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Archive for novembre 2012

I miei 5 tautogrammi

Ahimè!

Anàfore, antìtesi, antìfrasi.
Avessi appreso acerbo antiche arti,
attento ad affrontare ardui argomenti,
avrei acquistato assensi, abilità,
aria armoniosa, allegra.
Alterno adesso adulto, ambiguamente:
afoni abbozzi, astrusi affetti,
albe angoscianti, ansiose attese.

Agogno ancora allievo anse animate,
ad auliche astrazioni accompagnate.

 

Dado

Dado dannato,
destino disumano.
Da diciassette dinari
divennero duemila.
Dovetti dar danaro,
dimora, dignità.
Dai debiti disfatto,
divenni disonesto,
depresso, disperato.
Distrutto dal dileggio.

Desidero dormire,
digiuno da due dì.
Dimmi Dionisio,
divinità dei doni,
denoto deficienza?
< Dipende! >

 

Mannaggia!

Mi manchi,
musa maledetta,
madre misericordiosa,
magnifico miraggio.
Mi manchi,
mostruosamente.
Mille mutamenti
mi molestano,
mille meste melodie.
Meschino morirò
miseramente
ma mai mitigherò
magici martiri.

 

Se

Se sempre sortissi saggezza
sopprimendo sussulti smodati.
Se soltanto sapessi spezzare
subdole stringhe,
sospirerei sereno scambi sublimi.
Su spiagge soleggiate saggerei
sesso salmastro.
Stupidi sogni stereotipati?
Sorrido sarcastico
… sprezzante.

 

Tremito

Tremito tagliente,
tipicamente tara,
tradisce titubanza,
ti toglie trasparenza,
tranquilla tolleranza.
Trascina timoroso
tenue, timido tormento:
Tommaso! Ti temo.
Tatiana! Ti tocco.

 

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Un tratto di sicuro successo, per introdursi in ogni situazione sociale, è l’arte di capire la gente, per poter stabilire adeguate modalità di relazione. (Allan Fromme).

Stamattina, nel commentare il post di una cara lettrice (elinepal, per l’esattezza), sono stato assalito da un dubbio. Mi chiedevo se avessi inavvertitamente superato quell’impercettibile linea di confine che separa lo scherno fine a se stesso dall’insolenza. Si tratta di un limite molto simile a quello che separa l’adulazione fine a se stessa dalla molestia sessuale.
A questo punto qualche lettrice, tra le più maliziose, penserà che anche il superamento ipotetico di quest’ultima frontiera debba costituire fonte di preoccupazione per il sottoscritto, forse ancor più della prima. Beh! L’immaginazione di certi individui, a volte, raggiunge limiti inimmaginabili ………..… di veridicità.
Io nel mio modo di relazionarmi con gli altri, sono animato, tendenzialmente, da una discreta dose di empatia, come tanti di voi. Per empatia intendo l’attitudine a offrire la propria attenzione mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali. E’ una qualità di relazione che si basa sull’ascolto e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e dei bisogni fondamentali del prossimo.
Altre volte, invece, contribuisco in modo significativo, con elucubrazioni mie personali, dette pippe mentali, a rendere certi confronti ancora più contorti e irrisolvibili. Comunque, in linea di massima, la mia tendenza è quella di entrare in sintonia con voi lettori. Ovviamente ognuno emette segnali con una propria frequenza, sebbene si adotti spesso una simbologia comune. Per tale ragione non posso pretendere di entrare in perfetta sintonia con tutti, e di farlo, tra l’altro, accompagnando il tutto con una costante dose di ironia (la base della libertà, direbbe Victor Hugo)
A dire il vero, di questa incapacità non è che ne soffra più di tanto, anche perché nessuno mi hai mai investito responsabilmente di questa mansione. Se ci riesco è bene, altrimenti pazienza. Io il tentativo lo faccio in ogni caso. E’ una tendenza innata in me. Per fare questo, però, devo immaginare la “collocazione” del mio interlocutore, nel senso della sua sensibilità e della sua intelligenza, indipendentemente dalla sua età e dalla suo prestigio. Questi parametri debbono condizionare solo marginalmente, quando si intende stabilire un informale scambio relazionale, a parer mio.
Tornando al mio proposito, è un po’ come ricorrere ai “lanci a cavallo”. In terminologia marinara vuol dire effettuare una serie di tiri di prova, alcuni intenzionalmente corti ed altri lunghi al fine di calcolare, mediante osservazione del punto d’ammaraggio del proiettile, l’esatta posizione del bersaglio da colpire. L’accostamento a molti di voi apparirà un tantino infelice. Non è rassicurante navigare in rete col rischio frequente di un affondamento, ma tant’è: l’esempio rende il senso del discorso.
Io fino ad ora grandi offese non credo di averne mai procurate, ma essendo al tempo stesso un beffeggiatore incallito, metto in conto il rischio di eventuali sconfinamenti, per tale ragione intendo concludere l’articolo con una richiesta accorata:
Ove mai qualcuno si sentisse, anche solo marginalmente, leso nella propria dignità da qualche mio commento, o quant’altro, mi lanci cortesemente un piccolo segnale, ad esempio aggiungendo, nel caso di superamento del primo limite, quello dell’insolenza, in coda ad un proprio commento o risposta, una tripla X. Nel caso di superamento del secondo limite, quello della molestia sessuale, una quadrupla X, oppure, in caso di benevolo accoglimento di tale infrazione, il proprio numero di cellulare.
Grazie anticipatamente,
luporenna

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«Le carezze sono appropriazione del corpo dell’altro. E’ evidente che, se le carezze consistessero semplicemente nello sfiorare o toccare, non potrebbero avere alcun rapporto con il potente desiderio che pretendono di colmare; rimarrebbero alla superficie, come gli sguardi, e non potrebbero rendermi padrone dell’altro. La carezza, quindi, non è un semplice sfiorare: ma un foggiare. Carezzando l’altro, io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte dell’insieme di cerimonie che incarnano l’altro. La carezza fa nascere l’altro come carne per me e per lui. Così la carezza non si distingue per nulla dal desiderio: carezzare con gli occhi o desiderare è la stessa cosa; il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio».

Jean-Paul Sartre, “L’essere e il nulla”

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Il piacere

Avere un pensiero unico, assiduo,
di tutte le ore, di tutti gli attimi…
non concepire altra felicità
che quella sovrumana,
irraggiata della sola tua presenza
sull’essere mio…
vivere tutto il giorno nell’aspettazione
inquieta, furiosa, terribile
del momento in cui ti rivedrò…
nutrire l’immagine
delle tue carezze,
quando sei partita,
e di nuovo possederti
in un ombra quasi creata…
sentirti quando io dormo,
sentirti sul mio cuore viva,
reale, palpabile,
mescolata al mio sangue,
mescolata alla mia vita…
e credere in te soltanto,
giurare in te soltanto,
riporre in te soltanto la mia fede,
la mia forza, il mio orgoglio,
tutto il mio mondo,
tutto quel che so
e tutto quel che spero…

Gabriele D’Annunzio

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La Tana

Roscoe Purkapile

Mi amava. Oh, come mi amava!
Non ebbi via di scampo,
dal primo giorno che mi vide.
Ma poi quando fummo sposati pensai
che poteva anche morire e lasciarmi libero,
o magari divorziare.
Ma poche muoiono, nessuna rinuncia.
Allora scappai via e me la spassai per un anno.
Ma lei non si lamentò mai.
Diceva che tutto si sarebbe risolto
che sarei tornato. E tornai.
Le raccontai che mentre facevo un giro in barca
ero stato catturato dalle parti di Van Buren Street
dai pirati del lago Michigan,
e tenuto in catene, così non avevo potuto scriverle.
Lei pianse e mi baciò, e disse che era crudele,
vergognoso, disumano!
Allora mi convinsi che il nostro matrimonio
era una grazia del cielo
e non poteva essere sciolto,
se non dalla morte.
Avevo ragione.

 

La signora Purkapile

Scappò e restò via per un anno.
Al ritorno mi raccontò quella…

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«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi».

 Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”

 

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Ho una certa ritrosia
ad usare il lemma cuore.
Non mi piacciono
i poemi sdolcinati,
preferisco frasi folli.
Io mi esprimo a modo mio,
con i lazzi e l’ironia.
Sdrammatizzo.
Se provassi un’attrazione,
scriverei alla mia musa:
“ Sarò trash ma tu mi piaci ”
E se fossi innamorato?
Arso vivo dalla brama,
dalla sete.
Altro che sdrammatizzare,
tratterei certo di sogni,
di tramonti senza tempo,
di carezze, di sospiri.
NIENT’AFFATTO!!!
Io so già cosa farei.
Parlerei come Voltaire
d’un legame oltre confine,
d’un amore asessuato.
Già m’immagino:
io nei panni di Lupin
e lei Margot.

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Quest’articolo l’ho riscritto perché la prima versione, come è apparsa a qualcuno che l’ha letta, era poco comprensibile. Questo fatto è ammissibile per una poesia non per una riflessione.
Vi risparmio la foto allegata in precedenza, perché era un tantino provocante. Veniamo all’articolo vero e proprio.
E’ un fatto scontato ormai che chi è dotato di bellissima presenza, maschio o femmina che sia, ed è consapevole di questa sua dote, a fa leva su di essa, si trova indiscutibilmente in una condizione di vantaggio rispetto a tanti comuni mortali. Intendo tutta una serie facilitazioni negli scambi interpersonali, in qualunque campo, compreso quello lavorativo. Relativamente all’età, ovviamente, la disparità si avverte maggiormente in gioventù, nella fase evolutiva.
Quando si è giovani, a parer mio, lo scopo primario è quello di farsi accettare all’interno di un gruppo, di soddisfare il proprio spirito di partecipazione e le continue richieste di approvazione e consenso, indipendentemente dalle proprie attitudini , tendenze, propensioni, gusti e via dicendo. Insomma: di apparire e di piacere in senso lato. Questa considerazione è di carattere generale e non tiene conto di particolari esigenze, molto soggettive.
Col passare degli anni, poi, fino al raggiungimento della piena maturità (per chi la raggiunge), per effetto della legge dura e logica della compensazione, alla quale io credo fermamente, in molti soggetti normodotati si innesca un fenomeno, il più delle volte inconscio, che porta a sviluppare delle particolari doti caratteriali, sconosciute a molti modelli di bellezza. Questo non è altro che un espediente innato messo in atto per sopperire a certe “carenze”.
Se l’equazione gnocca=oca, ha un fondamento di verità, non è frutto di uno scompenso genetico, bensì di una semplice mancanza di “esercizio”. Che necessità ha un velina o un tronista, di mostrarsi sagace, ironico, brillante, acculturato? La sola necessità che ha è di apprendere, eventualmente, con un minimo sforzo, qualche nozione basilare di grammatica e di cultura molto, ma molto generale.
Tornando a normodotati, la gran parte, alla luce dell’autostima e della considerazione che si sono guadagnati tra i propri simili, di fronte a certi “prodigi della natura”, pur riconoscendone oggettivamente i pregi estetici, stabiliti secondo canoni universalmente riconosciuti, non provano la benché minima invidia e si sentono perfettamente realizzati, sicuri e soddisfatti di come sono. E non si pongono nemmeno il problema di quale strada abbiano percorso per raggiungere tale meta: la loro chiara identità, il loro equilibrio. Tantomeno che ho voluto intendere io con questo cazzo di articolo.
Comunque concludo rivolgendomi a quello sparuto gruppo di sfigati che, nonostante raccolgano stima e considerazione da parte di chi li circonda, per la loro brillantezza, acquisita in anni ed anni di “allenamento”, non hanno ancora raggiunto una condizione di serenità e di equilibrio interiore.
Sono le persone che mi toccano particolarmente, che m’incantano e vorrei felici e sereni. Sono quelli che fanno piangere e che fanno ridere, che soffrono e che toccano il cielo, che reprimono e che esplodono, che si arrendono e che combattono. Tutti gli insicuri: l’universo e il suo contrario. Gli ossimori vaganti come me.
Tenete duro!! Tra cinquant’anni sarà tutto finito … per alcuni anche prima.

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Certe vite
sono ossimori vaganti.
Son tasselli multiformi
in perenne evoluzione.
Vite erose che sublimano
nell’attesa d’una svolta.
Ogni singolo riflesso,
ogni flebile sospiro
è ricerca introspettiva.
Mondi afoni fiorenti
che protendono,
danno ascolto alla natura.
Questo è vivere il presente?
Questo induce un’emozione,
spiega il senso della notte.

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Certi amori

Certi amori
sono fiori di scarpata.
Si insinuano testardi
tra macigni acuminati.
Non li scorgi,
non li senti.
Affondano radici
tra le crepe d’un legame.
Resistono all’incuria,
ai rigori dell’inverno.
Si sostentano con nulla.
Certi amori
sono sfide,
sono scherzi del destino.
Attecchiscono spontanei,
senza un tocco di campana.
Sono figli clandestini
che Dio mai benedirà:
il riscatto di una vita
o una pena ancor più atroce.

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