Insegnami ad amare
mia diletta,
non v’è il seme dell’amore
nel mio cuore.
Io son solo un parolaio
dall’aspetto premuroso.
Se v’è grazia nella rima
è un artificio.
Seguo i versi dei maestri.
Mi difendo con l’incanto.
Io vorrei essere scrigno
cieco e sordo ai falsi miti
e vorrei donarti il mondo
ma non sono generoso.
Insegnami a donare
mia diletta,
non v’è il seme della vita
infondo all’anima.
Io vorrei guidar la mente
savio e indomito
ed urlare schietto al cielo:
“Questo è il fine”
ma non sono coraggioso.
Insegnami a lottare
mia diletta,
non v’è il seme della forza
nella mente,
solo terra.
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Si scambiano promesse
sui pontili flagellati,
certi amori,
su piazzole autostradali
o la posta di facebook.
Inquietanti
come figli non voluti.
Certi amori
sono fiori di scarpata:
indifesi, confinati.
S’insinuano testardi
tra quei sassi acuminati.
Oblii stratificati
d’esistenze senza pace.
Crisalidi perenni.
Quegli amori licenziosi
che Dio mai benedirà.
Il compenso di una vita
o una pena ancor più atroce.
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Non temete gli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. (Gesù Cristo). BUON NATALE A TUTTI!!! Con le sue parole. Le parole di chi nasce e sempre rinascerà …….
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Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia: <follia>.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia: <malinconia>.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia: <nostalgia>.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)
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Cari amici, non se ne può più; non passa giorno che non si senta parlare di giustizia, giustizia, giustizia. E il primo grado, e il secondo grado, e la cassazione, e le riforme, le leggi ad personam, e bla bla bla… BASTA!!
Il tutto potrebbe rimanere tranquillamente circoscritto nell’ambito di una normale e civile dialettica politico-istituzionale, se non fosse tutto enormemente amplificato, inasprito. Non mi soffermo sulle ragioni, ormai tutti sanno tutto. La cosa che intendo sottolineare è che se noi comuni mortali avessimo la mente completamente libera da sospetti sull’onestà di colui il quale ha oggettivamente causato tutto questo gigantesco parapiglia, credo che il clima di forte contrapposizione sociale, che si registra, ahimè, quotidianamente, si attenuerebbe. Sulla sua integrità morale, sobrietà e modestia, ognuno, secondo un proprio metro, si è fatto un’idea. Per una folta schiera (sottoscritto compreso) non si tratta certo di opinioni positive. Quello che preoccupa, comunque, tornando all’aspetto giuridico, è la sua ipotetica furberia, disonestà. Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe sufficiente affidarsi alle sentenze dei tribunali per sgombrare il campo da dubbi e perplessità, ma la storia ci insegna che l’uomo è ambiguo, fallace, corruttibile. Si è inventato le prescrizioni, le false testimonianze, le scappatoie, e tutto questo non contribuisce certo al raggiungimento della verità.
E’ pensiero comune, universalmente riconosciuto, che l’unico vero depositario della verità’, fautore della vera giustizia, quella che milioni di comuni mortali invocano nell’incertezza ed individuano quale ultima e risolutiva, è il Padreterno.
Interpretando le legittime aspettative di tante anime, poco propense ad aspettare la propria dipartita quale unica condizione per sperare di soddisfare certi inquietanti interrogativi (ammesso che certi segreti vengano a essi svelati; eventualità tutt’altro che scontata); CHIEDO, consapevole dell’originalità della mia richiesta (ai limiti dell’empietà)
Cara Entità celeste che mi stai ascoltando.
Edotto e rispettoso della tua scelta di non interferire, almeno non palesemente, sul nostro operato, propositi, disposizioni o intendimenti che siano, di consentirci di operare in regime di totale libero arbitrio.
Consapevole del fatto che ciò che sto per chiederti, non solo stride col clima tolleranza ed umana solidarietà che normalmente s’instaura durante il periodo natalizio, ma rischia anche di sollevare forti perplessità e dissensi tra i miei lettori, a causa del tono provocatorio della mia richiesta.
Ansioso di capire chi tra due soggetti (per la precisione: uno da un lato e due dall’altro) che attualmente occupano i principali spazi di cronaca (elementi di rilevante interesse giudiziario finiti in totale contrapposizione tra loro, provocando uno stato di estrema tensione sociale e nevrosi collettiva), dice la verità e chi mente.
Potresti, con un criterio di ovvia condanna per chi si è macchiato del reato di falsa testimonianza, con tutto quello che di enormemente grave ne consegue (impunità comprese), incenerire uno tra Gaspare Spatuzza o il duo Dell’Utri, Berlusconi?
Grazie anticipatamente da parte mia e di qualche migliaio di miei connazionali.
P.s: Sappi, senza alcun tentativo di condizionamento, che io apprezzo enormemente e sostengo le persone che intraprendono il lodevole percorso della conversione.
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Linguaggio, logica e scienza
ha dispensato il Padre
alle sue fiere.
Amore e carità
senza cauzione.
Conquiste per conquiste.
Egemonie.
Dai templi di Karnak.
Poveri armenti,
avvinti da simboli illusori.
Logica fallace, l’Homo Sapiens.
Difesa strumentale della stirpe,
d’ogni natura fisica.
Resta la scienza,
a commentare forme di delirio
dell’ uomo fatto Verbo.
Il libero arbitrio
ha dispensato il Padre
alle sue fiere;
pudore ed onestà
a pochi figli.
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Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo la caduta, quando dice a se stessa: “E’ finita”. No! Finita mai, per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite devastanti che ti procura la morte o la malattia. Parlo di te, che vivi quei periodi bui che non finiscono mai, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina hai un esame, peggio che a scuola. Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all’altezza o ti condannerai. E così è ogni giorno, un noviziato che non finisce mai, e sei tu che lo fai durare.
E che dire di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo, che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno si insinui nella tua vita. Peggio, se ci rimani presa in mezzo, da soffrirci come un cane.
Sei stanca. C’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto, e così stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: Io sto bene così, sto benissimo, sto meglio così, e il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure tu, che con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasque, in quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima, sprecando tanto tempo, e ce ne hai buttata talmente tanta, di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro con lo specchio, perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui. E so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta. Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine, ed è stata crisi. E hai pianto (Dio! quanto piangete, avete una sorgente d’acqua nello stomaco). Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente, da non poterti trattenere.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance.
E poi hai scavato, hai parlato (quanto parlate, ragazze). Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza? Cosa c’è di tanto sbagliato in me?
Se lo sono chiesto tutte. E allora vai!!! Giù con la ruspa nella tua storia, a due, quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli, un puzzle inestricabile.
Ecco! E’ qui che inizia tutto, è qui che ricomincerai: da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli. Perché una donna ricomincia comunque. Ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te, perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa.
Ti attrarrà lentamente, innamorarti di nuovo di te stessa, o farlo per la prima volta, e sarà come un diesel, che parte piano: bisogna insistere, ma quando ha preso a girare …
E un’avventura ricostruire sé stesse, la più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende, o dal taglio dei capelli.
Io ho sempre adorato donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo: “Sono nuova”, con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono vedere e capire: “Attenti il cantiere è aperto, stiamo lavorando per voi, ma soprattutto per noi stesse.”
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia, per chi la incontra e per sé stessa. E la primavera a novembre, quando meno te la aspetti.
Quante di voi almeno una volta nella vita, si sono sentite così? Nuove e rinate con una gonna a fiori o un nuovo taglio di capelli? Forse è bello anche farsi del male per poi rinascere più forti di prima.
(Da una trasmissione di Jack Folla, personaggio radiofonico ideato dallo scrittore Diego Cugia, tratto dal testo di “Donne in rinascita”)
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Ho una certa ritrosia
ad usare il lemma: cuore.
Non mi piacciono
i poemi sdolcinati,
preferisco frasi folli.
Io mi esprimo a modo mio,
con i lazzi e l’ironia;
sdrammatizzo.
Se provassi un’attrazione,
per esempio,
scriverei alla mia musa:
“ Avrò gusti orripilanti,
ma mi piaci ”
E se fossi innamorato?
Se lo fossi veramente?
Arso vivo dalla sete,
dalla brama.
Altro che sdrammatizzare,
scriverei certo di sesso,
di tramonti senza tempo,
di carezze e di stelline.
Ma che cacchio sto dicendo?
Troppo scontato.
Io lo so cosa farei.
Narrerei come Voltaire,
di legami oltre confine,
d’un amore asessuato.
Già mi immagino:
io nei panni di Lupin
e lei Margot.
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Esistono due vie per guadagnare la stima, l’affetto e l’ammirazione delle persone, il coraggio delle proprie azioni o l’onestà nel riconoscerne l’assenza.
Solo la prima, però, ci da il pieno diritto a manifestare, ad apparire, a pretendere ascolto e considerazione, A VIVERE, soprattutto quando questa forza è impegnata nella più nobile delle imprese: la strenua difesa della propria libertà. Nessun buon proposito, nessun colpo di genio può mai assegnarci questo privilegio.
Qualunque persona ci circondi, per quanto unito a noi, persino da legami di sangue, ha il sacrosanto dovere di riconoscere e rispettare il nostro impegno e il suo risentimento non dovrà e non potrà mai generare fondati rimorsi; solo la misurata pretesa di una legittima comprensione.
Perché vi scrivo questo? Per dichiarare il mio profondo affetto, ammirazione e vicinanza a tante anime in rivolta (chissà perché quasi tutte femminili) e la differenza sostanziale tra il sottoscritto e loro … tra la polvere e le stelle.
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A te che lo reclami,
degno, indegno,
lacunoso.
A te, recluso a vita
per incauta suggestione.
A te che scruti le viscere,
soffri i risvegli.
E’ inutile smaniare,
segnare affinità.
Non conta ornare il tempio.
Quel rogo che divampa
all’improvviso tra le sterpi,
a scandire le delizie della vita,
le fortune,
non ha autori né profeti.
Brucia ai margini dell’Eden,
tra i rifiuti.
Partorisce arcobaleni.
Scalza demoni striscianti.
Detta al fato.
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