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Archive for giugno 2013

Pspini

« Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per evitare di rimanere assiderati. Ben presto, però, avvertirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza, che rappresentava per loro la migliore posizione. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro. Le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare, e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! . Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli. »
Arthur Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”

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Euro

Come è bello risparmiare due centesi­mi a litro sulla benzina appena rinca­rata dopo che hai girato sei distributori sprecando il triplo di quel che hai rispar­miato. Come è bello trovare per terra una moneta da un euro, anche da mezzo. L’unico imbarazzo è chinarsi a prender­la, sperando che non ti veda nessuno. Ma una moneta trovata vale più di cento gua­dagnate. Ci sono pidocchierie minime e incon­fessabili che offrono miserabili ma genui­ne felicità. Ricevere una lettera con francobollo non timbrato e poterlo riciclare, previo immersione in acqua, distacco, asciugo e riattacco, è un rituale lungo, me­schino e godurioso. Accorgersi scenden­do dall’autobus che la macchinetta non ha obliterato il tuo biglietto, è un’altra in­dicibile minuscola gioia, da pezzente di successo. Il distributore automatico che ti dà più resto del dovuto ti fa sentire ricco e benvoluto dagli dei. Usare ancora una scatola di punti metallici acquistata nel ’76, è una spilorcia delizia storica: il rap­porto con la cucitrice dura assai più di un matrimonio. La frequento sin da ragazzo. Non ci lasceremo mai, i suoi punti metalli­ci sono infiniti. Miracolosa è pure la scato­la di mentine che non finiscono mai: mi sono convinto che di nascosto le liquiri­zie si accoppino e si riproducano. Ritrovare ar­rotolata nei pantaloni che non mette­vi da una vita un’infima banconota, scolo­rita da un lavaggio, è un’altra proustiana, inesprimibile felicità. E che odio invece quando vai a prendere dal frigo mezza taz­za di caffè avanzato, e lei, insensibile caro­gna, tel’ha buttato via. Che spreco. Felicità è comprare un paté d’acciughe in Algar­ve a 20 centesimi, o vedersi abbuonare dieci centesimi da chi non ha resto o recu­perare il cravattino fuori corso da anni con la scusa che è tornato di moda. C’è una tirchieria maniacale e artigiana­le nelle piccole cose che dà più soddisfazione dell’avarizia nelle grandi. Rammen­di invisibili agli occhi altrui, atti piccini che fai di nascosto, te ne vergogni e perciò covi un segreto con te stesso e una compli­cità con le cose. Ti senti più furbo, rispar­mioso e furfantello. E t’illudi di vivere a sbafo. La vita felice è fatta di micragnose delizie.
Marcello Veneziani, “Gustosi momenti di trascurabile pidocchieria”

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Vescovo

“ Mi sento così rilassato oggi, così in pace con me stesso, soddisfatto e senza pensieri. Cos’ho che non va? “ (Woody Allen)

Partendo dal pensiero della mia saggia amica Antonella Ferraro sull’autoironia:
“ Molti sono portati a pensare che l’autoironia sia un segno di forza. In realtà, è esattamente l’opposto: è segno di fragilità, una specie di meccanismo di difesa. Un po’ come dire: “Me lo dico io, da solo, prima che me lo diciate voi “,
credo sia giunto il momento di spendere due parole su quest’atteggiamento, su questo modo di porsi, del quale, io personalmente, ne ho fatto la mia filosofia di vita.

Dalla rete (integrato dal sottoscritto) :

“ Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona.” (Hermann Hesse)
In psicologia l’ironia e l’autoironia sono molto studiate come fenomeni relazionali, addirittura il padre della psicanalisi Sigmund Freud, ne “Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” , ha fatto uno studio sistematico su questo tipo di comunicazione.
L’ironia in generale è sempre stata vista in maniera negativa in quanto il linguaggio comunicativo deve essere chiaro e funzionale, mentre di base essa è un’ “inversione di senso”. In realtà la sua apparente contraddittorietà  ha uno scopo più profondo e relazionale che prescinde dalla chiarezza del linguaggio. L’autoironia mette in evidenza ciò che della persona è più celato. E’ un diverso tipo di comunicazione che si rivela essere efficace ad ottimizzare i rapporti interpersonali e può essere usata a scopi terapeutici. Fare autoironia significa ridere di se stessi con la piena consapevolezza della propria condizione di vita, dei propri limiti e della propria fragilità riuscendo a sdrammatizzare con un tipo di comunicazione che stimola umiltà, modestia e coraggio. Si può avere un uso diretto e cosciente dell’autoironia in diversi contesti ed in rapporto a determinate situazioni.
Sei tipi di autoironia :

  1. Autoironia come strumento positivo di coscienza di se stessi, nel caso in cui prendersi in giro è piena accettazione della propria condizione. In questo caso si riesce a rendere noto agli altri una propria debolezza, o difetto, sottolineando che ciò non costituisce motivo di sofferenza (Ironia socratica).
  2. Autoironia come strumento di punizione. In questo caso prendersi in giro è mettere in evidenza le proprie incapacità, i propri limiti, con lo scopo di autopunirsi. Il significato latente comunica una situazione di sofferenza.
  3. Autoironia come strumento salvafaccia per salvarsi dalla vergogna e da una situazione imbarazzante. Questo si identifica come l’uso più frequente di autoironia.
  4. Autoironia come strumento di conforto. In questo caso viene usata per ricevere conforto dal proprio interlocutore attraverso un processo di affiliazione.
  5. Autoironia come strumento scaramantico per sdrammatizzare l’eccessivo successo ottenuto, al fine di evitare l’eventuale negatività proveniente dall’invidia degli altri e dalla sorte.
  6. Autoironia come affermazione di giudizio autoreferenziale. In questo caso si utilizza per prendersi in giro prima che lo facciano gli altri. E’ una consapevole accettazione dei propri limiti, ma ha lo scopo di affermare che il soggetto è l’unico giudice di se stesso, al fine di evitare la critica e la censura da parte degli altri e del contesto sociale e culturale in cui vive.

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Il museo dell'innocenza

“ In realtà, nessuno si rende conto di vivere l’istante più felice della propria vita nell’attimo in cui lo sta vivendo. Alcune persone, in certi momenti emozionanti, possono pensare (e forse anche dirlo) del tutto sinceramente, che l’istante più prezioso della loro vita è quello che stanno vivendo «ora», e allo stesso tempo credere, in un angolo del loro cuore, che in futuro vivranno comunque momenti più belli e felici di quello. Perché, soprattutto da giovani, nessuno conduce la propria esistenza pensando che in futuro le cose andranno peggio, e se uno è felice al punto da poter sognare di vivere il momento più felice della propria vita, sarà ottimista al punto da pensare che anche il futuro sarà meraviglioso. “
Orhan Pamuk, “Il museo dell’innocenza”

Molte anime crescono così, non gustano l’attimo incondizionatamente, non isolano il fotogramma, piuttosto ne fanno esperienza, ne fanno tesoro. Godono semplicemente della sua singolare capacità d’accrescere la loro immaginazione. Accumulano ricchezza per un uso futuro, senza estasi, spesso in modo smanioso, a volte ostentato.
Il piacere (più consolatorio che sublime), scaturisce essenzialmente dalla consapevolezza delle loro potenzialità: le infinite possibilità che l’universo che li circonda (la natura, le cose, l’opera dell’uomo e soprattutto l’altro sesso), offre loro per di vivere attimi d’infinità felicità.
Intanto il tempo scorre e crescono tante cose: la sensibilità, gli impedimenti, le disillusioni e la coscienza che le delizie della vita non vanno reclamate, tanto più in modo ossessivo, ma vanno assaporate al momento, più con l’istinto che con la ragione, senza attendere, quindi, il contesto ideale, poiché la ripetibilità e la programmabilità di un evento meraviglioso, rimangono un sogno quasi irraggiungibile.
luporenna

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CAMELOT

Gelide segrete le mie stanze.
Rettile alato il mio destriero.
Prigioniero d’un incanto
in questa torre d’agata,
fra caligini malsane
e bianche scie.
Stupefacenti note
rimestano i pensieri.
Tenebre e lampi,
echi d’effluvi
e tu dall’altro capo
che porgi le tue grazie
al condannato.
T’immagino al mio fianco,
dolce Ginevra,
che accosti le tue labbra
alla mia pena.

Per pura voluttà
e non per amore
invochi la mia fuga.
Estatico al mio fianco
che affondi la tua spada
in un incanto:
effimero miraggio
plasmato con la smania
degli oppressi.
Vorrei che fossi ebbro
di gioie e libertà.
T’immagino al mio fianco,
mite ribelle,
armato di giudizio,
armato di coraggio,
armato di speranza.
Regina cortigiana.

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Ghiottone

“ Accetterò di assimilare l’amore alle gioie puramente fisiche (ammettendo che ve ne siano) quando avrò visto un ghiottone anelare di piacere davanti alla sua pietanza favorita come un innamorato sulla spalla dell’essere amato.
Di tutti i nostri giochi questi è il solo che rischi di sconvolgere l’anima, il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi.
Non è necessario per un bevitore abdicare all’uso della ragione, ma l’innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone “

Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”

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Donna_zombie

“ Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, per non morire.
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi.
Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il dècolleté bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondano meglio. “

Mariapia Veladiano, “La vita accanto”

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