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Archive for settembre 2012

Un sabato sera d’estate di diversi anni fa bussai alla porta di un lussuoso appartamento in un parco residenziale nella zona di Posillipo, a Napoli. Per la precisione: una traversa dell’elegante via Petrarca (per chi conosce la città). Era la dimora-ufficio di un noto avvocato, padre di una giovane fanciulla bella e giunonica, la stessa che venne calorosamente ad accogliermi in compagnia del fido Ciro, un bracco italiano di colore marrone chiaro; meglio ancora: tonaca di frate. E’ la denominazione corretta del colore. Un frate corpulento ed aggressivo, nel caso di Ciro.
La ragazza appariva molto angosciata all’idea di dover trascorre gran parte della notte sola in mia compagnia, dal momento che un irrevocabile impegno aveva trattenuto il resto della famiglia, il togato la moglie ed figlio, in una imprecisata località marina fino al pomeriggio seguente. Un’autentica sciagura sospirata da mesi.
Appena entrai ci soffermammo nell’ingresso con l’intento liberatorio di sbarazzarci di alcuni superflui elementi di vestiario: tentativo inutile. A causa l’eccessiva foga, Ciro interpretò come minacciosi i miei propositi (come dargli torto). Ci ricomponemmo alla meglio e ci dirigemmo momentaneamente in cucina.
Lì notai bene in vista un foglio appiccicato al frigo. Era un avviso monitorio, conteneva precise disposizioni sul corretto adempimento delle naturali necessità e bisogni di Ciro, compreso il divieto assoluto di somministrazione di sostanze alimentari per uso umano, potenzialmente dannose, (per lui), e la reclusione prolungata in luoghi angusti, privi di ventilazione e scarsamente illuminati.
Provvedemmo in breve tempo ad adempiere a quanto richiesto, avendo premura di liberare la fiera in un ampio locale sufficientemente ventilato, costantemente illuminato, destinato solitamente al ricovero di automezzi. Fatto questo ci dedicammo comodamente al soddisfacimento delle nostre necessità, comprese quelle alimentari.
In una pausa dei festeggiamenti, ci dirigemmo verso lo studio, convertibile all’occorrenza in sala d’ascolto.
Arrivato qui mi trovai di fronte ad un coro ligneo: parquet in teak e pareti rivestite in legno massello. Sulla parete sinistra, meglio sarebbe stato chiamarla navata, s’ergeva un’imponente libreria piena zeppa di tomi di ogni genere. Sulla parete opposta, invece una quantità indefinita di 33 giri e CD, quasi esclusivamente di musica classica. In fondo, al centro della terza parete (o presbiterio), c’erano loro, i gemelli McIntosh, adagiati su un altare anch’esso in legno.
Ai lati, come dei chierichetti, si ergevano due diffusori da pavimento Allison One, molto pregiati.
I gemelli McIntosh, un preamplificatore ed un finale di potenza valvolare, fino a quel giorno li avevo visti solo in fotografia, sulle riviste specializzate, proposti, più o meno, al prezzo attuale di una nuova Panda. Rimasi incantato di fronte ai due VU meter azzurro intenso.
Mi girai intorno, presi il primo disco che mi capitò a tiro, giusto per testare i due mostri, lo caricai sul giradischi Thorens ed abbassai le luci. Non avevo troppo tempo per dedicarmi ad un’accurata selezione.
Caso volle che beccai uno tra i pezzi di musica classica più struggenti che io conosca: Sonata per Arpeggione e piano D821 di Franz Schubert, magistralmente interpretato da Mstislav Rostropovich. Cosa potevo pretendere di meglio?
Sarà stata la compagnia, l’esaltazione, un po’ di vino, ma io non ricordo di aver provato mai una sensazione così intensa e suggestiva.
Lasciai il tempio a notte fonda, accompagnato dall’eco del violoncello e da sinistri latrati provenienti dal garage.

Tornando ad oggi, senza addentrarmi in un’analisi stilistica sui generi musicali del momento ma soffermandomi unicamente sugli aspetti tecnici relativi ai dispositivi di riproduzione e diffusione della musica, avrei qualcosa da obiettare. Innanzitutto i formati utilizzati sono tutti compressi, mp3 in primis, con un decadimento inevitabile della qualità.
Gli strumenti di riproduzione-diffusione sono quasi esclusivamente di tipo digitale compatto: PC, pocket audio, walkman, smartphone, cellulari e similari, altro che gemelli McIntosh, altro che efficienza di trasduzione elettroacustica. Al tempo stesso, però, devo constatare, osservando l’espressione di molti ragazzi di fronte a dei microdiffusori cinesi da 5/6 euro, mentre guardano Youtube, che assumono la stessa identica espressione inebetita disegnata sul mio volto quel lontano sabato sera.
Questo per dire che esistono momenti e momenti per ascoltare la musica, metodi e metodi, e che tra l’uno e l’altro ci può passare, qualitativamente, l’intero universo, però, se si possiede la volontà e lo spirito giusto per farsi trasportare, per volare, la tecnica e i mezzi contano davvero molto relativamente.
Oggi ho rivisto tante vecchie convinzioni, una fra tutte quella secondo la quale per apprezzare la musica in forma sublime e celestiale si dovesse necessariamente far ricorso a strumenti prestigiosi, non necessariamente i McIntosh, ovviamente, dal momento che si è sempre trattato, e si tratta tuttora, di dispositivi extralusso di valore spropositato per tanta gente.
Oggi, in conclusione, condizionato in parte dalle consuetudini, com’è normale che sia, Schubert adoro ascoltarlo anche così…

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L’amore

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me: l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su noi stessi, comprese le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirsi cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ci sorride. – Albert Einstein

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La vita umana si svolge una sola volta e quindi non potremo mai appurare quale nostra decisione sia stata buona e quale cattiva, perché in una data situazione possiamo decidere una volta soltanto. Non ci viene data una seconda, terza o quarta vita per poter confrontare diverse decisioni.
Einmal ist keinmal: quello che avviene solo una volta è come se non fosse mai accaduto.
La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.
Il tempo umano non ruota in cerchio, ma avanza veloce in linea retta. E’ per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.
(da “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera)

Si ma voi mi direte che ci sono cose piacevoli nella vita che si ripetono persino quotidianamente: le manifestazioni d’amore verso i familiari, verso i figli, verso il partner, anche solo fare sesso con lui, i viaggi, il piacere di esplorare nuove mete.
E allora, cosa intende Milan Kundera, riferendosi alla vita, con quel suo: “ … ma avanza veloce in linea retta” ? Cosa sono le cose felici, o che ci avrebbero evitato l’infelicità, e che non hanno più possibilità di essere ripetute? Sono alcune scelte fondamentali? Sono alcuni momenti irripetibili? Sono alcune concomitante straordinarie di sensazioni, emozioni, odori, suoni, sapori…? Sono le persone uniche che non incontreremo più? O semplicemente: la nostra giovinezza?

Ecco!! Questo è un classico esempio di pippa mentale. Una di quelle profonde elucubrazioni che “rallegravano” alcune notti d’estate da ragazzi, tra una cazzata e l’altra, e che portavano inevitabilmente qualcuno a proferire: “ Ma vaffanculo!! Invece di pensare ad acchiappare …” .
E se avesse avuto ragione lui?
Ah!! Quante energie sprecate … (mentali, s’intende).

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Poesia a due voci

Parlami dei sogni, Aurora,
di affinità.
Dimmi se anche tu, ribelle,
agogni ali di poiana.
Fragranza d’oriente diffondi,
sempre a sud volgi lo sguardo.
Sempre la luna rischiara il tuo giaciglio:
sacro offertorio di pietra, di sabbia,
di grani d’incenso,
di spighe e radici.

Arsura d’espiazione, lupo,
delirio.

Spasmi virili d’un’anima contesa.
Nomade senza età e senza riparo,
fissa anche tu il sud,
la luna.
Inebriati d’essenze,
d’umori corporali,
ma fumati qualcosa di leggero.

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Le crisi segnano le tappe fondamentali dell’esistenza umana in special modo per quegli individui in continua evoluzione: un po’ instabili.
Il passaggio da una fase all’altra della vita, da uno stato all’altro, transizioni segnate da un qualunque mutamento sostanziale, dall’esaurimento di una fase propulsiva, sono sempre caratterizzate da un momento centrale nel quale non si hanno più le certezze del passato. I convincimenti più o meno consolidati si rimuovono o si modificano, sia perché non più accettati sia perché ormai raggiunti ed esauriti.
Ad aggravare la situazione contribuisce spesso la mancanza di definizione di ciò che si vorrebbe creare in alternativa. Probabilmente perché non ancora concepito o perché abbozzato solo in forma astratta. Ci si accorge soltanto che così non va, ma non si sa bene ciò che si desidererebbe realizzare.
Tale condizione provoca un’instabilità emotiva che rappresenta un po’ la terra di nessuno. Questo stato si definisce crisi, ed ho buone ragioni di credere che diversi blogger che operano su questa piattaforma WordPress ne siano affetti, me compreso.
E’ un momento in cui si hanno tutti i pezzi smontati e si devono rimontare aggiungendo del nuovo, una fase in cui gli eccessi si notano, tutto è amplificato: grande è la gioia, grande è il dolore, grande la fatica, grande anche la creatività.
A questo stato generalmente si accompagna un disordine emotivo, un caos che è generato da una vulnerabilità interiore.
Per spiegare questa condizione alcuni esperti ricorrono all’immagine del corpo di armata, ovvero un esercito guidato da un generale ipervulnerabile, pervaso da timori ed incertezze.
A causa del caos determinato dalla successione convulsa di ordini e contrordini, compagnie, battaglioni, plotoni si incrociano in tutti i sensi, e quando il disordine è al massimo, presa dal panico, l’armata non opera più: i soldati gettano le armi e cercano scampo abbandonando il generale al suo destino. In queste condizioni, nei casi più accentuati, si rischia la depressione.
Il quadro sintomatologico che tipicamente si accompagna comprende: inerzia, apatia, abulia, bradicardia e, come indicato nel titolo, ipotensione diastolica.
Cos’è l’ipotensione diastolica? E’ la pressione minima troppo bassa (inferiore a 60 mmHg, millimetri di mercurio).
A questo punto mi sento di fare una prima affermazione, rivolgendomi alle persone che sentono d’appartenere ai soggetti in esame, e cioè che per uscirne spesso non è sufficiente la consapevolezza della propria condizione, anche se importante.
Quando lo stato d’instabilità persiste per troppo tempo e non lascia intravvedere alcuna via d’uscita, sarebbe meglio rivolgersi ad uno specialista (grazie al ca…volo, aggiungerebbe qualcuno), prima che lo scorrere degli anni ci privi, inesorabilmente, di ogni residua risorsa.
Se invece pensiamo, in modo lucido e razionale, che qualunque soluzione terapeutica ci venga suggerita non potrà mai oggettivamente rimuovere i macigni che ci opprimono in questo preciso istante della vostra vita, a causa di qualche condizionamento transitorio, (un compito che spetta solo ed esclusivamente a noi stessi): SCRIVIAMO!! SCRIVIAMO!! SCRIVIAMO!! E confrontiamoci, raccontiamo le nostre esperienze, o più semplicemente: tutto ciò che ci passa per la testa, con enorme rispetto verso le persone che ci contattano, che lasciano un commento, che ci stimano.
A me procura grande conforto e credo che lo stesso sollievo possa procurarlo anche a voi.
Perché quest’articolo? A chi è rivolto?
E’ un semplice incitamento che rivolgo innanzitutto a me e a tutti quelli che spesso si lasciano sopraffare dall’apatia, tenendo presente che da un fruttuoso scambio di riflessioni, d’esperienze, di propositi, non è escluso che possano nascere degli interessanti spunti di valutazione, degli stimoli, delle idee, delle aperture a volte anche risolutive … perché no!

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L’angelo ribelle

Basta il lieve movimento di una mano,
per placare una voglia licenziosa,
di quelle che ti offuscano la mente.
Cosicché un desiderio in solitario
si trasforma in una turpe tentazione.
Ma è soltanto un surrogato.
E vorresti trascurare quel richiamo,
ma non puoi.
Ed allora t’abbandoni,
con un lento andirivieni cadenzato,
mentre un’ombra detta il ritmo,
ora incalza …
i ventricoli in affanno …
è il segnale …
sei nel gorgo …
è il collasso …
la quiete immaginaria.
Mentre l’angelo ribelle è ancora lì,
nudo, etereo,
che ti ammicca.
Ed il senso d’impotenza ti devasta.
Ed ancora più tremende son le pene
che vorresti che la vita t’infliggesse,
per l’inganno che hai accettato incautamente,
senza alcuna costrizione.

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Il sesso parte 1 – le origini

Siamo prodotti della libido (by luporenna)

Raccolgo la proposta dell’amica Melodiestonate di scrivere insieme un articolo sul sesso, nonostante rappresenti un argomento un po’ ostico per me. Più che altro: poco esplorato.
Lo faccio pubblicando un mio studio già presentato qualche anno fa e che si avvale di reali e documentate ricerche scientifiche.
Faccio una premessa. E’ una mia consuetudine, nel comprendere a fondo e trattare qualunque argomento, di risalire alle sue origini. Per esempio, se devo capire il funzionamento delle eliche delle navi, non mi soffermo su delle semplici spiegazioni tecniche, io risalgo all’età del bronzo, tempo permettendo.
Comunque, questa storia del giramento di eliche, meglio ancora: del giramento di pale, non l’ho introdotta a caso. Riferita alla mia persona, e credo anche alla collega Melodiestonate, costituisce un fenomeno che si attiva spontaneamente, anche più volte al giorno. E non so più a cosa risalire per comprenderne le cause.

Veniamo all’argomento.
Sapere cos’è un gorilla? E’ un primate antropomorfo, il più grande primate della terra. Il gorilla si suddivide in due specie: gorilla delle pianure (gorilla gorilla) e gorilla delle montagne (gorilla beringei); il famoso Silver Back tanto caro a Dian Fossey.
L’uomo condivide con quest’animale, gran parte del proprio patrimonio genetico. La differenza è davvero minima. E’ presente unicamente a livello di “Famiglia”, come si osserva dal prospetto seguente, stilato secondo i livelli gerarchici della classificazione tassonomica:

Regno: Animali (Uomo e Gorilla)
Tipo: Cordati (Uomo e Gorilla)
Sottotipo: Vertebrati (Uomo e Gorilla)
Classe: Mammiferi (Uomo e Gorilla)
Ordine: Primati (Uomo e Gorilla)
Sottordine: Ominoidei (Uomo e Gorilla)
Famiglia 1: Ominidi (Uomo “Homo sapiens”)
Famiglia 2: Pongidi (Gorilla “Gorilla gorilla” – Scimpanzè “Pan troglodytes” – Bonobo “Pan paniscus”)

 Detto ciò, sapete qual’è la dimensione media del pene in posizione eretta di questa bestia da due metri per due quintali? (per posizione eretta intendo quella dell’appendice) Circa 8 cm; misura sufficiente a garantirgli la riproduzione e, a differenza dell’uomo, nessun altro impiego improprio.
Ora, considerato che il suo naturale alloggiamento, la sua dimora, riferito sempre al pene, ovvero il dotto vaginale della femmina di gorilla, è di dimensioni pressoché simili a quello della donna, perché il membro maschile dell’uomo si attesta esattamente su una misura doppia? Perche questa sproporzione?
Sproporzione relativa, ovviamente. Per talune rappresentanti del gentil sesso, affette da “bulimia sessuale” sproporzionato è un aggettivo inadatto riferito a certe misure. Si può parlare di adeguatezza del termine solo se si fa riferimento alle specie bovine o equine, pony esclusi.
Comunque, per trovare la risposta al primo quesito dobbiamo tornare indietro a circa 3,2 milioni di anni fa; la datazione certa dell’Australopithecus afarensis denominato Lucy, la nostra prima ufficiale antenata, anche se da ritrovamenti successivi e da studi del DNA, è ormai appurato che la separazione tra le scimmie antropomorfe e i primi ominidi è avvenuta circa 5 milioni di anni fa.
Immaginiamo la giornata tipo di Lucy. Esonerata dagli impegni ordinari della donna moderna. Una volta spazzata la caverna, cucinata una costoletta di mammut, messi a dormire i pargoletti in qualche anfratto roccioso, che cavolo aveva da fare se non concentrarsi su certe ludiche attività? Senza, tra l’altro, alcun vincolo indotto dal rispetto della fedeltà coniugale. Che cosa volete che ne capissero quelli del matrimonio (beati loro…)
Continuando, tutti sanno benissimo che tra il maschio e la femmina chi cattura è la donna, e questo è valso soprattutto per Lucy, non in senso figurato, nel suo caso, consentendole di irretire a suo piacimento, con clave o mezzi di fortuna, qualunque cavernicolo dotato che le capitasse a tiro.
Cos’ha prodotto questa scelta mirata, questa ricerca libidinosa di una maggiore gagliardia di un certo organo e di una maggiore “profondità” nel rapporto, con la conseguente disponibilità di una più numerosa varietà di posizioni d’accoppiamento? Una bella ed inevitabile: SELEZIONE. Sostanziale e determinante, aggiungo.
Per migliaia di anni, quindi, Lucy e sue le focose discendenti, hanno determinato una modificazione anatomica del maschio costringendo all’estinzione i normodotati del tempo.
Per fortuna, ad un certo punto, trovata una conformazione standard, più o meno sufficiente a garantire delle performance soddisfacenti, le nostre progenitrici si sono date una calmata. A tutto c’è un limite.
Grande gratitudine dobbiamo noi maschietti a queste “giudiziose” antenate. Se il trend fosse continuato in modo scriteriato, al giorno d’oggi saremmo stati costretti a trascinarci dietro dei veri e propri attrezzi da scasso.
Qui si potrebbe aprire una discussione su quanto sia cambiata la moralità della donna nel corso della storia, dati certi pregiudizievoli trascorsi, e di quanto abbia inciso e quanto incida tuttora la libido nei suoi aspetti comportamentali. Con questo non intendo assolutamente assolvere i maschi, sia contemporanei che antenati. Relativamente a quest’ultimi, se la donna costituisce l’unico esempio di mammifero che possiede i lobuli ed il tessuto adiposo delle ghiandole mammarie di dimensioni e quantità spropositate, nonché le stesse mammelle esterne costantemente protese, non solo durante la fase pre e post gestazionale, una certa responsabilità emerge. Per fortuna le protesi siliconiche sono state introdotte solo alcuni decenni dopo, altrimenti, per quei trogloditi, sai che abbagli. Altro che selezione naturale.

Il sesso parte 2 – la chimica

“La donna sceglie l’uomo, che poi la sceglierà!” (by Melodiestonate)

Nel mondo animale, tutto dipende dal “feromone”, ovvero la “sostanza secreta da un individuo e recepita da un altro, capace di scatenare in quest’ultimo una reazione eccitante”
Tra gli esseri umani esiste una piccolissima percentuale di persone che hanno sviluppato un olfatto più sensibile e che quindi hanno percezioni, sia piacevoli che spiacevoli, molto più intense. Questo è frutto di emozioni inconsapevoli legate ad esperienze passate.
Le prime relazioni madre-bambino e padre-bambino si creano, infatti, proprio attraverso l’odore, tanto che il neonato riconosce i genitori “annusandoli” fin dai primi giorni di vita.
Per quale motivo il maschio appare più interessato al sesso rispetto alle femmine e cosa rappresenta veramente il sesso per questo?
La ragione è che l’impulso sessuale maschile è più forte perché l’area del cervello, in cui gli ormoni stimolano il desiderio sessuale, è più grande rispetto a quello delle femmine.
Per l’uomo il sesso, data la sua elevata importanza, è un metodo efficace per mettere da parte molti problemi. Egli tende a concentrarsi su questa attività piuttosto che sui suoi grattacapi.
Un’alta caratteristica tipica del mondo maschile è lo spirito di competizione e l’ansia da prestazione. Il maschio, rispetto alla femmina, ovviamente non può simulare, e poi, culturalmente, ci si attende di più da lui. A l’uomo spetta l’iniziativa, la parte più attiva nel rapporto, e questo determina, di conseguenza, una  maggiore responsabilità nella riuscita dell’atto.
Per le donne la maternità e la bellezza assumono un rilievo importante. Una donna accetta anche un seno “al silicone”, se questo può contribuire all’accrescimento della propria autostima.
A volte mi torna in mente questa frase: “come la donna ha bisogno di amore per aprirsi al sesso, l’uomo ha bisogno di sesso per aprirsi all’amore. – John Gray – Marte e Venere in camera da letto”
Penso che il sesso sia paragonabile ad un videogioco. Con ogni nuova/o compagna/o è come se si giocasse una nuova partita. Il primo livello, (l’innamoramento) è sempre molto eccitante, di bello c’è la novità, la conoscenza ma quando si è esplorato il tutto, si giunge inevitabilmente ad un bivio. Le alternative sono, o cambiare videogioco, per superare la noia, o passare al secondo livello, quello più profondo, (l’amore).
Un rapporto di coppia maturo è tale quando c’è condivisione sin dall’inizio di momenti felici e meno felici. Quando si sono combattute per diversi anni le avversità della vita, nella stessa trincea. Si tratta di un capitale che sarebbe un peccato sprecare. A tale scopo, se usato al meglio, il sesso si rivela un mezzo molto efficace per rendere più profonda qualunque relazione, l’importante è che entrambi i partecipanti siano motivati a farlo. Non sempre buttare il vecchio videogioco per uno nuovo si rivela un affare.

Ma solo provando (sono luporenna a parlare) se ne può avere il riscontro.

 

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Chi conosce quest’aforisma di Kahlil Gibran?:
“Dove potrò trovare un uomo che sia guidato dalla ragione anziché dalle consuetudini e dalle necessità?”

Relativamente alle consuetudini, una mia interpretazione la si ricava da quest’esempio:
Immaginate di entrare in una ricevitoria del Superenalotto, come dei patetici sfigati. Vi avvicinate al bancone e compilate la vostra schedina con tutta “l’oculatezza” che l’operazione richiede, adottando un criterio tutto vostro, il più delle volte assolutamente assurdo, per non dire: a ca…cchio!!.
Uscite dalla ricevitoria e, sebbene consapevoli che le probabilità di vincita siano ridottissime, cominciate a fantasticare con la mente. Quella scommessa vi infonde ottimismo e benessere. Sono sensazioni che durano al massimo due giorni: l’arco temporale tra un’estrazione e l’altra.
Al secondo tentativo (perché c’è sempre un secondo tentativo. Lo spirito di rivalsa, dopo una sconfitta, attecchisce sempre nell’animo dello sfigato), un impegno inderogabile vi costringe ad entrare nelle ricevitoria giusto due minuti prima della chiusura. Afferrate di corsa la prima schedina prestampata, e senza neanche guardarla ve la giocate.
Uscite fuori e con calma la leggete. Altro che sogni, altro che progetti, l’unica sensazione e di aver buttato i soldi. Riuscite a malapena ad esclamare: “non usciranno mai!”
Perché tanto sconforto? I numeri impressi sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, una sequenza che di vostra iniziativa non avreste giocato mai, ne sono più che convinto.
Il problema sta nelle “consuetudini” di Gibran, quelle direttive mentali che ci governano istintivamente senza il supporto dalla ragione.
Partiamo da un presupposto oggettivo: la fortuna è un evento casuale (oltre che un breve neologismo di largo uso: culo!!, Puro e semplice culo). Alla casualità si associa tecnicamente, nella numerologia, un insieme di numeri presi alla rinfusa. Cosa s’intende per numeri presi alla rinfusa, secondo le nostre consuetudini, ovvero secondo alcuni concetti erroneamente scontati? Tutto tranne che un’esatta sequenza di numeri, tanto più la prima in assoluto, e cioè: 1, 2, 3, 4, 5, 6”, ignorando, irragionevolmente, che questa serie, tornando all’esempio al Superenalotto, ha la stessa identica probabilità d’uscire di qualunque altra combinazione numerica (una su 622.614.630).

Passiamo alle necessità.
Cosa sono le necessità? Le necessità sono: la fame in senso lato, i bisogni spirituali e quelli corporali.
Soffermiamoci su quest’ultimi perché rendono meglio l’idea dell’ingovernabilità di talune esigenze, di taluni richiami.
Sull’opportunità scientifica di tale scelta, potrebbe nascere qualche malizioso sospetto. Accetto il rischio.
Per spiegare il fenomeno vi parlo di un mio amico. Si tratta di una persona che conosco sin dalla nascita, un po’ in là negli anni ma ancora perfettamente idoneo alla pratica dell’accoppiamento sessuale.
Questo mammifero invertebrato, probabilmente a causa di una sua debolezza, si rifiuta di farsi guidare dalla ragione, come direbbe Gibran, nel gestire serenamente dei prolungati e forzati periodi di astinenza sessuale.
Questo caso, comune a tanti altri individui, vittime di scelte giovanili sventuratamente incaute e non dotati di spirito di reazione autonomo, dimostra quanto sia complesso e controverso l’argomento.
Come dargli torto se per una situazione vincolante è impossibilitato a dare libero sfogo alle sue più intime pulsioni, con danni a carico, oltre che della psiche, anche dell’apparato riproduttivo (o ex-riproduttivo)?
Il problema potrebbe apparire comunemente risolvibile. Spesso, in circostanze analoghe, con una modica spesa, si fa ricorso “all’assistenza privata”. Vi sono soggetti preposti a tale scopo in ogni angolo di strada (appunto!!).
Sapete perché non può funzionare con lui, nonostante soffra maledettamente il dover costantemente reprimere? Perché, sebbene appaia tutt’altro che aulico, col suo modo volgare di esprimersi, fa parte di quella schiera di sognatori recidivi sfigatamente romantici che si ostinano a voler considerare il sesso solo come un piacevole complemento, che ci crediate o non (voi che lo conoscete).

Alla prossima, con buona pace di Gibran che forse per “necessità” intendeva qualcosa di meno materiale.

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Il silenzio

Il silenzio è un padre d’altri tempi.
Si impone con la sua presenza autorevole,
molto più del rumore.
Può calare a motivo di una grande ammirazione
o di una lunga attesa.
E sa essere senza pietà,
quando non rimane più nulla da dire.

(Paola Felice)

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Attimi

Appaga più del sogno
un attimo rapito.
Cogli il frutto
danza col mondo
salta nei cenci
e poi cogli
poi danza
poi salta.
Libera il pianto.
Bacia la terra
l’azzurro
la vita.
Cogli l’amore
rendi l’amore.
Se fossi
se avessi
… non conta.
Sei ora
sei qui
sei tutto.
Presente
e futuro.
Attimi
ed attimi
… fino a sera.

 

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