Feeds:
Articoli
Commenti

V sea ancona

Et voilà les jeux sont faits.! Rien ne va plus … ma proprio plus!
Alla venerabile età di 87876721567 anni luporenna si rimette in gioco, o meglio, al lavoro: al servizio di un’azienda molto prestigiosa, la FINCANTIERI – parente della mia vecchia e onorabile ANSALDOBREDA. A fare cosa? Una collaborazione tecnica – elettronica/elettrotecnica, per l’esattezza.
Dopo una vita sui locomotori, e dopo aver dissotterrato l’ascia – non in senso metaforico, intendo proprio l’attrezzo agricolo – inaspettatamente mi si offre di allargare i miei orizzonti – comprese le aree di lavoro – e di cambiare aria, e pure sponda (!?!), dal Tirreno alla’Adriatico … (che pensavate?)
Che spettacolo, gente, le navi da crociera!! Che emozione vederle da vicino (proprio la Viking Sea della foto). E che belle le Marche!! … Vi terrò informati.
Due mesi fa pubblicai questi versi – in tempi non sospetti:

“C’è gente che ha bisogno d’ingegnarsi,
di buttarsi giù dal letto di buonora.
Gente che compensa col sudore,
che si fa scudo dei propri affanni:
chi può mai biasimare chi si sfianca?
Gente smaniosa,
che salda il proprio conto faticando,
scrollandosi di dosso solo polvere.”

Il “paradiso” può attendere.

caro_amico

Io scrivo troppo chiaramente, per cui devo avere uno di questi problemi:

A – Non sono sensibile
B – Non sono poetico.
C – Non ci sto proprio con la testa.

(Charles Bukowski)

Girl embracing teddy bear

«E ora desidero parlare con te, che ti accusi di timidezza, che avvampi, tremi, sudi, e ti batte il cuore. E vivi questa condizione come una vergogna, una gabbia davanti alla quale si fermano tutti gli altri a indicarti e a deriderti. Voglio parlare con te perché non lo fa nessuno in quest’Italia che premia i prepotenti. Neanche tuo padre e tua madre ti comprendono poiché temono che sarai perdente, e anche tu credi di esserlo e finisci col vergognarti di te stesso. Solo due parole, fratelli emotivi, vittime dell’aggressività sociale… Jerome Salinger, il grande scrittore americano del “Giovane Holden” si è chiuso nel suo silenzio dal 1963. Trentasette anni che nessuno gli scatta una foto, nessuno lo incontra, nessuno sa dove sia. Timido. Timido come Charlie Brown, Leopardi, Emily Dickinson, Roberto Baggio, Woody Allen ed Albert Einstein che non sapeva corteggiare le signore e si consolava suonando il violino. Questi sono i vostri illustri padri, fratelli timidi, e la vostra è una dote assolutamente preziosa nel patrimonio genetico umano e non un “male sociale”. Il rossore, il tremore, oggi sono diventati vizi insopportabili e la società sembra non aver posto per i timidi. Ma dalla timidezza non si deve guarire, brothers, questa è la più grossa stronzata messa in giro dai mediocri che non riusciranno mai a dare o ricevere un’emozione così come siete capaci di darla o riceverla voi. Voi vedete quello che gli altri hanno paura di vedere, fratelli. Vedete il limite, il pericolo, l’estinzione. Per questo la vostra fragilità è una roccia, e il patrimonio che voi arrossite di possedere è un tesoro da preservare. Non è paura, né fobia, né angoscia, né depressione, né vigliaccheria. Timido, perfettamente timido è il neonato che guarda il mondo per la prima volta. La cosa straordinaria non è com’è che il suo cuore batta, ma com’è che non gli venga un infarto.»
Jack Folla

_64A1336 Amelie Nothomb

«Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nullafacente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiana dei cessi. Dalla divinità alla latrina: c’era di che estasiarsi del mio percorso inesorabile. Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello di signora Pipì. Passato lo stupore, la prima cosa che provai fu uno strano sollievo. Quando si lustrano i bagni sporchi, il vantaggio è che non c’è da temere di cadere più in basso.»
Amélie Nothomb, “Stupore e tremori”

Cioran_1

«Ogni volta che le cose non vanno e ho pietà del mio cervello, sono colto da una voglia irresistibile di proclamare. Proprio allora intuisco da quali baratri meschini sorgano riformatori, profeti e salvatori.»

«Anche se inattivi, da soli non si spreca tempo. Lo si sperpera quasi sempre quando si è in compagnia. Nessun colloquio con se stessi può essere del tutto sterile: qualcosa ne vien fuori per forza, non fosse altro che la “speranza” di ritrovarsi, un giorno.»

«Se ciò che si dice di noi non ci tocca in alcun modo, perché logorarci in imprese subordinate comunque all’approvazione altrui?»

amelie-nothomb-literatura

«Gli errori sono come l’alcool: ci si rende conto subito di aver ecceduto, ma piuttosto che avere l’accortezza di smettere per limitare i danni, una sorta di rabbia, la cui origine è estranea all’ubriachezza, obbliga a continuare. Questo furore, per quanto strano possa sembrare, potrebbe definirsi orgoglio: orgoglio di reclamare che, contro ogni logica, si aveva ragione a bere e a sbagliarsi. Persistere nell’errore o nell’alcol acquista allora il valore di argomento, di sfida alla logica: se mi ostino, vuol dire che ho ragione, checché se ne possa pensare. E mi ostinerò fino a che gli elementi non mi daranno ragione: diventerò alcolizzato, prenderò la tessera del partito del mio errore, nell’attesa di scivolare sotto il tavolo o di essere ignorato da tutti, con la vaga speranza aggressiva di far ridere il mondo intero, convinto che fra dieci anni, dieci secoli, il tempo, la Storia o la Leggenda finiranno per darmi ragione, il che del resto non avrà più alcun senso, visto che il tempo riscatta tutto, visto che ogni errore e ogni difetto ha il suo momento d’oro, visto che sbagliare è comunque sempre una questione di epoca.»
Amélie Nothomb, “Sabotaggio d’amore”

Alcesti

Erica-Jong

La schiava migliore
non ha bisogno d’esser picchiata.
Si picchia da sé.
Non con una frusta di cuoio,
o con bastoni e verghe,
non con un randello
o con un manganello,
ma con la frusta fine
della sua stessa lingua
e il battere sottile
della sua mente
contro la sua mente.
Chi può infatti nutrire per lei metà
dell’odio che nutre essa stessa?
E chi può eguagliare la finezza
degli insulti che si rivolge?
Anni di allenamento
occorrono per questo.
Venti anni
di auto-indulgenza
e negazione di sé;
finché il soggetto si ritiene una regina
e pure una mendicante –
le due cose allo stesso tempo.
Deve dubitare di sé
in tutto fuorché l’amore.
Deve scegliere appassionatamente
e malamente.
Deve sentirsi perduta come un cane
senza il padrone.
Deve riferire tutte le questioni morali
al proprio specchio.
Deve innamorarsi di un cosacco
o di un poeta.
Non deve mai uscire di casa
se non celata sotto il trucco.
Deve portare scarpe strette
perché sempre ricordi di essere schiava.
Non deve dimenticare
che è radicata nel terreno.
Benché sia svelta nell’apprendere
e riconosciuta intelligente
il dubbio che istintivamente ha di sé
la deve rendere così debole
che si applica brillantemente
a mezza dozzina di opere d’ingegno
e così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.
Se è un’artista
e quasi quasi è un genio,
il fatto stesso d’avere questo dono
deve riuscirle così penoso
che si toglie la vita
piuttosto che vincerci.
E dopo la sua morte, piangeremo
e ne faremo una santa.

Erica Jong, “Alcesti al circuito della poesia – 1973”