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Archive for luglio 2012

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo,
ma niente, assolutamente niente,
sostituisce lo sguardo dell’essere umano.

(Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce, 1997)

 

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Questo è Gaio Valerio Catullo:

Odio e amo.
Me ne chiedi la ragione?
Non so, così accade e mi tormento.

———-

Per molti Quinzia è bella,
per me bianca, dritta, slanciata.
Questi pregi li riconosco,
ma non dirò certo che è bella:
non ha grazia, né un pizzico di sale
in quel corpo superbo.
Bella è Lesbia, bellissima,
tutta fra tutte.
A ognuna ha rapito
ogni possibile grazia

———-

Nessuna donna potrà dire
‘sono stata amata’ più di quanto io ti ho amato,
Lesbia mia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
che nel mio amore io ti ho portato.

———

Lesbia sparla sempre di me,
senza respiro di me:
morissi se Lesbia non mi ama.
Lo so, son come lei:
la copro ogni giorno d’insulti,
ma morissi se io non l’amo.

e questo è Marco Valerio Marziale:

LA METAMORFOSI DI LEVINA

La casta Levina, non da meno
delle antiche sabine,
sebbene più rigida essa stessa
del severo marito,
mentre nel bagno si rilassa,
ora nelle acque del Lucrino,
ora d’Averno,
e mentre spesso prende un bagno caldo
nelle terme di Baia,
ecco che cade in amoroso fuoco:
pianta il marito e segue un giovanotto:
come Penelope a Baia era venuta,
come novella Elena partì.

BRINDISI PER LE DONNE AMATE

Cinque bicchieri si bevano per Levia,
otto per Giustina,
quattro per Lica,
quattro anche per Lide
e per Ida tre.
Tanti bicchieri siano per ciascuna,
quante sono le lettere del nome,
e poiché nessuna d’esse viene,
o Sonno, vieni almeno tu da me.

IL PROFUMO DI GELLIA

Per dove passi tu, Gellia,
ci pare che il profumiere Cosmo traslochi
e che si sparga cannella versata da flaconi di vetro.
Non compiacerti, o Gellia, di esotiche quisquilie.
Penso che il mio cane, profumato,
potrebbe avere un simile profumo.

Chi preferite? E’ davvero un inquietante dilemma, di quelli che ci lasciano sgomenti e non ci fanno dormire la notte, assieme alle zanzare.
Comunque io preferisco nettamente quel genio infernale di Marziale. E’ sicuramente molto più ironico e divertente, nonostante sia stato un perfetto gaudente ed abbia vissuto una vita molto dissoluta.
Prendendo spunto da quest’ultima considerazione, riferendomi ai nostri giorni, ho la netta sensazione, a volte, che le persone che raccolgono mediamente più consensi ed ammirazione, che suscitano più simpatia, a parità di visibilità, soprattutto tra i giovani, sono quelle che vivono in modo più trasgressivo, godereccio e che esaltano i piaceri materiali? Ho scoperto l’acqua calda? (con queste temperature non v’era alcun bisogno).
Se così fosse, credo che sia per due motivi. Il primo e che da quando esiste il mondo, la vita edonistica, che identifica il bene morale con il piacere, ha avuto sempre il sopravvento sull’idealismo e la spiritualità (il livello dell’acqua calda aumenta…).
Il secondo motivo è dovuto esclusivamente ad una questione d’esercizio, nel senso che gli epicurei concentrano maggiormente, od esclusivamente, le loro risorse nella pratica mirata dell’assoggettamento, della conquista.
Aiuto!! Sto annegando … a bagnomaria.

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Sapete chi è Leonard Zelig?
E’ il protagonista di un film di Woody Hallen ambientato in America negli anni 20. Un autentico capolavoro tragicomico del 1983. Con queste parole lo stesso regista ne spiega il significato:
«Con Zelig volevo parlare del pericolo che si corre abbandonando il proprio vero io nello sforzo di piacere, di non creare problemi, di inserirsi, e di dove questo possa condurre una persona in ogni aspetto della sua vita, compreso quello politico, ovvero, ad un estremo conformismo e ad un’estrema sottomissione della volontà».
A causa di una bizzarra patologia, che non viene preservata dal crudele processo della mercificazione, Leonard Zelig si trova ad assumere sembianze di volta in volta diverse, imitando passivamente gli altri, copiandone usi, costumi e persino la fisionomia. Gli effetti che ne derivano sono esilaranti: Zelig si trova ad essere nero tra i neri, francese tra i francesi, nazista tra i nazisti, diventando così l’emblema del conformismo e dell’inautenticità. È come se Zelig scaricasse sugli altri la responsabilità dell’azione. Egli si mimetizza da perfetto camaleonte e rinuncia alla propria identità per vivere nell’invisibilità e nella sicurezza.
Spesso credo di somigliare a questo personaggio. Capita quando rinuncio alla mia identità per diverse ragioni, alcune note ed altre meno. Una su tutte, fra quelle comuni, un’eccessiva accondiscendenza, causata un po’ dalla stanchezza, dalle disillusioni, dai malumori e soprattutto dall’indole, ahimè, tendenzialmente poco combattiva. Anche in condizioni favorevoli, infatti, raramente mi cimento in appassionate difese delle mie ragioni, salvo delle sporadiche e civili rivendicazioni di alcuni diritti basilari.
In ogni caso presto sempre attenzione ai miei interlocutori. Non ho mai snobbato nessuno, neanche il peggiore dei miei rarissimi nemici.
Detto ciò ci sarebbero ora da analizzare le ragioni innate, quelle presumibilmente legate alle mie (e di tanti altri maschietti) interazioni col variegato universo femminile. Di queste ne divulgherò l’elenco quando mi sarà consegnato dal mio psicoterapeuta.
Tornando alla questione, quindi, a volte ho delle crisi d’identità, altre volte, invece, pervaso da uno spirito di autoassoluzione, penso che tutto sommato il mio atteggiamento non comprometta la stima dei miei tratti caratteriali, che mi caratterizzi comunque in una forma esclusiva, e soprattutto: che non sia tanto deprecabile. Lo stesso psicanalista Allan Fromme un certo senso mi assolve quando dice: “Un tratto di sicuro successo, per introdursi in ogni situazione sociale, è l’arte di capire la gente, per poter stabilire adeguate modalità di relazione.”
Vero è che il dott. Fromme per “adeguate modalità di relazione” credo che intenda l’attuazione, a seconda delle circostanze, di opportuni criteri comunicativi ed interpretativi. Dei metodi mirati al fine di relazionarsi nella migliore forma possibile, nell’assoluto rispetto dei propri interlocutori. Immagino, senza snaturarsi, senza negare la propria identità. Altra cosa, invece, è imitare, emulare, impersonare, immedesimarsi, assecondare indiscriminatamente il prossimo, i suoi gusti, le sue tendenze, magnificarne addirittura le pochezze, le nullità, assumendo atteggiamenti, linguaggi, forme comunicative, anche in forte contrasto tra di loro, per il solo scopo (presumo) di soddisfare un riflesso inconscio: un desiderio d’approvazione e di consenso (ne parlo già nelle mia presentazione) a volte condizionato da un ulteriore riflesso: quello sessuale.
E’ questo che succede a me o è soprattutto filantropia? Prima o poi ne verrò a capo.
Concludendo, ultimamente mi vengono degli strani pensieri, relazionandomi a due persone straordinarie, presumibilmente agli antipodi, una rispetto all’altra: Mistral e La Disfunzionale (perdonatemi se vi cito).
Immagino l’eventuale sorpresa di Mistral se leggesse quali termini adopero (da turpe maniaco alcolista) nel rispondere agli articoli de La Disfunzionale (sul suo blog e non solo), dal momento che mai e poi mai mi esprimerei nei suoi confronti con una benché minima volgarità. Viceversa, immagino la sorpresa de La Disfunzionale se leggesse con quale garbo e delicatezza commento le perle di Mistral. Già me l’immagino: “Ma tu guarda ‘sto paraculo che personcina a modo diventa in certi momenti ”
Io non so fino a che punto sia una cosa normale ma avrei piacere di colloquiare con questi due stupendi opposti nella stessa identica misura, pur ponendomi in modo diverso (almeno immagino).
Comunque che nessuno si permetta di dirmi: “Sii sempre te stesso” perché non saprei proprio cosa fare, che pensare, che dire.

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Secondo me la gente, compreso il sottoscritto, quando è in preda a particolari stati d’animo dovrebbe comunicare pubblicamente in modo molto, ma molto misurato, a meno che non lo faccia per mestiere. Questa non è la mia professione e neanche di tanti altri intestatari di spazi telematici quindi:

  • La gente non dovrebbe affliggere il lettore su spazi pubblici con i propri tormenti quando è depressa. Esistono soggetti preposti a tale scopo, intesi sia come figure specializzate che come parenti stretti e/o intimi confidenti. Inoltre terzi soggetti, aventi libero accesso allo spazio, potrebbero angustiarsi in egual misura qualora ravvisassero una propria diretta corresponsabilità nello stato depressivo (oltre che reagire in forma scomposta).
  • La gente non dovrebbe disorientare il lettore su spazi pubblici con i propri funambolismi criptici quando è in preda ad uno stato di smania ansiosa dovuta al lungo perdurare d’un sentimento d’attrazione sentimentale e/o sessuale parzialmente corrisposto o assolutamente non corrisposto. Anche in questo caso terzi soggetti, aventi libero accesso allo spazio, potrebbero desumere una corresponsabilità diretta di un loro stretto familiare (od una loro stretta familiare) nell’insorgenza dello stato di stress (oltre che reagire, ancor più di prima, in forma scomposta). Apro una piccola parentesi per sottolineare che quest’ultima eventualità ha identiche probabilità di verificarsi anche in caso di reciproco interesse tra i protagonisti (anzi …).
  • La gente non dovrebbe scandalizzare il lettore su spazi pubblici con esclamazioni colorite, termini licenziosi, locuzioni volgari quando è in preda ad uno stato di smisurata euforia od incazzatura. E’ sperimentalmente accertato che in queste condizioni s’interdice qualunque forma di sobrietà ed autocensura. Anche in questo caso terzi soggetti, aventi libero accesso allo spazio, potrebbero supporre l’utilizzo di sostanze in grado di alterare le normali funzioni cognitive (oltre che reagire …ecc. ecc.).

Detto questo è probabile che decida di rivedere qualche post precedente, tipo quello che segue, ed eventualmente eliminarlo. Ciò al fine d’evitare d’apparire scontato, enigmatico, volgare o addirittura patetico.

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(Una mia umilissima dedica ad Edgar Lee Masters in onore della sua mitica Spoon River Anthology. Sperando che non si rivolti nella tomba…)

In paese la chiamavano Becky la furia,
l’erede di Bill Tott, l’allevatore.
Rebecca amava il canto ed i cavalli.
La conobbi all’ippodromo di Springfield,
e fu subito attrazione
tra Rebecca e la mia Wisper;
una splendida puledra razza Quarter.
Lei la volle ad ogni costo
e quel fiore melodioso mi convinse.
Non l’avrei mai abbandonata,
e mai lo feci.
Grazie a Wisper cominciammo a frequentarci,
e da cosa nacque cosa.
Fu davvero un grande amore,
invitto alle le umane ostilità
ma dove non intacca la lama dell’invidia
affonda il filo iniquo il fato avverso.
Come il lampo che scoccò senza preavviso,
tra Rebecca e la mia Wisper,
un crotalo interruppe la sua corsa.
Fu sbalzata da una sella,
perse l’uso delle gambe, d’ogni petalo, del canto.
Un giorno che fu sola,
le lessi tra le lacrime una supplica.
L’adagiai come una sposa sul tuo letto,
Spoon River,
e dei suoi polsi: sacro affluente.
Fui condannato e giustiziato.
Gratitudine rivolgo al giudice Arnett.
La sua pena fu la grazia;
sollevarmi dall’angoscia d’un suicidio,
da scomunica sicura.
Intercedete presso il Signore, anime pie,
perché accolga la mia istanza.
Forse un giorno, alla fine del mio dazio,
che sia pari a cento o mille dei supplizi già patiti,
mi ricongiungerò ad un’erica.

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Alle prime luci dell’alba, il rumore del camion della spazzatura riechèggiò nell’ampio androne. Il signor Taylor chiuse rapidamente il portone alle sue spalle e si avviò verso l’ascensore. Con un piccolo strattone vinse le ultime resistenze dell’animale, lo tirò verso di se e liberò le antine dell’angusta cabina.
In quei pochi secondi, fece giusto in tempo a darsi un’aggiustatina e tentare di rassicurare quella stupenda e impaurita bestiola.
Giunse al piano. Con la mano destra infilò la chiave nella toppa. Con la sinistra teneva ben serrate le mascelle della sua compagna. Un solo flebile belato avrebbe potuto insospettire gli anziani vicini.
Una volta all’interno libero la bocca di Nancy, uno stupendo esemplare di pecora Shetland. Afferrò il guinzaglio e si diresse verso la camera da letto. Giunto sulla soglia accese la luce.
Al centro del letto la signora Taylor, seduta a braccia conserte gli lanciò un’occhiata minacciosa.

< BRAVO!! THOMAS!! Complimenti per quest’ennesima trovata. Riesci sempre a stupirmi. Pretendo una spiegazione. >

E lui, con tono pacato ed impenitente:

“ Vedi, cara, questo è quel maiale che sono costretto a scoparmi tutte le volte che mi respingi”

< MA THOMAS!!! SEI IMPAZZITO? Non distingui più una pecora da un maiale?>

“ Stai zitta Sarah, non sto parlando con te.”

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Proprio così: ben venga l’inferno. Mi riferisco alle relazioni coniugali. Non è affatto una provocazione.
Immaginate quegli ambienti familiari apparentemente tranquilli dove tra i genitori regna un clima di formale e civile convivenza: nessuna aggressione, nessun litigio furioso, nessuna intimidazione, niente ultimatum, accuse, urla, grida, schiamazzi. E al tempo stesso: nessuno slancio, nessuna manifestazione spontanea d’affetto, di passione, d’intimità. Niente di tutto questo, solo generiche dichiarazioni d’intenti e per i più sensibili: continui sensi di colpa (e disincanto, tanto disincanto).
E’ una condizione molto ma molto frequente tra individui malauguratamente coscienziosi, che può protrarsi per anni ed anni senza arrecare sensibili danni psichici ai figli. Una lenta ed inesorabile agonia alla quale forse sarebbe meglio opporre l’inferno: quelle situazioni esasperate, insopportabili che stimolano l’istinto di reazione e sopravvivenza.
A questa gioiosa considerazione genericamente s’accompagna la domanda provocatoria: E’ giusto stare insieme solo per i figli?
Beh! Fate finta che non l’abbia posta perché se si aprisse un dibattito su quest’argomento satureremmo il server di WordPress (e senza arrivare ad una soluzione univocamente condivisa).
Comunque … se qualcuno vuole dire la sua … è sempre bene accetto.
Aggiungo una piccola nota: Sapete cosa disse un giorno Franz Kafka in relazione all’argomento?
I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale pur d’incassare gli interessi.

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Chi se la sente di contraddirlo?

“Per quanto ci si adoperi a sopprimere la sofferenza, non si potrà ottenere nulla di meglio che di farle mutare aspetto. Essa comincia a manifestarsi sotto forma di bisogno, di necessità, di angoscioso desiderio, di quanto è indispensabile alla vita materiale. Se, a costo di sforzi penosi, si riesca ad allontanare il dolore da questo lato, eccolo che si trasforma, ed assume mille diverse figure a seconda dell’età e delle circostanze: ora è l’istinto sessuale, ora è la passione amorosa, o la gelosia, l’invidia, l’odio, l’ambizione, la paura, l’avarizia, le malattie, e chi più ne ha più ne metta. Se poi non trova proprio altra via aperta, prenderà il greve e tetro mantello della noia e della sazietà, per debellare le quali occorrerà fucinar nuove armi. E quando pure si riesca, non senza lotta, a vincere, il dolore ritornerà alle sue metamorfosi antiche, e la musica riprenderà su egual tono.
(Arthur Schopenhauer)”

La questione, a parer mio, è tutta lì in quel passaggio: “… di quanto è indispensabile alla vita materiale.”

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Senza parole

Fatto.

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