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Archive for aprile 2009

Sulle donne (di Oscar Wilde)

  • L’uomo che fa della morale è un ipocrita, la donna che fa della morale è sicuramente brutta.
  • Le donne hanno un intuito meraviglioso, scoprono tutto tranne ciò che è evidente.
  • Le donne moderne capiscono tutto tranne i loro mariti.
  • La tragedia delle donne: è destino che divengano simili alle loro madri.
  • Gli uomini bramano sempre di essere il primo amore della donna; è questo un effetto della loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile: esse desiderano essere l’ultimo romanzo dell’uomo.
  • Sono interessanti le donne che hanno un passato, come gli uomini che hanno un avvenire.
  • Con le donne la vera tattica è di farle la corte se è graziosa, e di farla ad un’altra se è brutta.
  • Finché una donna riesce a dimostrare dieci anni meno della propria figlia, è una donna felice.
  • Il destino comune delle donne è che ciascuna vada in sposa senza amore a un uomo e infranga la propria vita contro l’egoismo di lui, ma il fatto che questo destino è comune non lo rende meno crudele.
  • Che strana cosa succede nel gioco del matrimonio: le mogli hanno tutte le carte buone in mano e invariabilmente perdono la posta.
  • Se una donna vuol tenere un uomo, deve soltanto far appello a quanto v’è di peggio in lui.
  • Non c’è niente che al mondo che si adatti così male ad una donna come una coscienza anticonformista.
  • Se volete veramente capire cosa pensa una donna, guardatela e non l’ascoltate.
  • La felicità di un uomo sposato dipende dalle donne che non ha sposate.
  • Ogni donna è una ribelle. E di solito in violenta rivolta contro se stessa.
  • Nessuna donna dovrebbe aver memoria. La memoria in una donna segna il principio della trascuratezza.
  • Le donne sono spietate l’una verso l’altra.
  • Le donne non sono mai disarmate dai complimenti, gli uomini lo sono sempre: questa è la differenza tra i due sessi.
  • Le donne rappresentano il trionfo della materia sullo spirito; gli uomini rappresentano il trionfo dell’intelletto sulla morale.
  • Una donna malvagia tormenta. Una donna per bene annoia. Questa è la sola differenza che passa tra loro.
  • Un uomo non dovrebbe mai avere segreti con la propria donna poiché ella li scopre invariabilmente.
  • Ad una buona, gentile e ingenua fanciulla non è precisamente la verità ciò che si dovrebbe dire.
  • Una caratteristica del pensiero femminile: una donna confonde sempre la religione con la superstizione.
  • E’ fatale che una donna debba sempre ritrovare in se stessa la causa prima dell’abbandono di suo marito.
  • Consigliare una donna è la cosa più difficile di questo mondo: è quasi sempre lo stesso che allontanarla da noi.
  • La donna nella lotta per la vita ha la via più facilmente aperta degli uomini: infatti deve riuscire gradita e desiderata dall’altro sesso, quello che tiene in mano le redini della società. L’uomo no, egli deve riuscire a farsi accettare da altri uomini, e ciò è terribilmente difficile.
  • Fate che una donna a pranzo mangi, per colpa vostra, anche una sola ciliegia in meno: troverà sempre il tempo e il modo di rinfacciarvelo.
  • Noi uomini abbiamo educato male la donna, e ora, biasimandone i capricci, non facciamo che accusarci apertamente.
  • La città è piena di donne che hanno fiducia nel proprio marito. Si riconoscono subito. Hanno un’aria così infelice!
  • L’uomo può avere una mentalità femminile, proprio come la donna può avere una mentalità maschile

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Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.
Fossati Ivano

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”Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie”.
Queste sono le considerazioni di un autorevolissimo figlio d’Abruzzo: lo scrittore Ignazio Silone, nato a Pescina dei Marsi in provincia de L’Aquila nel 1900.
Speriamo che questa volta tali circostanze non si ripetano, così come in parte è accaduto anche in Irpinia, sebbene la natura umana cambi molto meno di quanto la coscienza collettiva (una capacità di discernimento sempre più globale) possa immaginare ed auspicare.
Nel libro autobiografico ”Uscita di sicurezza” (1949) lo scrittore, ricorda il dramma del sisma di cui fu testimone non ancora quindicenne.
“Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C’era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso”.
Il 13 gennaio 1915, infatti, la Marsica fu messa in ginocchio dallo spaventoso terremoto di Avezzano che provocò nel solo paese natio dell’autore di ”Fontamara” oltre 3.500 vittime: morirono sotto le macerie numerosi suoi familiari, tra cui la madre. Ignazio (il suo vero nome era Secondino Tranquilli) riuscì a salvarsi con il fratello Romolo, il più piccolo della famiglia.
Quel sisma segnò Silone per tutta la vita e questo traspare anche nella sua produzione letteraria, come ricorda il critico Richard W. B. Lewis: ”Il ricordo del terremoto erompe dalle sue pagine con lo stesso significato che per Dostoevskij ebbe l’esperienza di scampare all’ultimo minuto dall’esecuzione capitale”.

Chiudo con questa poesia (da Fontamara):

« In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito. »

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