persino in senso negativo, dall’alto in basso – anche sull’emozioni, sarebbe davvero la fine.

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ilcoro-rid

Cos’è una voce fuori dal coro? E’ colui il quale, pur dedicando, inevitabilmente, un piccolo pensiero ad un anno che sta per finire, risponderebbe che non ha alcun senso fare bilanci, tantomeno porsi dei propositi. Tutti inutili cerimoniali, rituali senza senso: l’antifatalismo per eccellenza.
Una voce fuori dal coro non è un semplice pessimista o un semplice depresso. Una voce fuori dal coro è fatto così, aspetta il momento propizio per marcare il suo apparente anticonformismo e il suo più tetro pragmatismo. E’ un sentenzioso, è un guastafeste, è un’incazzato, è uno che spara sentenze, è un provocatore. Anch’io ho la tendenza a stonare, a volte – è la mia parte più immatura e dispettosa -. In questo momento, ad esempio, sarei un po’ tentato di cantare a capocchia, ma faccio un piccolo sforzo. Vi elencherò, alla resa dei conti di quest’irripetibile anno Tredicesimo del Terzo Millennio, ciò che mi ha scosso in modo più significativo in tutta la mia interezza, e quindi l’unica cosa che ricorderò per lungo tempo: tutti i goal di Carlos Tevez (figuratevi!!). Ma non mi fermo qui, esprimo anche un augurio (serio), a tutti quelli come me: che trovino la forza per modificare in modo sostanziale una propria perniciosa abitudine. Una brutta abitudine è un flagello terribile, subdolo, asintomatico. Lo spiega bene Oriana Fallaci (ultimamente sto abusando un po’ di citazioni d’autore, ma chissenestrafrega!!).
Da “Un uomo”:
« L’abitudine è la più infame delle malattie, perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte.
Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portare le catene a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente e cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.»

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mouse_juve

Si dice che l’ironia sia il sale della vita, il pepe, il pinzimonio; sia il colore essenziale della gioia del distacco, della capacità di ridere, di sorridere, di guardare le cose da un punto di vista disincantato, e non solo. L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza, scriveva Kierkegaard, senza aderire al dramma, aggiunge Fulvio Fiori, consentendo di sdrammatizzare, di alleggerire, di guardare i problemi appesi a un palloncino, il che (sempre secondo lui) aiuta sicuramente a risolverli. Io non credo che l’ironia sia semplicemente questo. L’ironia è anche un’arma, un’abitudine. A volte, più che un effetto riuscito, è un’intenzione mancata. Di certo è una risposta spontanea e arguta che può significare:
“Amico mio, io non ho risposte competenti ed efficaci per il tuo problema, sebbene si fondato (ma non insormontabile), per cui consentimi di ironizzarci su. Magari a te basterebbe una semplice parola di conforto, con tono serio e caritatevole, ma a me, al quale non è mai stata riservata una tale premura, viene spontaneo d’agire diversamente. Di fronte a problemi risolvibili, preferisco ironizzare, soprattutto con me stesso. Certo! Se lo facessi indiscriminatamente sarei un idiota. Questo è il mio modo per starti vicino e tentare di strapparti un sorriso, sebbene tu possa fraintendermi e sentirti preso per in giro inopportunamente, in un periodo nel quale sei più distratto e vulnerabile, (questo è rischio che corro spesso, ahimè!) ma io confido nella tua intelligenza”.
Oppure può significare:
“Amico mio, io non credo che il tuo problema sia un problema reale, per cui consentimi di ironizzarci su. Mi viene spontaneo così, mi riesce bene. Questo è il mio modo per tentare di farti capire che quello che ti tormenta, al pari di quello che angoscia me, non merita la misericordia di nessuno. Siamo due emeriti imbecilli, ancor più se paragonati alle persone che soffrono realmente di mali terribili, compresi i loro familiari e tutti coloro i quali si fanno carico del loro dramma. Certo! Potresti sentirti preso per in giro, in un periodo nel quale sei più distratto e vulnerabile, e pensare che anche il nostro male sia comunque un male e che possa significare disperazione, o il preavviso di un “Male oscuro”, ma io confido nella tua (e nella mia) intelligenza, altrimenti: rivolgiti a un esperto. L’autocommiserazione non va mai sostenuta”.
Perché quest’articolo? Niente!! Sto provando un nuovo mouse.

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