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Archive for agosto 2013

platone_aristotele

Credo che sia una cosa normale che la completezza o esaustività di una risposta, spesso data anche in ambito professionale, sia funzione del grado d’umore della persona che la fornisce. A me è successo, a volte (raramente in campo lavorativo) di arronzare qualcuno. Per “arronzare” a Napoli s’intende il “dedicarsi a persone o cose, in modo frettoloso, superficiale, senza impegno e senza passione”. In una di queste circostanze, un giovane peripatetico mi chiese: Cos’è la liberta per lei … maestro? (vabbé! maestro l’ho immaginato io. A volte soffro di delirio d’identità: credo di essere Aristotele. Nelle crisi più acute: D’Annunzio o Casanova … non il mago)
Apro una parentesi, a proposito del termine “peripatetico”. Avete mai apprezzato l’oculata disuguaglianza di significato nel passaggio da sostantivo maschile (peripatetico) a sostantivo femminile (peripatetica)? Si passa (opportunamente) da “allievo di Aristotele” a “zoccola” (Ah! I Greci, sono stati sempre degli acuti osservatori … ).
Tornando alla libertà, risposi (arronzandolo): « Innanzitutto la libertà sicuramente non è un’imposizione forzata di un individuo o più individui, nei confronti di un proprio simile, con lo scopo di assoggettarlo, contro la sua volontà, per un proprio esclusivo interesse. Relativamente alla mia persona, l’unica libertà che mi sono concesso fino a dora, e di scegliere (non so con quanta e quale autonomia) il soggetto da cui dipendere. Per una comprensione più completa ti invito a leggere quest’illuminate pensiero del filosofo francese Gustave Thibon. Soffermati sul termine “vocazione”, sarà il prossimo argomento. Molto parte da lì … se non tutto»

” Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco. Non esiste per l’uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall’esistenza). Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse. Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti. In che consiste il “respirare liberamente”? Forse nel fatto di polmoni assolutamente “indipendenti”? Nient’affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta. La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore. A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l’intima dolcezza del rifugio. Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei “legami” del matrimonio. Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione. L’uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell’esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore. La potenza del nostro attaccamento determina la nostra capacità di libertà. Per terribile che sia il suo destino, colui che può amare tutto è sempre perfettamente libero, ed è in questo senso che si è parlato della libertà dei santi. All’estremo opposto, coloro che non amano nulla, hanno un bello spezzare catene e fare rivoluzioni: rimangono sempre prigionieri. Tutt’al più arrivano a cambiare schiavitù. Sono malati incurabili che si rigirano nel proprio letto. “

(Gustave Thibon)

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« Volevo scrivervi, non per sapere come state voi, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me e quindi non lo so. Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farvi stare bene. Forse si sta meglio, o forse no. Però mi e venuto il dubbio e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a voi. Perché sapete, io a volte me lo chiedo come si sta senza di voi, poi però preferisco non rispondere che tanto va bene così. Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare voi ».

Soren Kierkegaard , “Diario di Un seduttore”

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Cari ragazzi da domani mi assenterò per qualche giorno, per una battuta di caccia. Vi lascio la tana a disposizione per qualsiasi attività ricreativa, compresi i pigiama party, purché abbiate la gentilezza di lasciarla in ordine, così  come l’avete trovata.
Infondo al secondo tunnel laterale a destra, tra le radici del tiglio, troverete, in appositi anfratti, tutto l’occorrente per i cocktail. Per gli infusi e per le canne dovete arrangiarvi con le foglie accuratamente stivate infondo alla navata centrale, avendo l’accortezza, ovviamente, di operare la giusta selezione (non mi assumo alcuna responsabilità per scelte scriteriate o intolleranze varie).
Bene!! La musica ve la offro io con uno tra i concerti più belli mai composti.

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Confessione donna (stampa Ottocento)

“ Contessina di Cremona!
che sorpresa, quale onore,
ospitar la sua persona
nella casa del signore ”

–  La scongiuro padre Piero,
mi confessi urgentemente,
ho un terribile pensiero,
una cosa assai indecente.

Tempo fa ero a Pavia,
alla strada dei Mercanti,
quando all’atto d’andar via
mi si paran due furfanti.

Un di loro si avvicina
ed armato di coltello
dei vestiti mi rapina,
mi sottrae ogni gioiello.

Poi inveendo con la bocca,
e con fare molto osceno,
dappertutto lui mi tocca,
gambe, cosce, vita e seno.

Ero ormai preda del folle,
sottomessa al suo volere,
quando sorte grata volle:
si presenta un cavaliere.

Scende lesto da cavallo
e con modi da smargiasso
con tre colpi di randello
i due turpi manda a spasso.-

« Sono il Duca di Avellino,
cavaliere di gran razza;
a guardarti da vicino
sei una splendida ragazza.

Io da tempo t’ho già in mente
e ti sogno anche di giorno.
Ti sospiro ardentemente
e ti giro intorno intorno.

Or vedendoti qui spoglia,
col tuo volto bene in vista,
provo solo una gran voglia:
trasformarmi in grande artista.

Ritrarrei con mani esperte
del tuo viso la sua grazia,
le tue labbra semiaperte;
della vista la delizia »

– Ad udir codesta frase,
proferita ardentemente,
un tremore mi pervase
e arrossì pudicamente.

Lui s’accorse della cosa
e con far di circostanza,
mi baciò come una sposa;
non opposi resistenza.

Poi tenendoci per mano
ci appartammo in un momento
e l’intento del villano
portò lui a compimento.

Da quel dì altri momenti
passo ancor con lo straniero
e già avverto sentimenti
di passion, d’amore vero

Or le dico padre Piero,
io son già sposa promessa
ma a quel prode condottiero
donerei tutta me stessa.-

“ Tutto ciò, cara fanciulla,
si risolve, stia sicura,
contro il fuoco il senno è nulla.
Questa è legge di natura.

Ora via! Senza temere,
serva il conto al suo promesso
e assecondi il cavaliere,
…per amor questo è concesso.”

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http://viaggioperviandantipazienti.wordpress.com/

Santiago

Come per tutte le esperienze della vita (a maggior ragione i cammini spirituali), importanti sono i presupposti: lo spirito con il quale ci si incammina e i compagni d’avventura. Intendo i corretti stimoli. Desiderare ardentemente  ciò che può essere di beneficio per la nostra anima (comunemente conferme di convinzioni già parzialmente radicate) e avere, al tempo stesso, la consapevolezza di quanto concrete e ragionevoli debbano essere le nostre aspettative. Insomma, non aspettarsi, o ricercare, con intenti risolutori, integrali stravolgimenti interiori, magari accompagnati da mirabili percezioni (benché possibili, in soggetti suggestionabili), piuttosto dei semplici riscontri (anche coinvolgenti ed emozionanti) della giustezza dei propri intendimenti e del proprio tragitto spirituale. Personalmente, io credo poco alle illuminazioni estemporanee (magari me ne arrivasse una, anche “fulminea”)
Relativamente al romanzo di Coelho (Il cammino di Santiago), bisogna premettere che Coelho si presenta in modo esplicito come cattolico ma, in realtà, nei suoi libri, anche quando parla di se stesso, della sua fede (new age), troviamo un cattolicesimo infarcito di magia, spiritismo ed esoterismo di ogni genere e specie. Le vie della spiritualità sono molte, ma nel caso di Coelho si assiste al classico protestantesimo in cui tutto si giustifica nell’esperienza personale. Persino i peccati vengono dipinti come errori cancellabili con il semplice pentimento e senza alcuna mediazione ecclesiale.
Il punto è che il tutto assume un particolare fascino, che attira il lettore, in un’atmosfera in cui questa confusione spirituale sembra invece essere uno scandaglio dell’intimo umano. Il lettore inesperto, alla ricerca di “sensazioni” ed “emozioni” si ritrova, cerca Coelho e il suo modo di scrivere, perché certamente è più profondo dell’uomo medio, il quale di domande non se ne pone nemmeno una. Il lettore cattolico è più avveduto, sa assaporare l’aspetto romanzesco (l’espediente), ma con ferma coscienza di dove stia la verità.

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Wisper

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Insegnami

Insegnami ad amare,
Amica blogger,
non v’è il seme dell’amore
nel mio cuore.
Io son solo un parolaio
dall’aspetto premuroso.
Se v’è grazia nella rima
è un artificio.
Seguo i versi dei maestri.
Io vorrei essere scrigno,
cieco e sordo ai falsi miti
e vorrei donarti il mondo
ma non sono generoso.
Insegnami a donare,
Amica blogger,
non v’è il seme della vita
infondo all’anima.
Io vorrei guidar la mente,
savio e indomito
ed urlare schietto al cielo:
“Questo è il fine”
ma non sono coraggioso.
Insegnami a lottare
Amica blogger,
non v’è il seme della forza
nella mente,
… solo terra.

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” Amo la musica sopra tutte le arti. Essa comincia dove la parola finisce: è la lingua universale di tutti i cuori che amano e dolorano sulla terra (e che altro è la vita se non amore e dolore?) ci solleva dalla realtà grigia all’impero sterminato e luminoso dei sogni; ci dà il sentimento e la nostalgia dell’Infinito. “
(Mario Rapisardi)

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ORIANA FALLACI E' MORTA A FIRENZE

“ A me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c’è Omero, c’è Socrate, c’è Platone, c’è Aristotele, c’è Fidia. C’è l’antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C’è l’antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C’è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell’amore e della giustizia. C’è anche una Chiesa che mi ha dato l’Inquisizione, d’accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d’accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c’è il Rinascimento. C’è Leonardo da Vinci, c’è Michelangelo, c’è Raffaello, c’è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o supposta cultura è proibita […]. Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all’altra cultura che c’è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso.”

“ Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri. “

“ Cristo! Non vi rendete conto che gli Osama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. E non ho alcuna intenzione di lasciarmi ammazzare perché lo sono.”

Oriana Fallaci, “La rabbia e l’orgoglio”

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Mia sorella e io eravamo ancora piccole quando ci rendemmo conto che ci veniva sempre imposto di portare rispetto a nostro fratello. Lui aveva appena dieci mesi più di me, ma capimmo fin dall’inizio che quelli che contano sono i maschi. Una donna musulmana è tanto più rispettata quanti più figli maschi ha. Quando chiedevano a mia nonna quanti figli avesse, le diceva “uno”. Di fatto aveva nove figlie e un maschio. Lo stesso diceva della nostra famiglia. C’era un solo figlio. “E noi?” protestavamo mia sorella e io. “Voi avrete tanti bei figli maschi”, rispondeva. Mi esasperava. Cosa dovevo fare della mia vita terrena? Partorire figli maschi! Diventare una fabbrica di figli maschi. All’epoca avevo nove anni.

Ayaan Hirsi Ali, “Non sottomessa”

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