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Archive for novembre 2012

«Ma quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, solo per il mio occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le cilecche e le papere. A questa velocità devo sparare al mio argomento i colpi più diretti e fulminei, e così devo mettere mano alle parole, e sceglierle e lanciarle, senza maggior indugio di quanto me ne occorre a tuffare la penna nel calamaio.[…]
Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto: tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da trasmettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte. Il requisito principale (ho pensato rileggendo i miei vecchi diari) non è fare la parte del censore, ma scrivere come detta l’umore, e di qualunque cosa; perché mi ha incuriosita la mia passione per le cose buttate alla rinfusa, e ho scoperto il significato proprio là dove allora non lo vedevo. Ma la scioltezza si muta facilmente in sciattezza. Occorre un piccolo sforzo per affrontare un personaggio o un episodio che deve essere annotato. Né si può consentire alla penna di scrivere senza guida; si rischia di diventare pigri e trasandati.»

Virginia Woolf, “Diario di una scrittrice”

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Sapete qual’è la cosa che gli italiani desiderano più di ogni altra? Godere di buona salute (grazie al c…).
Secondo un sondaggio di Donna Moderna, il fatto di stare bene per gli italiani conta più di qualunque cosa, anche più del matrimonio e dell’amore. Mah! Che conti più dell’amore, non ne sono tanto convinto. L’ideale sarebbe la coesistenza.
Passano gli anni, quindi, le ideologie, le mode, ma la vecchia convinzione secondo la quale la salute viene prima di tutto, resta sempre valida.
Molti filosofi e uomini di pensiero considerano la buona salute la condizione essenziale per il raggiungimento della felicità: il suo segreto.
Ecco cosa dice Schopenhauer in proposito: “Salute, giovinezza e libertà, questi tre sommi beni della vita, non li riconosciamo per tali fino a che li possediamo: li apprezziamo perduti. Similmente non ci accorgiamo d’aver vissuti giorni felici se non allora che ad essi ne siano susseguiti altri di dolore”. Un pensiero ineccepibile.
Io adoro Schopenhauer, quel grandissimo burlone. Sappiate che un suo pensiero, un autentico inno alla gioia, è diventato il mio manifesto: “La sola felicità è quella di non nascere”.
Tornando alla salute, Edward Bach, scopritore di molti vaccini e dei famosi fiori omonimi, ricercatore insieme a Samuel Hahnemann dei principi omeopatici, vide una relazione basilare tra felicità e guarigione. Egli sosteneva infatti che l’unico modo per essere felici, unitamente al rincorrere la propria missione qui sulla terra, è di seguire quello che la nostra anima ci trasmette soprattutto attraverso il corpo. Per questo disse: “Non vi è guarigione senza la pace dell’anima e la gioia interiore (…) Cura l’uomo e non la malattia”.
Chiudo questo breve excursus dichiarando che: ove mai un piccolo acciacco dovesse colpe me, ma soprattutto voi, cari lettori, e qualcuno, ahimè!, sta già pagando tantissimo, ci consoli questo ottimistico rimedio di quel gran simpaticone di Epicuro: “Il male e il dolore corporei sono di breve durata, o al limite, sono facilmente sopportabili, se poi sono riferiti all’anima, per liberarsene è sufficiente rintracciarne la genesi fallace: gli errori della mente e le false opinioni”: un’impresa banalissima.

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Come si fa?

“Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. Per trasmettere il dolore bisogna essere felici”
Roberto Benigni, “La tigre e la neve”

Questo straordinario artista è riuscito a sintetizzare, a parer mio, lo spirito che anima, o che dovrebbe animare, tanta gente che offre emozioni attraverso la parola scritta, compresi noi gente normale o dilettanti senza alcuna velleità.
Comunicare felicità, per chi è ispirato da sentimenti di gioia e vitalità, non è difficilissimo, tanto più se è innamorato in ogni senso. Meno agevole è trasmettere positività per chi è malinconico. In questo caso, si tratta di un intento molto ammirevole, lo sottolinea anche Kahlil Gibran: “Come é nobile chi, col cuore triste, vuol cantare ugualmente un canto felice, tra cuori felici”.
Quello che io trovo estremamente impegnativo e a tratti inspiegabile, invece, è infondere angoscia e dolore, non tanto quando si è “tristi e taciturni con esuberanza”, riprendendo Benigni, piuttosto quando si è afflitti da vera e propria inquietudine, da depressione.
Molte poesie che leggo qui su WP, molti articoli, riflessioni, testimonianze, intime confessioni, producono un impatto emotivo notevole, sono scritti sublimi e struggenti, e lo sono senza che traspaia un minimo sentimento di rivalsa, di speranza.
A volte mi chiedo: come fanno alcuni a lanciare dei richiami disperati con estrema raffinatezza e applicazione? Parlo di sentimenti autentici e reali, non di espedienti romantici o abili artifici letterari.
Come si fa a declamare con continuità il proprio disagio senza avvertire fatica e sfinimento, senza frasi prendere dallo sconforto, e magari ricorrere ad una pausa, senza necessariamente giungere all’estrema soluzione di mandare tutto al diavolo?
Viene il sospetto, a volte, che ci sia qualcosa sotto che vada oltre la semplice richiesta di solidarietà, di conforto, di un parere, un’opinione, un suggerimento …. boh!
Non sarà che siano tutti seguaci di Virgilio e abbiano tutti letto l’Eneide, in quel passaggio che fa: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” – sono le lacrime delle cose che toccano la mente dei mortali?

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I miei 5 tautogrammi

Ahimè!

Anàfore, antìtesi, antìfrasi.
Avessi appreso acerbo antiche arti,
attento ad affrontare ardui argomenti,
avrei acquistato assensi, abilità,
aria armoniosa, allegra.
Alterno adesso adulto, ambiguamente:
afoni abbozzi, astrusi affetti,
albe angoscianti, ansiose attese.

Agogno ancora allievo anse animate,
ad auliche astrazioni accompagnate.

 

Dado

Dado dannato,
destino disumano.
Da diciassette dinari
divennero duemila.
Dovetti dar danaro,
dimora, dignità.
Dai debiti disfatto,
divenni disonesto,
depresso, disperato.
Distrutto dal dileggio.

Desidero dormire,
digiuno da due dì.
Dimmi Dionisio,
divinità dei doni,
denoto deficienza?
< Dipende! >

 

Mannaggia!

Mi manchi,
musa maledetta,
madre misericordiosa,
magnifico miraggio.
Mi manchi,
mostruosamente.
Mille mutamenti
mi molestano,
mille meste melodie.
Meschino morirò
miseramente
ma mai mitigherò
magici martiri.

 

Se

Se sempre sortissi saggezza
sopprimendo sussulti smodati.
Se soltanto sapessi spezzare
subdole stringhe,
sospirerei sereno scambi sublimi.
Su spiagge soleggiate saggerei
sesso salmastro.
Stupidi sogni stereotipati?
Sorrido sarcastico
… sprezzante.

 

Tremito

Tremito tagliente,
tipicamente tara,
tradisce titubanza,
ti toglie trasparenza,
tranquilla tolleranza.
Trascina timoroso
tenue, timido tormento:
Tommaso! Ti temo.
Tatiana! Ti tocco.

 

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Un tratto di sicuro successo, per introdursi in ogni situazione sociale, è l’arte di capire la gente, per poter stabilire adeguate modalità di relazione. (Allan Fromme).

Stamattina, nel commentare il post di una cara lettrice (elinepal, per l’esattezza), sono stato assalito da un dubbio. Mi chiedevo se avessi inavvertitamente superato quell’impercettibile linea di confine che separa lo scherno fine a se stesso dall’insolenza. Si tratta di un limite molto simile a quello che separa l’adulazione fine a se stessa dalla molestia sessuale.
A questo punto qualche lettrice, tra le più maliziose, penserà che anche il superamento ipotetico di quest’ultima frontiera debba costituire fonte di preoccupazione per il sottoscritto, forse ancor più della prima. Beh! L’immaginazione di certi individui, a volte, raggiunge limiti inimmaginabili ………..… di veridicità.
Io nel mio modo di relazionarmi con gli altri, sono animato, tendenzialmente, da una discreta dose di empatia, come tanti di voi. Per empatia intendo l’attitudine a offrire la propria attenzione mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali. E’ una qualità di relazione che si basa sull’ascolto e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e dei bisogni fondamentali del prossimo.
Altre volte, invece, contribuisco in modo significativo, con elucubrazioni mie personali, dette pippe mentali, a rendere certi confronti ancora più contorti e irrisolvibili. Comunque, in linea di massima, la mia tendenza è quella di entrare in sintonia con voi lettori. Ovviamente ognuno emette segnali con una propria frequenza, sebbene si adotti spesso una simbologia comune. Per tale ragione non posso pretendere di entrare in perfetta sintonia con tutti, e di farlo, tra l’altro, accompagnando il tutto con una costante dose di ironia (la base della libertà, direbbe Victor Hugo)
A dire il vero, di questa incapacità non è che ne soffra più di tanto, anche perché nessuno mi hai mai investito responsabilmente di questa mansione. Se ci riesco è bene, altrimenti pazienza. Io il tentativo lo faccio in ogni caso. E’ una tendenza innata in me. Per fare questo, però, devo immaginare la “collocazione” del mio interlocutore, nel senso della sua sensibilità e della sua intelligenza, indipendentemente dalla sua età e dalla suo prestigio. Questi parametri debbono condizionare solo marginalmente, quando si intende stabilire un informale scambio relazionale, a parer mio.
Tornando al mio proposito, è un po’ come ricorrere ai “lanci a cavallo”. In terminologia marinara vuol dire effettuare una serie di tiri di prova, alcuni intenzionalmente corti ed altri lunghi al fine di calcolare, mediante osservazione del punto d’ammaraggio del proiettile, l’esatta posizione del bersaglio da colpire. L’accostamento a molti di voi apparirà un tantino infelice. Non è rassicurante navigare in rete col rischio frequente di un affondamento, ma tant’è: l’esempio rende il senso del discorso.
Io fino ad ora grandi offese non credo di averne mai procurate, ma essendo al tempo stesso un beffeggiatore incallito, metto in conto il rischio di eventuali sconfinamenti, per tale ragione intendo concludere l’articolo con una richiesta accorata:
Ove mai qualcuno si sentisse, anche solo marginalmente, leso nella propria dignità da qualche mio commento, o quant’altro, mi lanci cortesemente un piccolo segnale, ad esempio aggiungendo, nel caso di superamento del primo limite, quello dell’insolenza, in coda ad un proprio commento o risposta, una tripla X. Nel caso di superamento del secondo limite, quello della molestia sessuale, una quadrupla X, oppure, in caso di benevolo accoglimento di tale infrazione, il proprio numero di cellulare.
Grazie anticipatamente,
luporenna

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«Le carezze sono appropriazione del corpo dell’altro. E’ evidente che, se le carezze consistessero semplicemente nello sfiorare o toccare, non potrebbero avere alcun rapporto con il potente desiderio che pretendono di colmare; rimarrebbero alla superficie, come gli sguardi, e non potrebbero rendermi padrone dell’altro. La carezza, quindi, non è un semplice sfiorare: ma un foggiare. Carezzando l’altro, io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte dell’insieme di cerimonie che incarnano l’altro. La carezza fa nascere l’altro come carne per me e per lui. Così la carezza non si distingue per nulla dal desiderio: carezzare con gli occhi o desiderare è la stessa cosa; il desiderio si esprime con la carezza come il pensiero col linguaggio».

Jean-Paul Sartre, “L’essere e il nulla”

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Il piacere

Avere un pensiero unico, assiduo,
di tutte le ore, di tutti gli attimi…
non concepire altra felicità
che quella sovrumana,
irraggiata della sola tua presenza
sull’essere mio…
vivere tutto il giorno nell’aspettazione
inquieta, furiosa, terribile
del momento in cui ti rivedrò…
nutrire l’immagine
delle tue carezze,
quando sei partita,
e di nuovo possederti
in un ombra quasi creata…
sentirti quando io dormo,
sentirti sul mio cuore viva,
reale, palpabile,
mescolata al mio sangue,
mescolata alla mia vita…
e credere in te soltanto,
giurare in te soltanto,
riporre in te soltanto la mia fede,
la mia forza, il mio orgoglio,
tutto il mio mondo,
tutto quel che so
e tutto quel che spero…

Gabriele D’Annunzio

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