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Archive for maggio 2015

isis_2

Io non credo che riuscirò, per il resto della mia esistenza, ad ammirare dal vivo i più grandi patrimoni dell’umanità sparsi in ogni angolo della terra, soprattutto quelli più remoti e irraggiungibili, e per tale ragione, se seguissi un criterio diffuso – un tantino egoista: estinto io, estinto il mondo – potrei non dispiacermi più di tanto per il loro stato d’abbandono o per la loro devastazione, eppure provo un’angoscia enorme, ineguagliabile, per gli oltraggi perpetrati dall’uomo a danno di opere d’arte e architettoniche: testimonianze storiche di valore inestimabile, sebbene “oggetti” (semplici manufatti stimati convenzionalmente). Cos’è questo, amore per l’arte?; Disprezzo per ogni forma di vandalismo e trascuratezza nei confronti di opere uniche e irreplicabili (anche mie)?; Avere a cuore i destini delle future generazioni?; Indignazione verso chiunque osi contrastare le disposizioni del tempo, sottraendo per sempre alla sua custodia ciò che il re dei re aveva stabilito di preservare: “Assurdo!! … Era lì da millenni …”

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Ce l’hai con me?

De Niro

Qualche settimana fa, dall’elettrauto, dopo aver poggiato una batteria sul banco da lavoro:

“Salve! Voi siete Vincenzo, il titolare?”
«Si!»
“Mi manda Raffaele, sono andato al suo negozio a sostituire una batteria per la Panda. Prima di darmi la nuova mi ha detto di venire da voi con la vecchia per verificare se è esausta. Lui non è troppo convito.”
«Quanti anni ha la batteria?»
“Circa tre”
«Uhmm…»

Il test di mantenimento della carica di una batteria si esegue con un apposito strumento e dura pochi secondi. L’elettrauto, quindi, avrebbe potuto semplicemente prendere il tester – a pochi centimetri di distanza – tirarlo fuori dalla custodia, eseguire la verifica, e mandarmi via, così com’è successo una decina di minuti dopo, tra l’altro con un responso prevedibile: batteria da sostituire. Ciò che ha fatto Vincenzo, invece, allontanandosi in silenzio per raggiungere un maggiolino nel piazzale e smontarne il regolatore di tensione, è stata una mossa non motivata da alcuna urgenza. Dopo averlo scollegato, infatti, l’ha infilato in un cassetto. Cos’ho fatto allora io? Anziché risentirmi, ho provato un sentimento di comunanza, una sensazione di sollievo. Mi sono sentito meno strano del solito. Si! Perché io, al posto suo, avrei fatto, più o meno, la stessa cosa: avrei fatto lo gnorri. Non si tratta di menefreghismo, così come potrebbe apparire, ma di una reazione istintiva, un “sussulto di ribellione”.
Io mi reputo una persona disponibilissima – una convinzione avvalorata da continui riscontri – e offro aiuto sincero e disinteressato, soprattutto in senso pratico, a chiunque, nonostante ciò, la mia prima reazione (transitoria e senza strascichi), di fronte ad un’istanza improvvisa, da qualunque parte essa giunga, sia che abbia pianificato già il mio tempo oppure no, è di glissarla, e non faccio distinzione tra le prestazioni a titolo gratuito (la quasi totalità) o quelle remunerate in ambito professionale, la reazione è la stessa. E’ come se si attivasse un freno inerziale, qualcosa difficile da descrivere ma che potrebbe essere: “Amico caro, io soddisfo la tua richiesta perché mi fa piacere di procurarti sollievo, lealmente. Perché aiutando te, o chicchessia, indiscriminatamebte, provo un sentimento di solidarietà, di umanità. Perché dopo, quando riesco, se riesco – o spesso semplicemente per averci provato – mi sento soddisfatto, realizzato, appagato. Detto ciò consentimi però una libertà – rigorosamente a tua insaputa – una piccolissima pausa, un ritardo alla risposta, qualcosa che si traduce con un “quasi subito”, e della quale, per altro, io posso solo ipotizzarne la ragione mentre tu, se non sei stranamente generoso me, non hai alcuna possibilità di accorgertene. E’ probabile che serva ad assorbire l’urto che mi procura, in una precisa circostanza, la tediosa consapevolezza di essere già un “condannato” in partenza. Totalmente e irrimediabilmente inadatto a pronunciare, anche solo per gioco, per capriccio o per scommessa, un banalissimo no.”

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Asso

Qualche settimana fa vi ho raccontato di Elsa, la cagnetta trovatella che ho accudito per tre mesi e che poi è emigrata a Londra, con non poco dispiacere. Bene! Vi racconto il seguito; in parte prevedibile.
Spesso si sostiene che la vita sia una partita a carte, e che le carte le assegna esclusivamente la sorte, ma non sempre è così. Capita che certi eventi vengano un po’ forzati – o del tutto pilotati – e che i bari vengano anche smascherati. E quali sono gli imbroglioni più comuni ed incalliti, quelli che non s’ingegnano neanche più di tanto per evitare d’essere sgamati e per i quali non esistono efficaci deterrenti? Ovviamente i figli, grazie ai quali, qualunque attenuante risulta ammissibile e qualunque provocazione si trasforma in scommessa, come quest’ultima in ordine di tempo, e cioè che con amore, costanza, socializzazione e disciplina, un simpatico cucciolo, di una ventina di chili, figlio di un Corso (la mamma) ed un incrocio tra un Pitbull e un Dogo Argentino (il mite babbo), possa assumere, da adulto, i comportamenti di un Cocker … mah! Staremo a vedere.
In teoria – e solo in teoria – tra qualche mese, dovrebbe già iniziare ad amputare qualche braccio o a dilaniare qualche milza. Fino ad ora – ha quasi quattro mesi – più che fare le feste e leccare in faccia qualunque essere vivente, bambini compresi, che incontra per strada, non s’è spinto oltre: assolutamente nessun danno a persone o cose.
Chissà se è vero, quanto asseriscono esperti cinofili, che non esiste il cane aggressivo per natura, esiste soltanto una latente potenzialità in alcune razze. Una propensione che, in funzione dell’”uso”, può essere sospinta – da criminali – o soppressa totalmente, con la forza dell’amore – speriamo!
Tornando alle carte, ho ceduto una regina – Elsa, così com’era trattata – e ho pescato un Asso – il nome del tricheco, dal pelo nero e lucido.

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B.sapone

«La vera bellezza, quella che non svanisce e non crolla, ha bisogno di tempo, di fatica, di una resistenza incredibile. È la goccia lenta a creare una stalattite, il tremito della Terra a dare origine alle montagne, il continuo infrangersi delle onde a spezzare le rocce e smussare i margini più aspri. E dalla violenza, dalla foga, dalla furia dei venti, dal rombo delle acque, emerge qualcosa che è migliore, qualcosa che altrimenti non sarebbe mai esistito. Per questo noi resistiamo. Abbiamo fede che esista uno scopo più elevato. Speriamo in qualcosa che non possiamo vedere. Crediamo che ci sia un insegnamento nella perdita, che ci sia potere nell’amore, e che dentro di noi ci sia il potenziale di una bellezza tanto magnifica che i nostri corpi non possono contenerla»
Ami Harmon, “Sei il mio sole anche di notte”

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sorpasso-pericoloso

Ah! Se fossimo sempre decisi come lo siamo in auto; quando ci lanciamo in quei sorpassi, ad esempio, senza il minimo tentennamento, con la giusta dose di audacia. Forse è così che dovremmo immaginare certi impedimenti, certi “rallentamenti”, come delle auto che ci precedono, troppo lente rispetto al nostro ritmo. In quei momenti agiamo d’istinto, quell’istinto frutto dell’esperienza – o dell’intuito, o della passione – che prevale sull’esagerata ponderatezza. Quell’istinto che si fa beffa della nostra sensibilità, assumendo decisioni fulminee, in totale autonomia. Spesso indugiamo troppo a considerare qualunque rischio, coinvolgimento, controindicazione. A volte persino a tentare di amministrare l’imponderabile: di farci trovare pronti. Un sorpasso in se non è un pericolo, lo diventa se si resta affiancati ad un’auto per troppo tempo – il più delle volte, sciaguratamente, senza più alcuna facoltà di recedere dall’intento … in balia del destino.

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