Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2014

Clown_triste_1

Non so fino a che punto sia vero, ma ho l’impressione che in qualunque scritto, in qualunque discorso, persino nelle poesie, in tutte quelle parole in libertà mescolate tra di loro col nobile intento di suscitare emozioni, la prima cosa che un lettore, o ascoltatore, tenta istintivamente di cogliere, sia un segnale di speranza, un insegnamento o una battuta di spirito. E’ la presenza di queste positività, che per molta gente da un senso compiuto a certi pensieri, che l’impreziosisce. Per tale ragione, una qualsiasi esposizione dalla quale non traspaia almeno uno di questi elementi, non può suscitare, secondo me, particolare interesse né tantomeno, essere pienamente condivisa. Mi riferisco, ad esempio, a certi sfoghi, a certe amare considerazioni esistenziali, spesso dettate da un momento di smarrimento, oppure a certi consuntivi fallimentari fini a se stessi, privi d’aspetti propositivi. Queste costernazioni, normalmente, sarebbe opportuno che rimanessero confinate nell’ambito di intimi scambi, e non enunciate apertamente, tuttavia bisogna tenere presente che tra i fondamentali principi ai quali si ispirano tutte quelle anime che comunicano pubblicamente, per svago, per esercizio, per passione, per amore, senza alcuna remora, su qualunque argomento e con qualunque accento, e soprattutto, senza alcun fine professionale, e per nulla motivati da un’ossessiva ricerca di consenso e notorietà, come i blogger, vi è quello della condivisione incondizionata dei propri sentimenti e stati d’animo – qualcosa che, forse, più che un’ispirazione è un imperativo.
Ultimamente, anch’io mi sono lasciato andare a delle disamine che lasciano davvero poco spazio all’ottimismo, alla speranza, anche se giustificatamente – per la verità, anche scavando in passato … – così come tanti altri imbrattamonitor, e sono rimasto, inizialmente, abbastanza perplesso sull’opportunità o meno di rendere partecipe chiunque di certe mie vicende, di certi miei dubbi – quando si scrive, spesso, ci si fa prendere un po’ la mano, si perde un po’ di vista il fatto che, potenzialmente, potrebbe leggerci chiunque e chiunque potrebbe trovarci assolutamente patetici, evvabbé!! – ma poi, considerato il tutto, ho ritenuto di non dovermi astenere. Purtroppo, non sempre posso far leva sulla mia arma migliore, con le dovute proporzioni, ovviamente, un collaudato senso dell’umorismo e dell’autoironia, anche se, tra i miei più assidui lettori, c’era colei che con questo codice, e solo ed esclusivamente con esso, avrebbe voluto che mi esprimessi – o vuole ancora che mi esprima, ininterrottamente. Di questo ne sono certo.

Read Full Post »

cielo_2

Il cielo

Finestra senza parapetto,
senza intelaiature,
senza vetri.
Un’apertura e nulla oltre,
solo amplitudine.
Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
Il cielo l’ho dietro le spalle,
sottobraccio e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva da sotto.

Persino le montagne più alte
non sono più vicino al cielo
delle valli più fonde.
In nessun posto c’è più cielo
che in un altro.
Il cielo opprime ugualmente
le nuvole e le tombe.
La talpa è assunta in cielo
come la civetta che agita le ali.
Qualsiasi cosa che cada in un abisso,
cade di cielo in cielo.

Aride, fluide, rocciose,
infiammate e aeree
regioni celesti, briciole di cielo,
folate di cielo e cataste.
Il cielo è onnipresente
anche nelle oscurità sotto pelle.
Divoro il cielo e lo secerno.
Sono una trappola intrappolata,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

Dividendo il Cielo dalla terra
non si pensa in modo appropriato
a questa totalità.
E’ solo un modo per vivere
presso un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
I miei segni particolari
sono l’estasi e la disperazione.

(Wislawa Szymborska)

Read Full Post »

Prendo spunto da un’osservazione che mi è stata mossa per chiudere il cerchio su un argomento abbastanza delicato, spiegandovi il mio rapporto con esso.
Dovete sapere che da giovane, influenzato da certe dottrine materialistiche, politico-filosofiche, che molto hanno in comune con la dottrina cristiana, ma che non contemplano in alcun modo il concetto di religione, anch’io ho assunto, come tanti, una posizione di scetticismo nei confronti del cristianesimo, anche se con l’orecchio sempre attento e sempre fermo sostenitore di tutti i principi sui quali si fonda.
Mi sono sentito una sorta di un agnostico-credente, anche se, in effetti, di credente c’era ben poco, dal momento che ritengo che la fede sia qualcosa di assoluto che non ammette aggettivazioni, come la giustizia. E’ improprio parlare di giustizia clemente o giustizia inumana, di fede salda o fede labile, la giustizia, come la fede, è una e incondizionata, o c’è o non c’è, o ci si crede o non ci si crede. Operare coscientemente in nome della giustizia, della fede – e dell’amore puro, aggiungo -, nella stretta osservanza di dogmi, leggi o consuetudini, conduce sempre a univoche soluzioni.
Col tempo, sfumata una certa irremovibilità, ho iniziato ad interrogarmi sulla mia “religiosità” in modo meno settario, e ad avvertire il dovere di operare una scelta, in qualunque direzione, obiettiva e serena. Cosa è successo, allora? Mi sono “concentrato”, quanto più neutrale e refrattario possibile di fronte ad eventuali condizionamenti esterni o fenomeni di suggestione, con l’intento di ascoltare netta e inconfondibile la Voce. Netta e inconfondibile non l’ho mai sentita, per la verità, allora ho pensato che non a tutti, e nelle stesse modalità, si manifesta Dio, e mi sono persuaso che è proprio questo il mistero della fede, altrimenti si tratterebbe di un fenomeno dimostrabile, “scientifico”, e quindi, anche se con contenuto fervore, e qualche perplessità, ho abbracciato la fede, o meglio, ho supposto di farlo nel momento in cui mi sono reso disponibile a ricevere, in piena liberta e gratitudine, tutti i sacramenti possibili, tutti tranne l’unzione, così come una buona metà di tutti gli esseri umani che conosco.
A questo punto mi si può chiedere: è bastato tutto questo a farmi sentire un buon cristiano? E’ bastato a rasserenarmi, a convincermi, ora più che mai, dell’esistenza dell’aldilà, adesso che ho sdoganato, tragicamente, per davvero la morte? E’ bastata la mia “osservanza” ad offrirmi una spiegazione convincente sul senso del libero arbitrio, la non ingerenza di Dio su ogni vicenda umana, sulla smisurata mole – tralasciando gli eventi naturali – di turpitudini, atrocità, infamie, scelleratezze, empietà, ignominie, crimini, misfatti commessi quotidianamente da orde di belve sanguinarie in ogni angolo della terra? Credo proprio di no! Mi manca ancora qualcosa – semmai arriverà.
Vi saluto col proposito di non tornare più sull’argomento, di non cavalcare oltre questo “filone”, soprattutto per non correre il rischio di essere accusato di strumentalizzazione: un sospetto purtroppo fondato.
Alla prossima!

Read Full Post »

Universo_1

Non esiste nient’altro che materia,
dicono alcuni,
fino ai confini dell’universo:
14 miliardi di anni luce,
ed anche oltre.
E dove c’è materia non c’è spirito,
dicono altri,
al massimo c’è il vuoto.
Maledetto me!
che ho sempre preteso risposte razionali,
e ho sempre storto il naso
alla parola “cielo”.
Altri ancora,
dicono che c’è un’altra dimensione,
che non è il tempo,
non è lo spazio,
ma questo è più difficile da credere,
talvolta è conveniente,
talvolta indispensabile.

“Bisogna saper scegliere in tempo
– dice un poeta –
non arrivarci per contrarietà”
– o per necessità,
in ogni faccenda della vita.

Read Full Post »

Semplicemente grazie

Chissà perché, ho sempre immaginato che far visita ai parenti dei defunti, negli attimi successivi al decesso, fosse un gesto poco opportuno, o quantomeno inefficace, se non addirittura un’indelicata intromissione. Mi son sempre detto: «Figuriamoci se in questi momenti posso essere di conforto a qualcuno. Forse non si accorgeranno neanche della mia presenza». A volte non ho partecipato neppure a funerali per questa ragione. Non è così! I parenti dei defunti non sono bestie ferite con i sensi ottenebrati dal dolore. I parenti dei defunti, sebbene profondamente angosciati, osservano, ascoltano, apprezzano. Discernono perfettamente tra abbracci sinceri e abbracci formali, forse ancor più che in un secondo momento, quando subentra la rassegnazione, e a tempo debito sanno essere riconoscenti.
Diceva Cesare Pavese, sebbene in un altro contesto: “Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte …” e quando l’istinto della vita si dibatte, nel tentativo, spesso vano, di opporsi ad una grave ingiustizia, i sensi sono acuti. Credo che sia questa la spiegazione. Ne terrò conto d’ora in poi, ciò nondimeno, intendo ringraziare, nella forma più profonda, tutte le persone che sono passate da qui, soprattutto quelle che hanno lasciato un messaggio, un saluto, un cenno d’affetto, una testimonianza, anche per altre vie, in altre forme.
Vi lascio con una poesia del mio adorato Edgar Lee Masters. La dedico al sottoscritto e a tutti quelli che si tormentano nel Dubbio …

Le Roy Goldman

«Che cosa farete in punto di morte,
se per tutta la vita avrete rifiutato Gesù,
e saprete a quel punto, che Lui non vi è amico?»
continuavo a ripetere io, il predicatore.
D’accordo! Ma ci sono amici e amici.
E benedetto tu sia, dico io, ora che so tutto,
tu che hai perduto, prima della morte,
il padre o la madre, o il vecchio nonno o una sorella,
un’anima bella che visse con forza la vita,
e ti conobbe a fondo, e ti amò sempre,
e non mancherà di parlare per te,
e fare a Dio un ritratto approfondito della tua anima,
come solo può fare chi è della tua carne.
Quella è la mano cui la tua mano tenderà,
perché ti conduca lungo il corridoio
fino al tribunale dove nessuno ti conosce!

Read Full Post »

Una storia particolare

MT2

Mancavano un paio di settimane al suo 60° compleanno – il 12 febbraio 2014 – il giorno in cui Maria Teresa si sottopose ad un esame ecografico per una sospetta colecistite. L’esame ne conferma l’infiammazione, e fatto ancor più grave, evidenzia un aneurisma dell’aorta addominale. Dopo qualche giorno viene eseguita un’angio-tac. Il responso è preoccupante: una dilatazione massima di 6,5 cm per una lunghezza di circa 20. Il rischio medio di rottura, in queste condizioni, è intorno al 40-50%. Maria Teresa si consulta con degli amici medici, delle persone fidate, le quali le consigliano di rivolgersi ad un famoso chirurgo vascolare: il dottor nonpossofareilnome – per non rischiare il danno oltre la beffa. Lo stimato primario, dopo aver visionato l’esame, fissa un incontro con Maria Teresa per fine febbraio. In quella occasione, dopo le raccomandazioni di rito, la invita a consultare un cardiologo – la paziente soffre di leggera ipertensione – e le comunica che entro qualche settimana, in funzione dei tempi di realizzazione di un’endoprotesi personalizzata, l’avrebbe informata sulla data approssimativa dell’intervento, ovviamente, da praticare con tecnica endovascolare. Nel successivo contatto telefonico, prospetta alla sua assistita un intervento per metà giugno, dal momento che la protesi, proveniente dall’Inghilterra, non sarebbe stata pronta prima di due mesi circa. Maria Teresa da il suo assenso e nel frattempo – tra marzo e aprile – si sottopone ad un intervento di colecistectomia, praticato con metodo tradizionale, per evitare rischi. Un intervento perfettamente riuscito.
A metà giugno, Maria Teresa contatta il dottor X per un sollecito. Il dottore la informa che l’endoprotesi non sarebbe stata più fornita da un’azienda inglese bensì da una azienda australiana, e non prima di settembre/ottobre, senza fornire ulteriori spiegazioni. In quel periodo la paziente inizia ad avvertire forti fastidi alla schiena, sempre più intensi. Di questo informa il dottor X, il quale la rassicura, dicendole che l’origine di quel fastidio non è da mettere in correlazione con la sua patologia.
Dopo la notizia del rinvio, a chiunque, soprattutto le figlie, l’invitava, ragionevolmente (troppo ragionevolmente) a sondare soluzioni alternative, a contattare altri centri, Maria Teresa, nonostante qualche perplessità, continuava a tranquillizzare chiunque, manifestando fiducia incondizionata nei medici che la seguivano: il dottor X e gli amici che gliel’avevano consigliato.
Si arriva al mese di agosto, il giorno 19. Com’era probabile, passeggiando su e giù per un tempo biblico su di un campo minato, Maria Teresa becca una mina. Non è stata una mina potente, di quelle che lasciano 2/3 minuti di vita, bensì una dissecazione di circa 6 cm – un’emorragia tra le pareti interne dell’aorta – la prima di una serie. Viene ricoverata d’urgenza presso l’ospedale di San Giovanni Rotondo, informando telefonicamente del’accaduto il dottor X. Una nuova angio-tac, ad oltre sei mesi di distanza dalla prima, rivela una dilatazione di 8,5 cm ed una lunghezza complessiva di 25cm.
Dopo un giorno in reparto di rianimazione e successivi quattro nel reparto di chirurgia vascolare, il pomeriggio di sabato 23, a seguito di una successiva crisi, documetata da una nuova angio-tac, viene trasferita in autoambulanza presso il San Camillo di Roma, dove giunge a notte fonda, dopo oltre 4 ore di viaggio. Il primario dell’unità di chirurgia vascolare, il dottor Cao, alle 4 di mattina, allerta il suo staff per preparare un intervento d’urgenza, un intervento che, incredibile a credersi, se solo Maria Teresa si fosse presentata a Roma meno malconcia, si sarebbe potuto effettuare nel giro di qualche giorno col trattamento endovascolare – testuali parole del dottor Cao – lo stesso proposto dal dottor X. C’è da chiedersi come sia possibile.
L’intervento col metodo tradizionale, uno dei più invasivi in assoluto, è iniziato, più o meno, alle otto di mattina di domenica 24, con un’emorragia addominale in atto. Dal punto di vista dell’innesto artificiale della protesi aortica, l’intervento è tecnicamente riuscito. E’ durato nove ore, tre delle quali – 172 minuti, per l’esattezza – con circolazione extracorporea: una condizione purtroppo inevitabile, estremamente stressante. Tre giorni dopo, alle prime luci dell’alba di mercoledì 27 agosto, Maria Teresa muore per arresto cardiaco.
Se vi è stato qualche disguido, qualche imprevisto o qualche sottovalutazione, credo che sia giusto che si sappia, lo riteniamo noi tre – i suoi fratelli – le due giovani figlie, il marito, e tutte le persone che soffrono di questa subdola patologia e che attendono un intervento – se questi sono i tempi d’attesa credo che sia assolutamente opportuno metterli in guardia. Per ultimo, lo desiderano due anziani genitori, di 82 e 87 anni, costretti, dopo un’esistenza spesa in attesa di una meritata serenità, a vivere ultimi anni della loro vita oppressi da un’insostenibile fardello.

“E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla, ma non nel linguaggio delle parole, nel silenzio.”
(Tiziano Terzani)

Read Full Post »