Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 5 agosto 2013

Sette_Ovitz

Gli Ovitz, i sette nani di Auschwitz

C’era una volta una insolita e felice famiglia rumena di origine ebraica, gli Ovitz.
Loro vivevano a Rozalia, in un piccolo villaggio della Transilvania, e la famiglia era composta dal padre, dalla madre e da 11 figli, di cui 10 erano nani ed 1 era di statura normale.
Vivevano in modo semplice, lavorando tantissimo e ringraziando ogni giorno il Signore per avergli dato il cibo da mangiare, un tetto sotto cui dormire e una famiglia molto unita ed educata.
Il padre Simson Eizik Ovitz, oltre a lavorare nei campi, era anche un solerte musicista e veniva invitato a suonare in tutti gli eventi della sua regione.
Prossimo alla morte, decise di insegnare la propria arte al figlio più grande. Il figlio, nonostante fosse dotato di una statura da eterno bambino, promise al padre di fare tesoro dei suoi insegnamenti e di trasmetterli a sua volta ai suoi fratelli.
La sua promessa fu mantenuta e tutti i suoi fratelli impararono a suonare e cantare e siccome era anche lungimirante pensò di fondare una compagnia, ironicamente chiamata “I Lillipuziani”, composta principalmente da 7 dei 10 nanetti.
Le loro performance e la loro ironia ebbe molto seguito tra la Romania, l’Ungheria e la Cecoslovacchia dell’epoca, finchè un brutto giorno arrivò il periodo della Grande Guerra che travolse quasi tutta l’Europa e non solo.
Loro, che avevano un animo profondamente gentile ed ingenuo, non si preoccupavano di quella stupida guerra, che in fondo era lontana dalla loro vita, ma di fatto essa aveva limitato i loro giocosi viaggi in giro per le regioni, insieme alla loro compagnia composta anche da persone normali che si volevano bene. In punto di morte la loro madre si trovò da sola con i sette nanetti “lillipuziani” e preoccupata delle sorti di quelle anime semplici, chiese ed ottenne da loro una promessa indelebile. Loro non avrebbero mai dovuto separarsi per nessun motivo al mondo.
Nonostante fossero poco preoccupati del loro destino e della guerra, arrivò il giorno che entrambe le cose si intrecciarono. Giovani soldati tedeschi alti, belli e aitanti raggiunsero il villaggio degli Ovitz.
Non che i Lilliput fossero preoccupati per la loro vita, ma quegli uomini che con cotanta alterigia si erano presentati come “ariani” erano sempre ubriachi, poco gentili e la sera andavano a far festa a casa degli Ovitz, trattandoli come giocattoli e questo rendeva triste ed umiliante la condizione di quei piccoli fratelli, poiché li privava della loro dignità di essere umano. Mai nessuno li aveva trattati come diversi. Altro fatto spiacevole era che da quando si erano presentati i soldati, era fatto obbligo a tutti gli ebrei di dover uscire con la stella a sei punte di David, cucita sul proprio cappotto.
I piccoli fratelli non riuscivano proprio a capire come uno sparuto gruppo di uomini, che si credevano perfetti e che erano sempre ubriachi e privi di buone maniere, potesse decidere della conduzione di vita di così tante persone.
Un giorno come un altro, i soldati si presentarono da loro mentre gli Ovitz stavano mangiando e gli intimarono di prepararsi a partire. Li avrebbero accompagnati in una nuova destinazione, poiché la loro zona era considerata insicura per la loro vita. Era consentito, anche se inutile, portar via con se abiti o qualunque altra cosa dalla casa.
Le chiavi della stessa casa furono consegnate ad un ufficiale. Gli Ovitz uscirono senza neanche lavare i piatti ed unendosi alla loro compagnia di parenti ed amici, per un totale di una ventina di persone, furono accompagnati al treno ed inviati verso uno dei campi di accoglienza tedeschi dedicati ai rifugiati ebrei, Auschwitz-Birkenau.
Tristi e stanchi per questo repentino trasferimento, l’insolito gruppo di viaggiatori impauriti penso bene di far capo alla promessa fatta tempo prima alla madre e rimasero uniti tra di loro, sperando che al loro arrivo potessero avere un trattamento migliore, di quello riservatogli dagli insolenti soldati “ariani”, fino ad allora conosciuti.
Quando raggiunsero il campo, gli fu richiesto di scendere dal treno e di fare la fila con gli altri gruppi. L’aria di quel posto aveva un odore molto acre, che mai nella loro vita avevano sentito e che non faceva presagire nulla di buono. Quella puzza secondo qualche prigioniero era dovuta ad alcuni forni industriali presenti nel campo, la cui finalità era per il momento sconosciuta.
Un’altra cosa molto strana che notarono, era la condizione di salute di molti prigionieri, che probabilmente li aveva resi estremamente magri e tristi. Alla fine della fila in cui loro si trovavano, vi era un uomo vestito di bianco, che a loro appariva una sorta di angelo, vista la differente statura e la razza “ariana”.
In base alla decisione di quell’angelo, le persone si dividevano tra possibili lavoratori nei campi e vecchi, donne e bambini, che venivano inviati nella direzione dei forni, dove quell’odore terribile aumentava e diveniva quasi insopportabile.
Quello che gli Ovitz non sapevano era il fatto che in quel campo, per ragioni antropologiche e genetiche, veniva data particolare importanza ai gemelli e ai nani e quel giorno così fortunato per l’angelo erano addirittura arrivati sette nanetti, addirittura con l’intero gruppo familiare.
Quell’angelo si chiamava Josef Mengele, soprannominato “l’Angelo della Morte”, e quel giorno decise di condurre l’intera famiglia in una baracca dalle ottime condizioni igieniche e dal cibo accettabile, anche se i sette lilliput avrebbero dovuto sottoporsi ad alcuni esami medici, come la trasfusione di sangue tra fratelli e sorelle e vari esami con lo scopo della ricerca del gene che conduceva all’incredibile segreto dei nani.
Mengele era uno degli ufficiali in capo del campo e conduceva delle importanti ricerche, come quella del “noma”, cioè della malattia dovuta alla profonda denutrizione che “stranamente” conduceva alla morte. Inoltre, aveva due particolari ossessioni nella sua vita: la “Genetica” e “Biancaneve”.
Ed il destino gli aveva condotto sette nani da avere a sua completa disposizione.
Il medico genetista era ossessionato dai suoi esperimenti ed ogni tanto intratteneva i medici prigionieri del campo alle sue conferenze.
Il 1° settembre 1944 organizzò una giornata di studio con il titolo di “Esempi di analisi antropologica e di ereditarietà genetica effettuati nel campo di concentramento di Auschwitz”.
Periodicamente inviava al suo maestro, Verschuer, gli occhi, gli organi interni, le ossa ed il sangue di gemelli affinché egli potesse approfondire gli studi da lui iniziati.
Il 17 gennaio 1945 Mengele con molti altri ufficiali e soldati tedeschi abbandonarono Auschwitz, lasciando i prigionieri al proprio destino. L’unica cosa che l’Angelo della Morte portò con sé fu il suo materiale raccolto in quegli anni, disinteressandosi e dimenticandosi completamente della famiglia Ovitz, nonostante gli avesse promesso di non abbandonarli mai.
Il 27 gennaio 1945 il campo venne liberato dalle truppe sovietiche e vennero trovati circa 7.000 prigionieri ancora in vita, migliaia di indumenti abbandonati, oggetti vari che possedevano molti prigionieri e 8 tonnellate di capelli umani imballati e pronti per il trasporto.
Tra quei prigionieri ancora in vita vi era l’intera compagnia degli Ovitz, fatta passare ai tedeschi come gruppo familiare. Ed anche se erano affamati, impauriti ma in fondo in buone condizioni di salute, la promessa dei sette nani fatta alla madre salvò la vita all’intera band. Fu forse l’unico caso in cui un’intera famiglia, grazie a quella forte unione e ad un difetto genetico, sia rimasta in vita nel campo di concentramento che la storia ha consegnato al mondo come il più efficiente centro di sterminio della “soluzione finale della questione ebraica” e uno dei luoghi più tristi della stessa storia.
Dalla loro liberazione e per il resto della loro vita, gli Ovitz vissero uniti, felici e contenti.
La vera storia dei sette nani, salvati da una favola, fu raccontata dall’ultima sopravvissuta, Perla Ovitz, prima di morire nel 2001, affinché tutti potessero sapere la verità, poiché come disse qualche anonimo saggio: chi non conosce la storia è condannato a ripeterla! Nonostante tutto ciò che hanno dovuto soffrire ad Auschwitz, secondo i suoi racconti, nessuno dei sette fratelli portò mai rancore verso Josef Mengele che, in fondo grazie alle sue ossessioni, aveva salvato la loro vita.
(Antonio Lombardo)

Annunci

Read Full Post »